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Le celebrazioni per santa Margherita, testimone per il nostro tempo

Nella chiesa di San Domenico, luogo simbolo della presenza di santa Margherita, numerosi fedeli hanno partecipato ieri alle celebrazioni liturgiche distribuite nell’arco della giornata, culminate nella santa messa delle ore 18 presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini. Un momento intenso, nel quale sono stati affidati all’intercessione della Santa i malati, le persone con disabilità e l’intera diocesi.

La forza rivoluzionaria della piccolezza

Al centro della giornata, l’omelia del vescovo ha offerto una chiave di lettura attuale e profonda della figura della Santa, mettendo in evidenza il forte contrasto tra il Vangelo e la logica dominante del mondo contemporaneo.

«Il mondo attorno a noi – ha osservato il vescovo Luciano – ci fa vedere come alcuni, con il potere e la violenza, si impongono sugli altri… cercano la lode per sé stessi». Eppure, ha aggiunto, proprio in questo contesto «noi siamo qui a venerare la piccolezza, ciò che è piccolo, scartato, quasi nascosto, sicuramente impotente».

Un contrasto netto, che diventa provocazione per i credenti: da una parte «arroganza, divisione, giudizio, esclusione», dall’altra la testimonianza luminosa di chi, come Margherita, ha scelto la via dell’amore e del dono totale di sé. «Chi si fa piccolo e per amore spende tutta la propria vita al servizio degli altri, in realtà vince», ha sottolineato il Vescovo, indicando nella Santa una testimone della “vera battaglia” della vita: quella della pienezza, della verità e della bellezza dell’esistenza.

Un passaggio particolarmente incisivo ha riguardato il valore della santità oggi: «I Santi non sono stati bravi, i Santi sono stati rivoluzionari», perché hanno fondato la loro vita non sulla forza umana, ma «sull’umiltà di affidarsi completamente alle mani di Dio» . Una rivoluzione silenziosa, ma potente, di cui – ha concluso – «il mondo ha bisogno».

Il chiostro racconta la Santa

Accanto ai momenti liturgici, la giornata è stata arricchita da un’iniziativa culturale e spirituale molto partecipata. Nel chiostro del convento di San Domenico, i volontari delle associazioni “Le Rose di Gerico” e “Chiese Storiche” hanno guidato i presenti in un percorso narrativo dedicato alla vita di santa Margherita. Attraverso le lunette dipinte, i visitatori hanno potuto ripercorrere gli episodi più significativi della sua esistenza: un racconto che intreccia tradizione orale e fonti scritte, restituendo la profondità della devozione popolare nei secoli.

Il chiostro e la chiesa si confermano così luoghi vivi della memoria: spazi che non solo custodiscono la storia della Santa, ma continuano a trasmettere il legame profondo tra Margherita e la città che l’ha accolta, accompagnando generazioni di fedeli nel loro cammino spirituale.

Una testimonianza che parla ancora oggi

Nata con gravi disabilità, santa Margherita ha saputo trasformare la sofferenza in amore, dedicando la propria vita ai poveri e agli ultimi. Una “piccolezza” che, come ha ricordato il vescovo Paolucci Bedini, diventa oggi segno controcorrente e profezia. In un tempo segnato da logiche di potere e autoreferenzialità, la sua vita continua a indicare una strada diversa: quella della dignità che nasce dall’essere figli di Dio e della forza che scaturisce dalla carità.

La celebrazione annuale non è dunque solo memoria, ma scuola di vita: «il luogo dove possiamo imparare – ha detto don Luciano – la grandezza dell’essere figli di Dio e la bellezza di vivere secondo la sua grazia» . E proprio da questa grazia, invocata per il mondo intero, la comunità tifernate riparte, rinnovando il legame con la sua Santa e il suo messaggio sempre attuale.

La Chiesa tifernate celebra santa Margherita e le affida malati e disabili

Lunedì 13 aprile la comunità si riunirà per celebrare santa Margherita di Città di Castello, in una giornata dedicata alla preghiera e al raccoglimento nella chiesa di San Domenico.
Le sante messe si terranno alle ore 8:30 e alle 10. La celebrazione delle ore 18, sarà presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini, che affiderà all’intercessione della Santa le persone con disabilità, i malati e l’intera comunità diocesana.

La narrazione sulla Santa

Alle ore 17, prima della santa messa, nel chiostro del convento di San Domenico, alcuni volontari dell’associazione “Le Rose di Gerico”, accompagneranno i fedeli in una narrazione dedicata alla vita e i miracoli di santa Margherita, ripercorrendo le tappe fondamentali della sua straordinaria esistenza.

La visita al chiostro offre l’opportunità di seguire, attraverso le lunette dipinte, gli episodi della vita della Santa, in un percorso che testimonia la devozione popolare del tempo: le immagini diventano strumenti di mediazione capaci di custodire e trasmettere una fede che si manifesta e prende forma attraverso il linguaggio figurativo. In tal modo, le raffigurazioni divengono espressione di un sentimento religioso che unisce devozione personale e memoria condivisa. Attraversando i secoli, esse permettono oggi alla stessa fede di rinnovarsi, rendendo presente e viva l’esperienza spirituale dei devoti di ogni tempo. L’apertura del chiostro è stata possibile grazie alla preziosa collaborazione con il Comune tifernate.

