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Mons. Accrocca a Città di Castello: "Non è il testo di un uomo arrabbiato, ma di un uomo fedele alla chiamata ricevuta da Dio"

Il Testamento di san Francesco, l’eredità più scomoda e più viva del Poverello

Nella chiesa di San Francesco a Città di Castello, per il ciclo di iniziative promosso dalla diocesi nell’ambito delle celebrazioni per l’Ottavo Centenario del transito di san Francesco d’Assisi, mons. Felice Accrocca, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, tra i più autorevoli studiosi del francescanesimo, ha guidato il pubblico in una approfondita lettura del Testamento di san Francesco, uno dei documenti più importanti lasciati dal Santo negli ultimi mesi della sua vita. A introdurre l’incontro sono stati don Andrea Czortek e il vescovo di Città di Castello, mons. Luciano Paolucci Bedini, che hanno sottolineato il valore del percorso francescano proposto in diocesi durante l’anno dedicato al centenario della morte del Poverello.

Un testo che ha attraversato otto secoli di dibattiti

Fin dalle prime battute, mons. Accrocca ha definito il Testamento un «testo problematico», capace di generare nei secoli discussioni, interpretazioni e perfino conflitti all’interno della famiglia francescana. «Tutti i grandi movimenti di riforma si sono richiamati al Testamento», ha spiegato il relatore, ricordando come dagli Spirituali medievali fino ai Cappuccini e ai numerosi gruppi riformatori successivi, molti abbiano visto in quelle pagine il punto di riferimento per un ritorno alle origini. Secondo il vescovo-studioso, Francesco era perfettamente consapevole della forza dirompente delle sue parole. Non si tratta infatti di un semplice ricordo spirituale, ma di un documento che contiene indicazioni precise e richiami severi rivolti ai frati.

Le ultime settimane di vita e la nascita del Testamento

Accrocca ha collocato la stesura del testo nelle ultime settimane della vita del Santo, probabilmente mentre si trovava nel palazzo vescovile di Assisi, ormai gravemente malato. «Fisicamente non c’era rimasto quasi più niente – ha osservato – ma il cervello c’era tutto». Cieco, debilitato da anni di sofferenze e consapevole della morte imminente, Francesco dettò il suo Testamento in un clima tutt’altro che sereno. Attorno a lui si consumavano infatti tensioni sia all’interno dell’Ordine sia nella città di Assisi, dove si temeva perfino che il suo corpo potesse essere portato altrove dopo la morte. Un contesto umano difficile che rende ancora più significativo il contenuto del documento.

L’incontro con i lebbrosi, vera svolta della conversione

Uno dei passaggi più significativi della conferenza ha riguardato il racconto della conversione di Francesco. Nell’immaginario comune il momento decisivo coincide con l’incontro con il Crocifisso di San Damiano. Il Testamento, invece, racconta altro. «Il momento decisivo è stato l’incontro con il dolore degli uomini», ha spiegato Accrocca. Per Francesco il cambiamento nasce dall’incontro con i lebbrosi. Non un episodio isolato, ma una vera esperienza di vita che trasforma il suo modo di guardare il mondo. Ciò che prima gli appariva insopportabile diventa fonte di gioia e di misericordia. È in quella stagione, segnata anche dalla sua personale fragilità dopo la prigionia e la malattia, che il giovane assisano comprende una verità nuova: la sofferenza degli altri non è qualcosa da evitare, ma un luogo nel quale Dio si manifesta.

La fedeltà alla Chiesa e ai sacerdoti

Un altro tema centrale affrontato dal relatore riguarda il rapporto di Francesco con la Chiesa istituzionale. Nel Testamento il Santo ribadisce la propria fiducia nei sacerdoti e nella Chiesa romana. Per mons. Accrocca non si tratta principalmente di una presa di distanza dagli eretici del tempo, come spesso è stato sostenuto dagli studiosi, ma di un richiamo rivolto ai suoi stessi frati. Molti di loro desideravano infatti ottenere maggiori autonomie pastorali e una più ampia libertà di predicazione. Francesco, invece, insiste sulla necessità di rimanere in comunione con i pastori della Chiesa. La sua ispirazione evangelica, ha spiegato il relatore, non si trasforma mai in contrapposizione all’autorità ecclesiale: «Dio gli rivela la forma del Vangelo, ma lui la sottopone sempre alla conferma della Chiesa».