Una straordinaria esistenza

Nata con gravi disabilità, Margherita seppe trasformare la sofferenza in una straordinaria esperienza di amore e dedizione. Condusse una vita di preghiera intensa, dedicando la sua vita ai poveri, ai malati, agli ultimi. Ancora oggi, la sua figura continua a parlare a chi vive situazioni di fragilità, offrendo un messaggio di speranza e dignità. Santa Margherita continua a illuminare il cammino di molti, ricordando che anche nella debolezza può risplendere una forza capace di trasformare il mondo.

 

Festival Biblico 2026 a Città di Castello: tre appuntamenti per riscoprire il “potere del limite”

C’è anche la Diocesi di Città di Castello tra le protagoniste della ventiduesima edizione del Festival Biblico, l’iniziativa promossa dalla Diocesi di Vicenza e dalla Società San Paolo che, dal 9 aprile al primo giugno 2026, coinvolgerà numerose città italiane.

Per la prima volta, infatti, anche il territorio tifernate ha scelto di aderire alla proposta culturale e spirituale, con il patrocinio della Fondazione Festival Biblico di Vicenza, proponendo un programma articolato in tre appuntamenti di rilievo religioso, sociale e artistico. Un debutto che porta anche in Altotevere un’esperienza ormai consolidata a livello nazionale, capace di mettere in dialogo la Parola di Dio con la vita contemporanea.

Il tema: il limite come occasione di incontro

Al centro dell’edizione 2026 il tema “Il potere del limite”, una prospettiva che invita a rileggere in modo nuovo una dimensione spesso percepita solo come fragilità.

«Credo sia molto bello e importante che per la conoscenza della Scrittura anche in forma popolare e nel dialogo con la cultura, pure nel nostro territorio si possano creare iniziative per incontrare il testo biblico e conoscerlo – sottolinea il vescovo, mons. Luciano Paolucci Bedini. Attraverso alcuni esperti o figure della nostra società si può dialogare attorno a tematiche che sono contenute anche nel testo biblico, un insieme di scritti che attraversa la storia e che nella sua profondità riguarda e coinvolge anche noi nella nostra attualità».

Una prospettiva che trova eco anche nelle parole di Paolo Bocci, presidente dell’associazione Chiese Storiche di Città di Castello e tra i promotori dell’iniziativa: «Il Festival Biblico è stato pensato proprio per attualizzare la Parola, il Vangelo e le Sacre Scritture. Il limite sembra una cosa che nella nostra società non interessa più a nessuno, invece è fondamentale, perché significa rispetto dell’altro, significa come io mi rapporto con gli altri e quindi costruzione di comunità e fraternità».

Il limite, dunque, non solo come segno della finitezza umana, ma come condizione che rende possibile la relazione, fondamento dell’etica e della responsabilità.

Il primo appuntamento: uno sguardo sulle fragilità sociali

Il primo incontro è in programma sabato 11 aprile alle ore 16:30 nella Sala del Consiglio Comunale, con il dialogo sul tema “Disuguaglianze, povertà, disagio, carcere: quali azioni per umanizzare la società”.

Ad aprire l’appuntamento saranno il vescovo mons. Paolucci Bedini e il sindaco Luca Secondi. Il confronto vedrà protagonisti don Marco Briziarelli, delegato regionale delle Caritas dell’Umbria, e il senatore Valter Verini, segretario della Commissione Giustizia del Senato.

«Il primo appuntamento riguarda proprio le disuguaglianze e la povertà, per capire quali azioni siano necessarie per umanizzare la società», spiega Bocci, evidenziando il desiderio di affrontare temi concreti e urgenti che toccano da vicino la vita delle persone.

La meditazione biblica: il potere che si fa cura

Il secondo appuntamento, venerdì 17 aprile alle ore 21 all’Auditorium San Giovanni Decollato, sarà dedicato alla meditazione biblica “Quando il potere si fa cura”, guidata dalla professoressa Adriana Valerio, storica della Chiesa e teologa. «Avremo una storica e biblista come Adriana Valerio che ci aiuterà a riflettere proprio sul tema del limite e su come renderlo attuale», prosegue Bocci.

Un’occasione per rileggere il concetto di potere alla luce del Vangelo, dove esso si trasforma da dominio a servizio, da controllo a cura dell’altro.

San Francesco e la via dell’umiltà

Il Festival si concluderà domenica 19 aprile alle ore 17 al Santuario della Madonna delle Grazie, con l’evento artistico-musicale “Francesco, dall’infinitamente piccolo al dono più grande”, in occasione dell’Ottavo Centenario del Transito di san Francesco d’Assisi (1226-2026).

«Finiremo con san Francesco – spiega ancora Bocci – che ha vissuto profondamente il tema del limite e dell’umiltà nel suo rapporto con gli altri. Sarà un momento artistico che racconterà proprio questo percorso».

Attraverso la musica, l’iniziativa offrirà una riflessione spirituale sulla figura del Poverello, con il coinvolgimento della Schola Cantorum “Giovanni Medici”, della corale “Braccio Fortebraccio” di Montone e della Scuola comunale di musica “Giacomo Puccini”, in collaborazione con il FEC – Fondo Edifici di Culto.

Un “anno zero” che guarda al futuro

Quella del 2026 rappresenta una prima esperienza, ma già con uno sguardo rivolto al futuro. «Questo vuole essere un anno zero – conclude Bocci – reso possibile grazie a un grande lavoro di volontariato. In poche settimane siamo riusciti a costruire questo primo appuntamento, e speriamo che nei prossimi anni si possa continuare, approfondire e migliorare».

Gli organizzatori ci tengono anche a ringraziare i musicisti Fabio Battistelli, Cesare Tiroli, Lorenzo Ronti, Anthony Guerrini; Alvaro Morini, Elisa Romani, Maria Montagnani per le letture che introducono i vari momenti; Susanna Ribuffo e Nuova Prhomos per la collaborazione, insieme a tutti coloro che a vario titolo hanno contribuito alla realizzazione delle iniziative.