Il lavoro, la povertà e le tensioni nell’Ordine

La seconda parte del Testamento assume un tono decisamente diverso. Dopo il racconto delle origini, Francesco passa alle raccomandazioni e agli ammonimenti. Qui emergono le sue preoccupazioni per alcune trasformazioni che stanno interessando l’Ordine. Tra i temi più cari al Santo vi sono il lavoro manuale, la povertà concreta e la semplicità delle origini. «Io voglio lavorare», scrive Francesco ormai prossimo alla morte, in un’affermazione che Accrocca ha definito volutamente forte e simbolica.

Il Santo insiste anche sul rifiuto di privilegi e richieste particolari alla Curia romana, invitando i frati ad accogliere con umiltà eventuali incomprensioni e persecuzioni. «È un testo di lotta», ha osservato il relatore, nel quale emerge con chiarezza il dissenso di Francesco verso alcune evoluzioni che stavano già modificando il volto della fraternità.

Non un uomo arrabbiato, ma un uomo fedele

Nella parte conclusiva della conferenza mons. Accrocca ha invitato a non interpretare il Testamento come lo sfogo di un uomo amareggiato. «Non è il testo di un uomo arrabbiato. È il testo di un uomo che sente di essere fedele a una chiamata ricevuta da Dio», ha detto. A sostegno di questa lettura, il vescovo ha ricordato gli ultimi giorni del Santo: il completamento del Cantico delle Creature con la strofa dedicata a “sorella morte”, il desiderio di ascoltare continuamente le lodi di Dio, l’attenzione agli altri anche nelle ore estreme della vita.

Particolarmente toccante il ricordo di Francesco che, vedendo i mostaccioli portati alla Porziuncola da frate Jacopa, pensa immediatamente a frate Bernardo e desidera condividerli con lui. «Accolse la morte cantando», scrive Tommaso da Celano. Un’immagine che, secondo Accrocca, sintetizza meglio di ogni altra la statura spirituale del Poverello.

Le domande che il Testamento pone ancora oggi

L’incontro si è concluso con un invito a leggere il Testamento non come un documento del passato, ma come una provocazione ancora attuale. Come vivo la mia fragilità? Quale rapporto ho con gli altri e con la Chiesa? Il Vangelo è davvero il criterio fondamentale della mia vita? Sono alcune delle domande che emergono dalle pagine lasciate da Francesco.

«Le domande sono infinite», ha concluso il vescovo di Assisi. Ed è forse proprio questa la forza del Testamento: continuare, dopo ottocento anni, a interrogare la coscienza dei credenti e a mantenere viva quella tensione evangelica che san Francesco ha consegnato alla Chiesa come sua più autentica eredità.

Città di Castello: conferenza sul Testamento di san Francesco con il vescovo Felice Accrocca

Proseguono a Città di Castello le iniziative promosse per l’ottavo centenario del transito di san Francesco d’Assisi (1226-2026). Giovedì 18 giugno, alle ore 21, la chiesa di San Francesco ospiterà una conferenza dedicata al Testamento di San Francesco, uno dei testi più importanti e spiritualmente più intensi lasciati dal Poverello di Assisi.

Relatore della serata sarà il vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, mons. Felice Accrocca, tra i maggiori studiosi contemporanei della figura e della spiritualità francescana.

Un testo che custodisce l’eredità spirituale del Santo

Il Testamento rappresenta una sorta di sintesi dell’esperienza umana e spirituale di Francesco. Scritto negli ultimi mesi della sua vita, il documento ripercorre alcuni passaggi decisivi della sua conversione e contiene le ultime raccomandazioni rivolte ai frati.

Tra i temi che emergono con maggiore forza vi sono l’incontro con i lebbrosi, la fedeltà radicale al Vangelo, l’amore per la povertà, il rispetto per l’Eucaristia, la fiducia nei sacerdoti e la comunione con la Chiesa. Non manca inoltre la benedizione finale, che esprime tutta la tenerezza e la paternità spirituale del Santo verso i suoi fratelli.

La conferenza offrirà l’occasione per rileggere questo testo fondamentale alla luce delle sfide del presente, evidenziandone la sorprendente attualità per la vita della Chiesa e della società.

Accrocca, storico e studioso del francescanesimo

Il vescovo di Assisi e di Foligno, mons. Felice Accrocca

La scelta del relatore si inserisce nel desiderio di affidare l’approfondimento a una delle voci più autorevoli nel campo degli studi francescani. Nato a Cori, in provincia di Latina, il 2 dicembre 1959, mons. Accrocca ha compiuto un percorso accademico che unisce la formazione teologica a quella storica e letteraria.

Dopo gli studi presso il Pontificio Collegio Leoniano di Anagni, ha conseguito la laurea in Lettere all’Università “La Sapienza” di Roma e il dottorato in Storia ecclesiastica alla Pontificia Università Gregoriana, dove ha poi insegnato Storia della Chiesa medievale.