Il Festival Biblico si presenta così come una nuova opportunità per la comunità tifernate: un cammino che, a partire dalle Sacre Scritture, invita a leggere il presente con uno sguardo più profondo, riscoprendo proprio nel limite una possibilità di senso, di relazione e di speranza.

La locandina degli appuntamenti della Chiesa tifernate per il Festival Biblico 2026

Pasqua a Città di Castello, il Vescovo: “Cristo è risorto, in Lui una vita nuova per tutti” 

Nella mattina della Domenica di Pasqua, cuore dell’anno liturgico in cui la Chiesa celebra la risurrezione di Cristo e la vittoria della vita sulla morte, il vescovo di Città di Castello e di Gubbio, mons. Luciano Paolucci Bedini, ha presieduto la solenne celebrazione eucaristica nella cattedrale tifernate dei Santi Florido e Amanzio.

La liturgia pasquale, culmine del Triduo, annuncia il sepolcro vuoto e rinnova per i fedeli la speranza di una vita nuova in Cristo risorto. In questo contesto, il vescovo ha pronunciato l’omelia che proponiamo integralmente.

L’omelia del vescovo Luciano

Una tomba chiusa, sigillata, che segna la fine, la conclusione amara e il fallimento della missione del Messia, l’inviato di Dio che doveva salvare l’umanità. È una tomba spalancata, vuota, che non è riuscita a trattenere quella morte, perché quella morte non segnava la fine ma un nuovo inizio.

Quella vita donata per amore ha attraversato le porte della morte e ha segnato per sempre la vittoria dell’umanità in Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, sul peccato, sul male, sulla sofferenza e sulla morte. E quando, quel mattino – il mattino di Pasqua, il primo giorno della settimana – le donne, con tanta fede e affetto, vanno a onorare il corpo sepolto di Gesù, stanno ancora cercando un uomo morto.

Vogliono compiere il gesto supremo dell’omaggio che si deve ai defunti. Ma non conoscono, non riescono a comprendere che ciò che è accaduto in quella notte segna per sempre una novità assoluta. E allora ecco l’immagine potente di questo masso che aveva chiuso la tomba di Gesù, ormai rotolato via. Ci sono solo le bende che avevano avvolto il suo corpo, il sudario che aveva coperto il suo volto, tutto lì ormai abbandonato, perché non c’è più il segno della morte in quella tomba, ma l’inizio di una vita nuova.

Quando nella notte di Pasqua si accende il cero pasquale, che è il segno di Cristo risorto, la potenza di quel gesto ci ricorda come una piccola luce che si accende nelle tenebre rischiari totalmente l’umanità. E ogni fiammella che si accende a quella luce nuova trasforma la storia dell’umanità. Eppure il Vangelo, anche quello di stamattina, ci ricorda che non avevano ancora compreso la Scrittura, cioè che egli doveva risorgere dai morti. E guardate: è ancora questa la sfida della Pasqua.

A distanza di duemila anni, la sfida è ancora riuscire a comprendere, ad accettare e ad accogliere nella nostra vita che Cristo sia davvero risorto e che con lui anche la nostra vita può risorgere. Perché noi siamo troppo abituati alla morte. Quella la conosciamo, sappiamo che sapore ha. E sappiamo anche quanto la morte si presenti nella nostra vita continuamente, nei giorni e negli anni. Facciamo esperienza di tanti fallimenti della nostra vita e di tante cose che ci feriscono e non comprendiamo: il male, il peccato, la malattia, la sofferenza, la durezza del cuore.

Noi fino a lì arriviamo, a comprendere che con lui possiamo sopportare meglio tutto ciò che offende la nostra storia, la nostra vita. Ma il rischio è che, se Gesù è risorto dai morti e ha lasciato quella tomba, tante volte noi quella tomba non la lasciamo mai.

Spesso, nella nostra vita, rimaniamo impastoiati nelle nostre morti, intrappolati nei tentacoli delle tante sofferenze e fatiche che viviamo. Qualche volta ci abituiamo a tutto ciò che porta con sé la morte e pensiamo di non poter vivere meglio, pensiamo che la nostra vita non possa essere di più e crediamo che la vera liberazione sia la fine della vita.

Invece il Vangelo ci annuncia che, come in Cristo siamo stati sepolti nella morte – sì, perché lui ha pagato il prezzo della nostra ferita mortale – non noi, ma noi con lui abbiamo attraversato quella porta che sembrava chiusa: la porta della morte, del male e del peccato. Però con lui siamo chiamati a risorgere.

Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Ecco, se solo riuscissimo a comprendere questo, allora capiremmo perché ogni anno, nella celebrazione solenne della Pasqua, noi ricordiamo sì la grande notizia della risurrezione del Signore Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo per salvarci, ma ancora di più facciamo memoria e festeggiamo il nostro battesimo.

Ecco il segno dell’acqua con la quale siamo stati aspersi. Perché la vera Pasqua, per ciascuno di noi, è il battesimo che abbiamo ricevuto. Perché in quel gesto sacramentale noi siamo stati immersi nella morte di Cristo, ma siamo stati anche risuscitati. E, se rimaniamo uniti a lui risorto, alla sua parola, alla sua grazia nei sacramenti, allora anche per noi è possibile vivere una vita da risorti.