Nel corso degli anni ha affiancato all’impegno pastorale una intensa attività di ricerca scientifica, dedicando particolare attenzione alla figura di san Francesco e alle origini del movimento francescano. È autore di numerosi saggi e pubblicazioni che hanno contribuito a far conoscere con maggiore precisione storica il contesto nel quale maturò l’esperienza del Santo di Assisi.

Proprio l’approccio rigoroso dello storico, unito alla sensibilità del pastore, caratterizza il suo lavoro di approfondimento delle fonti francescane, consentendo di cogliere non solo il valore documentario dei testi, ma anche la loro ricchezza spirituale e il loro messaggio per l’uomo contemporaneo.

Un appuntamento aperto a tutti

L’incontro del 18 giugno si propone dunque come un’importante occasione di formazione e di riflessione, rivolta non soltanto ai fedeli, ma a tutti coloro che desiderano accostarsi alla figura di san Francesco attraverso una delle sue testimonianze più autentiche.

A ottocento anni dalla morte del Santo di Assisi, il Testamento continua infatti a interrogare credenti e non credenti, offrendo parole che parlano di conversione, fraternità, semplicità evangelica e ricerca del senso profondo della vita. In questo orizzonte si colloca la conferenza di mons. Accrocca, chiamato a guidare il pubblico nella scoperta di un testo che rappresenta ancora oggi uno dei vertici della spiritualità cristiana.

La locandina dell’incontro pubblico con il vescovo Accrocca sul tema del Testamento di san Francesco

L’8xmille restituisce nuova vita ai tesori dell’Archivio Storico e della Biblioteca Storti-Guerri

Nei giorni scorsi le funzionarie della Soprintendenza Archivistica e Bibliografica dell’Umbria hanno collaudato i lavori di restauro a documenti e libri dell’ Archivio storico e della Biblioteca Storti -Guerri. I restauri sono stati eseguiti presso il Laboratorio Memorie di Carta di Città di Castello grazie al contributo derivante dall’8×1000 destinato alla Chiesa Cattolica.

L’8xmille alla cultura: sostenere interventi concreti di tutela

Questo importante finanziamento rappresenta uno strumento fondamentale per la valorizzazione, la promozione e la conservazione dei beni culturali, consentendo di salvaguardare un patrimonio storico e documentario di grande valore e di renderlo sempre più accessibile alle comunità e agli studiosi. Attraverso le risorse dell’8×1000, infatti, è possibile sostenere interventi concreti di tutela che garantiscono la trasmissione della memoria e dell’identità culturale alle future generazioni.

I documenti e i libri oggetto del restauro

Tra i materiali oggetto dell’intervento figurano alcuni documenti di particolare interesse storico e archivistico. È stato infatti possibile restaurare il registro del vescovo Costantino Bonelli (1560-1572), che partecipò attivamente al Concilio di Trento; una visita pastorale risalente tra il XVII e il XVIII secolo; il manoscritto “Genealogia e araldica” di Luigi Andreocci, impreziosito da numerosi alberi genealogici; e due registri dei battesimi della Cattedrale datati tra il 1693 e il 1716.

Il registro del vescovo Costantino Bonelli

Il registro versava in condizioni di conservazione critiche: la coperta era fortemente danneggiata, con parti mancanti e deformazioni strutturali, mentre le carte interne presentavano segni di usura, macchie dovute all’umidità e fenomeni di deterioramento causati dall’invecchiamento degli inchiostri. L’intervento di restauro ha consentito di mettere in sicurezza il volume, preservandone l’integrità materiale e garantendone la consultazione per studiosi e ricercatori. Il recupero di questo importante documento rappresenta un contributo concreto alla tutela della memoria storica della diocesi e del territorio, permettendo di conservare una testimonianza della vita religiosa e istituzionale del Cinquecento.

Il documento manoscritto di Luigi Andreocci

Il manoscritto “Genealogia araldica” di Luigi Andreocci (circa 1750-1800) è un registro cartaceo di grande interesse per la storia locale, contenente dettagliati alberi genealogici delle principali famiglie di Città di Castello. Nonostante la sua importanza, il volume versava in pessime condizioni: la coperta era consumata, le carte ossidate e fragili, con numerose lacerazioni e perdite di porzioni di testo. Il restauro ha permesso di riportare il manoscritto alla piena leggibilità e sicurezza: le pagine sono state pulite, consolidate, deacidificate e, dove necessario, ricomposte con carta giapponese. Anche la coperta è stata restaurata

garantendo così la conservazione del patrimonio grafico e genealogico contenuto al suo interno.