Facciamo tanta fatica a capire questo, a crederci, ad aprire il nostro cuore perché davvero l’azione dello Spirito Santo compia in noi ciò che ha compiuto in Gesù, davvero ci riscatti da tutto ciò che offende la nostra vita e ci doni una vita libera, capace di vivere nell’amore.

Facciamo fatica perché tante volte, troppe volte, attorno a noi continuiamo a vedere e a contemplare solo segni di morte. Ma quella vita che la Pasqua ci promette comincia da noi. E guardate: davvero basta uno di noi, un fratello o una sorella che, affidato alla risurrezione di Gesù, vive da risorto, per cambiare la storia dell’umanità.

E pensate: se tutti noi che siamo credenti davvero vivessimo quella Pasqua della vita nuova di Gesù risorto, cosa sarebbe il mondo? La risurrezione ha iniziato una rivoluzione nel mondo, e questa rivoluzione va portata avanti. Ma solo noi, grazie alla potenza dell’amore di Dio, possiamo realizzarla. Se lasciamo che la risurrezione di Cristo trasformi anche la nostra vita, ce la restituisca risorta, e possiamo condividerla con i fratelli.

Ecco perché le donne vanno dai discepoli a dire che Gesù è risorto, i discepoli vanno dagli altri discepoli a dire che Gesù è risorto e poi tutti insieme si aiutano ad accogliere questa notizia inattesa e imprevedibile. Se Gesù è risorto, allora la nostra vita è finalmente una vita nuova.

+Luciano, vescovo di Città di Castello e di Gubbio

Giovedì Santo con la Cena del Signore: l’amore che si fa dono e servizio

Con la celebrazione della Messa nella Cena del Signore, la Chiesa tifernate entra nel Triduo pasquale, centro della fede cristiana. Nella cattedrale dei Santi Florido e Amanzio di Città di Castello, il vescovo Luciano Paolucci Bedini ha presieduto una liturgia segnata dal ricordo dell’istituzione dell’Eucaristia e dal gesto della lavanda dei piedi.

Il gesto della lavanda dei piedi

Proprio da questo gesto evangelico ha preso avvio l’omelia del vescovo, che ha richiamato le parole di Gesù: «Capite quello che ho fatto per voi? […] Vi ho dato un esempio perché anche voi facciate come io ho fatto a voi». Un gesto che, ha spiegato, rappresenta «l’ultimo grande insegnamento» di Cristo ai suoi discepoli, «la sintesi della sintesi», il cuore del suo messaggio e della sua stessa vita.

L’Ultima Cena con i discepoli

La celebrazione dell’Ultima Cena è stata così riletta come il compimento della Pasqua ebraica e insieme il suo superamento. «Noi oggi siamo stati liberati», ha ricordato il vescovo, sottolineando come la salvezza non sia solo memoria del passato, ma esperienza viva e attuale: Dio continua a liberare l’uomo «da ciò che non ci fa vivere fino in fondo la nostra vita», e lo fa con l’unica forza capace di vincere il male, «l’amore».

Al centro della riflessione, il dono dell’Eucaristia. «Il pane è il mio corpo… il vino è il mio sangue», parole che non indicano un semplice ricordo, ma una realtà che si rinnova: «Oggi Gesù si dà per noi. Oggi Gesù dà la sua vita per la nostra salvezza». In ogni celebrazione eucaristica, ha ribadito Paolucci Bedini, Cristo continua a offrire la sua vita e a comunicare il suo amore.

Ascolta l’omelia del vescovo Luciano

Il gesto più umile

Ma proprio la lavanda dei piedi rende visibile il significato concreto di questo dono. Gesù, «il maestro e il Signore», si china sui discepoli compiendo «il gesto più umile», quello dei servi: un segno che diventa «modello di vita», chiamata a vivere un amore capace di abbassarsi e prendersi cura delle fragilità degli altri.

Da qui l’invito a lasciarsi trasformare dall’Eucaristia: «Abbiamo bisogno di nutrirci di quel pane e di quel vino», perché solo così è possibile vivere una vita libera dal male e «messa a servizio degli altri».

La celebrazione si è così configurata come una soglia: l’ingresso nel mistero pasquale, dove la morte non è sconfitta, ma rivelazione dell’amore più grande. E dove ogni Eucaristia diventa rendimento di grazie: «Grazie, Signore, che hai dato la tua vita per noi».

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Città di Castello | Giovedì Santo: l’amore che si fa dono e servizio

Messa Crismale: “Non siamo artigiani solitari, ma lavoratori nella vigna del Signore”

“Non siamo liberi professionisti, né artigiani solitari, ma lavoratori nella vigna del Signore”. Con queste parole il vescovo Luciano Paolucci Bedini ha richiamato il senso più profondo del ministero sacerdotale durante la Messa Crismale celebrata nella cattedrale dei Santi Florido e Amanzio a Città di Castello. Una celebrazione intensa, vissuta alle soglie del Triduo pasquale, che ha riunito attorno al vescovo i sacerdoti della diocesi tifernate insieme a quelli della Chiesa eugubina, segno concreto di comunione tra le due diocesi unite nel cammino pastorale.

Cuore della liturgia sono stati i due momenti che da sempre caratterizzano la Messa Crismale: la consacrazione degli oli e il rinnovo delle promesse sacerdotali.

Gli oli che accompagnano la vita cristiana

Nel primo gesto, il vescovo ha consacrato il sacro crisma e benedetto gli oli dei catecumeni e degli infermi, destinati ad accompagnare i momenti fondamentali della vita cristiana. Un segno che affonda le radici nel mistero stesso di Cristo: “È il Signore che ci consacra. Dalla potenza di Lui siamo stati posti dentro il fiume della sua grazia per divenirne canali di trasmissione. È il Signore che ci manda”. L’unzione diventa così immagine di una Chiesa inviata nel mondo, chiamata a “portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati”, secondo le parole del profeta Isaia richiamate nell’omelia.

Il dono totale dei sacerdoti

Ampio e intenso è stato il passaggio dedicato al significato del sacerdozio. Il vescovo ha ricordato come tutto nasca dall’unico sacerdozio di Cristo: “Abbiamo necessario bisogno del sacerdozio di Gesù e non ne possiamo fare a meno… per mezzo di Lui siamo più che vincitori nella lotta contro la tentazione del peccato” . Da questa radice scaturisce anche la vita dei presbiteri, chiamati a donarsi totalmente: “Questa è la nostra vita… consegnata per sempre alla Chiesa, a servizio del Regno, si comprende solo a partire da questo dare tutto noi stessi per amore dei nostri fratelli”.

Il secondo momento, il rinnovo delle promesse sacerdotali, ha reso visibile questa consegna rinnovata. Rivolgendosi direttamente ai sacerdoti, il vescovo ha sottolineato la grazia e la responsabilità ricevute: “Quale dono stupendo quello di essere chiamati… ad essere associati al suo ministero di guida, di cura e di accompagnamento”.

Non è mancato un forte appello alla fraternità presbiterale e alla comunione ecclesiale: “È il Signore che ci ha messo insieme, non ci siamo scelti… ma lui ci ha chiamati e mandati”. Da qui l’invito a condividere il cammino pastorale “senza timori e gelosie”, mettendo in comune i doni e sostenendosi reciprocamente, perché “nessuno si deve sentire solo o abbandonato nel suo essere prete”.

La celebrazione ha così restituito l’immagine di una Chiesa raccolta attorno al suo vescovo, chiamata a rinnovarsi nella missione e nella comunione, mentre si apre il tempo santo della Pasqua.

L’omelia integrale del vescovo Luciano

Carissimi tutti, fratelli e sorelle nel battesimo, figli amati del Padre ed eredi del regno eterno, il Signore vi dia pace! Questa solenne celebrazione, che insieme viviamo dentro la settimana santa, alle soglie del triduo pasquale, ci unisce nel rendimento di grazie al Signore per il dono del sacerdozio alla sua Chiesa. Il Cristo risorto, unico ed eterno sacerdote che, con il suo sacrificio di amore sulla croce, ha donato la sua vita per liberarci dal male e dalla morte, offrendo se stesso nell’obbedienza alla volontà del Padre, per restituirci la bellezza originaria della creazione e darci un esempio da seguire.

Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. In Gesù, eterno sacerdote del Padre, anche noi tutti, nel nostro oggi, possiamo attingere ad una vita nuova ed essere associati ad un nuova famiglia nella fraternità della Chiesa. L’atto supremo del sacerdozio di Cristo ci ha aperto la via di una salvezza piena, e la sua risurrezione ha sugellato questa nostra appartenenza a Lui. Con Lui possiamo attraversare la morte e sconfiggere ogni male. Per mezzo di Lui siamo più che vincitori nella lotta contro la tentazione del peccato. Grazie a Lui ci è donata una possibilità di pensare e vivere la nostra esistenza in una forma nuova, diversa da quella del mondo, la forma del santo Vangelo. Abbiamo necessario bisogno del sacerdozio di Gesù e non ne possiamo fare a meno.

Così tutti i credenti partecipano del ministero sacerdotale di Cristo, offrendo se stessi e il proprio quotidiano al Padre nel sacrificio di un amore che accoglie, benedice, comprende, sopporta, perdona e si prende cura dei fratelli. Condizione indispensabile per l’esercizio di questo sacerdozio battesimale è l’unione umile e profonda con il cuore di Cristo Gesù, con la sua Pasqua di morte e risurrezione, alimentata dalla parola di vita e dai sacramenti della fede. A beneficio di questa sacra offerta che ogni fedele fa della sua vita, il Signore ha scelto tra i fratelli alcuni che lo rendano presente e operante nella Chiesa e che mettano tutta la loro vita a servizio del suo popolo santo perché mostrino attuali i suoi gesti di salvezza.

Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio sarete detti. Io darò loro fedelmente il salario, concluderò con loro un’alleanza eterna. Sarà famosa tra le genti la loro stirpe, la loro discendenza in mezzo ai popoli. Coloro che li vedranno riconosceranno che essi sono la stirpe benedetta dal Signore.”. Carissimi fratelli presbiteri di questa immensa grazia siamo stati fatti partecipi. Quale dono stupendo quello di essere chiamati non solo a seguirlo come discepoli, insieme a tutti i nostri fratelli di fede, ma addirittura ad essere associati al suo ministero di maestro e di guida, di cura e di accompagnamento, di consolazione e di guarigione per i suoi discepoli. E questa è la nostra vita, ogni giorno, in ogni stagione che gli anni ci riservano. Consegnata per sempre alla Chiesa, a servizio del regno, si spiega e si comprende solo a partire da questo dare tutto noi stessi per amore dei nostri fratelli. Come Cristo, ma soprattutto con Cristo e in Lui.

Ecco il senso dell’unzione che ci ha segnati il giorno della nostra ordinazione, con l’olio crismale, che profuma dell’amore di Cristo, e da il nome a questa celebrazione: “Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore, il giorno di vendetta del nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti, per dare agli afflitti di Sion una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto”.

È il Signore che ci consacra. Dalla potenza di Lui siamo stati posti dentro il fiume della sua grazia per divenirne canali di trasmissione. È il Signore che ci manda. Anzi, ci associa all’invio del suo Figlio, l’unico vero missionario del Padre. È questa la nostra nuova identità, e da essa discende la nostra missione di vita. Da quando il Signore ci ha chiamati non siamo più solo noi stessi, non abbiamo un nostro progetto, non ci è data un’autorità individuale. Possiamo solo essere servi fedeli e obbedienti, uniti inscindibilmente da un legame di fraternità in Cristo, pena l’insignificanza della nostra azione e la non credibilità delle nostre parole, a totale servizio dell’unica missione della Chiesa, che è guidata dallo Spirito Santo.

Sappiamo tutti che questi anni sono il tempo in cui il Signore si attende da noi una profonda trasformazione missionaria della Chiesa, ed è sempre il Signore che ce ne indica le vie concrete attraverso i verbi del profeta Isaia: annunciare la gioia del Vangelo a chi fatica a vivere e desidera un’esistenza nuova, fermarsi e chinarsi per ungere e fasciare le ferite di chi ha combattuto contro la vita, abbracciare e prendersi cura di chi ha il cuore spezzato dal dolore, lottare per la liberazione di chi vive situazioni di schiavitù relazionale e di chi è prigioniero delle proprie fragilità, aiutare ad aprire le porte dei cuori induriti per riconoscere la presenza del Signore e accogliere i doni della sua grazia, visitare e rimanere accanto di chi è afflitto, affranto e in lutto per donare la consolazione che viene da Dio. Ecco, tutto questo è la missione che ci attende. Riguarda e coinvolge tutti i credenti nella Chiesa, ma a noi sacerdoti è chiesto di esserne gli animatori convinti e appassionati.

Anche nella Chiesa di oggi gli occhi di molti sono fissi su di noi, preti e vescovi, e attendono di vedere segni concreti e autentici di Vangelo. Anch’io come vescovo sento molto questa responsabilità e vedo con timore i miei limiti, da solo poco potrei fare senza l’apporto di una autentica comunione e di una vera collaborazione con voi fratelli preti. Ve lo chiedo oggi con tutto il cuore, mentre rinnoviamo le promesse sacerdotali: viviamo questo enorme dono e questa grande chiamata che il Signore ci ha rivolto sentendoci tutti uniti e profondamente solidali nella missione di servire la Chiesa nelle nostre Chiese. È il Signore che ci ha messo insieme, non ci siamo scelti, perché non è nostro il sacerdozio, ne tanto meno la missione che c’è da compiere, ma lui ci ha scelti, chiamati e mandati. Non siamo liberi professionisti, ne artigiani solitari, ma solo lavoratori dipendenti nella vigna del Signore. Allora condividiamo con gioia ed entusiasmo il progetto missionario che è stato affidato alle nostre mani. Fatichiamo insieme perché il Vangelo raggiunga più cuori possibili. Remiamo tutti verso la stessa direzione, perché la barca di Pietro possa affrontare le tempeste della storia e navigare sicura verso la riva che ci attende. Mettiamo in sinergia i nostri doni personali, per il bene di tutti, senza timori e gelosie, senza ristrutturare vecchi confini, ma inaugurando strade nuove. Evitiamo, per amore dei fratelli, e rispetto della comunione, inutili giudizi che allontanano, senza tentare le vie del dialogo e imparare sempre e di nuovo lo stile dell’umiltà. Ripensiamo insieme anche il nostro modo di essere preti e parroci perché il ministero sia fonte di gioia e di consolazione per tutti noi, superando quelle difficoltà che il tempo ci presenta. Nessuno si deve sentire solo o abbandonato nel suo essere prete, ma solo aiutandoci insieme, amandoci gli uni gli altri, come dice il Vangelo, possiamo vivere davvero la fraternità presbiterale in cui il Signore ci ha costituiti. E riconosciamo onestamente e con semplicità che per crescere in questa testimonianza abbiamo anche bisogno dell’esempio e del sostegno dei nostri fratelli e sorelle di battesimo, specie di chi vive nella fede l’amore coniugale, l’autorità genitoriale e la responsabilità di una famiglia. Con loro, prima di tutto, possiamo crescere nella corresponsabilità ecclesiale.

Ancora una volta affidiamo alla misericordia di Dio le nostre vite, i propositi per il nostro cammino e i desideri del nostro cuore, e lo facciamo insieme nella preghiera della Chiesa e con le parole della Scrittura: Grazia a voi e pace da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra. A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen”.

Processione del Cristo Morto a Città di Castello: una notte di fede, storia e comunità

Con la Messa Crismale del Mercoledì Santo, la comunità entra nel cuore della Settimana Santa, avviandosi verso il Triduo pasquale, il momento più intenso dell’anno liturgico. Nella cattedrale tifernate si rinnova un cammino di fede che culmina nel Venerdì Santo con uno dei riti più attesi e identitari: la Processione del Cristo Morto, una tradizione che da oltre otto secoli attraversa la storia e la spiritualità della città.

Il programma della Settimana Santa tifernate

Le celebrazioni si susseguono con solennità. Dopo la benedizione degli oli santi e il rinnovo delle promesse sacerdotali, il vescovo Luciano Paolucci Bedini presiede la Messa nella Cena del Signore il Giovedì Santo, mentre il giorno successivo la liturgia della Passione prepara i fedeli a vivere il momento più suggestivo e partecipato dell’intera settimana.

La Processione del Cristo Morto: luoghi e itinerario

È nella notte del Venerdì Santo che Città di Castello si trasforma. Le luci del centro storico si spengono e le vie si fanno silenziose, quasi sospese. Alle ore 21.30, dalla chiesa di Santa Maria Maggiore, prende avvio la Processione del Cristo Morto e della Madonna Addolorata. Il corteo attraversa corso Vittorio Emanuele, piazza Matteotti e corso Cavour, fino a raggiungere piazza Gabriotti, dove si conclude con la benedizione davanti alla cattedrale.

Le radici millenarie della Confraternita

Il cuore della processione è rappresentato dalle Confraternite del Buon Consiglio e di Santo Spirito, custodi di una tradizione che affonda le radici nel Medioevo. I confratelli avanzano lentamente, accompagnando il simulacro del Cristo deposto e quello della Vergine addolorata, mentre le torce accese disegnano nell’oscurità una scena carica di emozione, quella che a Città di Castello viene evocata come “foco vivo”. È un’immagine potente, che restituisce il senso profondo di una comunità raccolta attorno al mistero della Passione.

Fede, memoria e comunità

La processione non è soltanto un rito religioso, ma il riflesso di una storia lunga e stratificata. Le confraternite, infatti, nacquero come aggregazioni penitenziali e svolsero per secoli un ruolo fondamentale nella vita civile: erano loro a occuparsi della sepoltura dei defunti, soprattutto nei momenti più difficili segnati da guerre, epidemie e calamità. Un servizio svolto per carità cristiana, che ha contribuito a costruire il tessuto sociale della città.

Tra le più antiche realtà confraternali italiane, quella del Buon Consiglio custodisce una memoria millenaria, raccontata anche nel volume “Disciplinati per l’eternità” di Mario Lepri. Un’opera che restituisce il valore umano e spirituale di uomini che, nei secoli, hanno operato nel silenzio per il bene della comunità, lasciando un’eredità ancora oggi viva.

Una tradizione che si rinnova

La processione si rinnova arricchendosi anche di elementi che riportano a tradizioni e consuetudini precedenti, come il ritorno dei tamburini dei balestrieri tifernati, segno di un legame profondo tra storia, fede e identità cittadina. E come sempre, il Cristo Morto viene condotto dalla sede del Buon Consiglio in via del Popolo fino a Santa Maria Maggiore, in un gesto che unisce passato e presente.

Come sempre, oltre alle due confraternite, la tradizione coinvolge anche Banda musicale tifernate e Corale “Abbatini”, autorità civili e militari, con l’assistenza di Croce bianca, Protezione civile e Associazione Carabinieri.

Nel silenzio della notte del Venerdì Santo, tra il suono cadenzato dei passi e la luce tremolante delle torce, la Processione del Cristo Morto continua così a raccontare l’anima di Città di Castello. Un evento che va oltre la tradizione e diventa esperienza condivisa, memoria viva e segno tangibile di una fede che attraversa i secoli.

Settimana Santa: il cammino delle comunità diocesane con il vescovo Luciano

Le Chiese diocesane di Gubbio e di Città di Castello si preparano a vivere i giorni più intensi e significativi dell’anno liturgico, cuore pulsante della fede cristiana: la Settimana Santa. Un tempo sacro, denso di memoria e di simboli, che conduce i fedeli attraverso il mistero della Passione, Morte e Risurrezione di Cristo, fino alla luce gioiosa della Pasqua.

In questo itinerario spirituale, il vescovo Luciano Paolucci Bedini accompagnerà le comunità delle due diocesi umbre con la sua presenza e la sua parola, presiedendo le principali celebrazioni che scandiscono i giorni santi.

La Domenica delle Palme e della Passione

Il cammino prenderà avvio domenica 29 marzo, con la celebrazione della Domenica delle Palme e della Passione del Signore: alle ore 11 è prevista la processione dalla chiesa di Santa Croce della Foce alla chiesa di San Domenico, segno dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme e apertura solenne della Settimana Santa.

Momento particolarmente significativo sarà il Mercoledì Santo, primo aprile, quando alle ore 17.30, nella cattedrale di Città di Castello, il vescovo presiederà la Messa Crismale. Durante la celebrazione saranno benedetti gli oli santi e i sacerdoti rinnoveranno le promesse della loro ordinazione, in un forte segno di comunione ecclesiale.

Giovedì, l’avvio del Triduo Pasquale

Il Giovedì Santo, 2 aprile, alle ore 18.30, sempre nella cattedrale tifernate, si terrà la Celebrazione nella Cena del Signore, che ricorda l’istituzione dell’Eucaristia e del sacerdozio ministeriale, aprendo il Triduo Pasquale.

Il giorno seguente, Venerdì Santo, 3 aprile, sarà dedicato alla memoria della Passione del Signore: alle ore 15, nella chiesa di San Giovanni a Gubbio, il vescovo presiederà l’azione liturgica della Passione, mentre alle ore 19 le vie della città faranno da cornice alla tradizionale e suggestiva Processione del Cristo morto.

La gioia della Pasqua di Resurrezione

Il cuore della fede cristiana troverà il suo vertice nella Veglia Pasquale nella Notte Santa, sabato 4 aprile alle ore 23 nella cattedrale di Gubbio: una liturgia ricca di segni, che dalla luce del fuoco nuovo conduce all’annuncio della Risurrezione.

La gioia pasquale proseguirà domenica 5 aprile, con la celebrazione della Pasqua del Signore alle ore 10.30 nella cattedrale di Città di Castello.

A Montone, la donazione della Santa Spina

Infine, lunedì 6 aprile, memoria del Lunedì dell’Angelo, il vescovo presiederà alle ore 10.30 a Montone la celebrazione in memoria della donazione della Santa Spina, appuntamento particolarmente caro alla devozione del territorio.

Un calendario intenso che invita tutti i fedeli a partecipare e a lasciarsi coinvolgere in un cammino di fede, nella consapevolezza che, anche oggi, il mistero pasquale continua a parlare al cuore dell’uomo e a rinnovare la speranza delle comunità.

Le celebrazioni della Settimana Santa nelle parrocchie del centro

Le celebrazioni della Settimana Santa nella parrocchie dell’unità pastorale del centro tifernate

La Chiesa tifernate protagonista del podcast “Santi della porta accanto”

Il podcast “Santi della porta accanto” è un programma radiofonico settimanale di Radio Vaticana sui testimoni di fede e speranza delle diocesi italiane: sono presentati di volta in volta santi e beati, venerabili e servi di Dio, persone che hanno offerto la loro vita. Testimoni di fede e speranza delle diocesi italiane martiri e offerta della vita, santi e beati, venerabili e servi di Dio.
Alla Chiesa tifernate è stata dedicata la puntata del 22 marzo. Guidati dal conduttore don Andrea Vena, sono state raccolte le voci di:
don Andrea Czortek, Vicario generale,  per la presentazione della storia e dei santi della nostra diocesi; Angelica Lombardo per la presentazione di Santa Margherita di Città di Castello;
Madre Anna Paola Venditti per la presentazione  il beato Liviero Carlo.
Per ascoltare la puntata intera: clicca qui.

 

 

Festival Biblico 2026 a Città di Castello: tre appuntamenti per riflettere sul “potere del limite”

Ci sarà anche la Diocesi di Città di Castello tra le protagoniste della ventiduesima edizione del Festival Biblico, l’iniziativa promossa dalla Diocesi di Vicenza e dalla Società San Paolo che, dal 9 aprile al primo giugno 2026, coinvolgerà numerose città italiane.

Per la prima volta, infatti, anche il territorio tifernate ha scelto di aderire alla proposta culturale e spirituale, con il patrocinio della Fondazione Festival Biblico di Vicenza, proponendo un programma articolato in tre appuntamenti di rilievo religioso, sociale e artistico.

Il tema 2026: il limite come spazio di libertà e relazione

Al centro dell’edizione 2026 il tema “Il potere del limite”, una provocazione quanto mai attuale in un tempo che tende a rimuovere o mascherare la fragilità, percependola esclusivamente come ostacolo.

Il Festival invita invece a riscoprire il limite come luogo generativo, capace di aprire alla libertà, alla verità e all’incontro. Non solo segno della finitezza umana, dunque, ma condizione che rende possibile la relazione con l’altro: proprio nell’accettazione di non bastare a se stessi affondano le radici dell’etica e della responsabilità.

Un dialogo su povertà, carcere e fragilità sociali

Il primo appuntamento è in programma sabato 11 aprile alle ore 16:30 nella Sala del Consiglio comunale, con un dialogo dal titolo “Disuguaglianze, povertà, disagio, carcere: quali azioni per umanizzare la società”.

Ad aprire l’incontro saranno il vescovo di Città di Castello, mons. Luciano Paolucci Bedini, e il sindaco Luca Secondi. A confrontarsi, in un format dialogico pensato per mettere in relazione esperienze e sensibilità diverse, saranno don Marco Briziarelli, delegato regionale delle Caritas dell’Umbria, e il senatore Valter Verini, segretario della Commissione Giustizia del Senato.

Al centro del confronto, le grandi questioni legate alle fragilità sociali e alle possibili risposte per una società più giusta e inclusiva.

La meditazione biblica: quando il potere diventa servizio

Il secondo appuntamento, venerdì 17 aprile alle ore 21 all’Auditorium San Giovanni Decollato, sarà dedicato a una meditazione biblica dal titolo “Quando il potere si fa cura”.

A guidarla sarà la professoressa Adriana Valerio, storica della Chiesa e teologa, che offrirà una rilettura del concetto di potere alla luce del Vangelo. In questa prospettiva, il potere smette di essere dominio e controllo per diventare servizio e responsabilità, capace di farsi carico della fragilità altrui e di trovare proprio nella cura la sua espressione più autentica.

Musica e spiritualità nel segno di San Francesco

Domenica 19 aprile alle ore 17, al Santuario della Madonna delle Grazie, il Festival si concluderà con un evento artistico-musicale dal titolo “Francesco, dall’infinitamente piccolo al dono più grande”, realizzato in collaborazione con il Fec – Fondo edifici di culto.

L’iniziativa si inserisce nel cammino dell’ottavo centenario del Transito di san Francesco d’Assisi (1226-2026) e propone una riflessione sulla figura del Poverello attraverso il linguaggio universale della musica.

Protagoniste saranno la Schola Cantorum “Giovanni Medici”, la corale “Braccio Fortebraccio” di Montone e la scuola comunale di musica “Giacomo Puccini”.

Un’occasione di confronto per la comunità

Il Festival Biblico rappresenta per Città di Castello un’importante occasione di confronto e crescita, capace di coniugare dimensione spirituale e vita quotidiana.

Partendo dalle Sacre Scritture, gli appuntamenti proposti intendono offrire chiavi di lettura per interpretare il presente, ricordando che: “l’umano non si misura dalla potenza, ma dalla capacità di dare senso al proprio essere finito”.

Per informazioni sul programma generale e sulle altre città coinvolte è possibile consultare il sito ufficiale www.festivalbiblico.it.

La locandina degli appuntamenti della Chiesa tifernate per il Festival Biblico 2026