La Visita Pastorale di Mons. Eustachi

Tra i documenti restaurati figura anche la Visita Pastorale di Mons. Eustachi, redatta tra il 1693 e il 1715. Si tratta di una preziosa testimonianza della vita religiosa e amministrativa della diocesi tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, utile per ricostruire la storia delle parrocchie, delle comunità e del territorio. Il registro si trovava in condizioni di forte degrado: gran parte delle pagine era stata danneggiata dall’acidità degli inchiostri, che nel tempo aveva reso la carta fragile e in alcuni punti perforata. L’intervento di restauro ha permesso di pulire, consolidare e mettere in sicurezza il volume, recuperandone la leggibilità e garantendone la conservazione nel tempo.

I registri dei Battesimi

Anche alcuni Registri dei Battesimi della Cattedrale dei Santi Florido e Amanzio, relativi agli anni 1693-1704, fanno parte dei documenti oggetto dell’intervento. Si tratta di una fonte di straordinario valore storico e genealogico, che conserva le registrazioni dei battesimi celebrati nella cattedrale e rappresenta una preziosa testimonianza della vita della comunità cittadina. l volumi presentavano gravi danni soprattutto alla legatura e alla coperta in pelle, fortemente deteriorate dal tempo, mentre le carte interne conservavano ancora una discreta leggibilità, pur mostrando segni di usura e fragilità. L’intervento di restauro ha consentito di consolidare la struttura dei registro, recuperare la coperta originale e mettere in sicurezza le pagine più danneggiate, garantendo la conservazione e la consultazione futura del documento.

 

 

 

Corpus Domini, domenica 7 giugno la celebrazione della Chiesa tifernate

È uno dei momenti più significativi dell’anno liturgico: la celebrazione del Corpus Domini, che la Chiesa tifernate fa domenica 7 giugno 2026.  La solennità del Corpus Domini rappresenta un momento particolarmente sentito dalla comunità cristiana, occasione per rinnovare la devozione verso l’Eucaristia e testimoniare pubblicamente la presenza di Cristo nella vita della Chiesa. Anche quest’anno la diocesi tifernate si ritroverà in preghiera per vivere insieme una giornata di fede, comunione e partecipazione.

Il programma della giornata

L’appuntamento riunirà fedeli, sacerdoti e rappresentanti delle comunità parrocchiali del territorio per rendere pubblica testimonianza della fede nel sacramento dell’Eucaristia. Il programma della giornata prenderà avvio alle ore 10.30 con la celebrazione eucaristica nella cattedrale dei Santi Florido e Amanzio, celebrata dal vicario don Andrea Czortek.

L’itinerario delle processione

Al termine della celebrazione è prevista la tradizionale processione eucaristica che attraverserà il centro cittadino. Il percorso interesserà piazza Gabriotti, via della Pendinella, via San Florido, via Marconi, corso Vittorio Emanuele II, piazza Matteotti, corso Cavour e nuovamente piazza Gabriotti. Dopo il momento di preghiera e di testimonianza pubblica della fede, la mattinata si concluderà con la benedizione solenne e l’affidamento della città e i suoi abitanti alla protezione del Signore. La celebrazione del Corpus Domini si conferma così un’importante occasione per rafforzare il senso di appartenenza alla comunità ecclesiale e rinnovare, attraverso la preghiera e la testimonianza pubblica, il legame di fede che unisce i fedeli del territorio.

Pietralunga: Pieve de’ Saddi, tanti i fedeli alla festa di san Crescenziano

Fede, memoria e tradizione si sono intrecciate anche quest’anno nel pomeriggio del 2 giugno a Pieve de’ Saddi, dove centinaia di persone hanno partecipato alla festa dedicata a san Crescenziano, martire romano ed evangelizzatore dell’Alta Valle del Tevere.

La storica pieve, considerata dalla tradizione il luogo del martirio e della prima sepoltura del santo, ha accolto fedeli provenienti da tutta la diocesi di Città di Castello e anche dalla vicina diocesi di Gubbio, confermando il forte legame che ancora oggi unisce le comunità attorno alla figura di uno dei primi annunciatori del Vangelo in questo territorio.

La celebrazione si è aperta sul sagrato della chiesa con un momento particolarmente significativo. Il vescovo Luciano Paolucci Bedini ha infatti benedetto le antiche campane recentemente restaurate, tornate a nuova vita dopo un accurato intervento conservativo. Contestualmente è stata benedetta e ricollocata la croce sulla sommità del campanile, segno visibile della presenza cristiana che da secoli caratterizza questo luogo di fede e di accoglienza.

Al suono delle campane restaurate e sulle note del Gloria, l’assemblea si è poi avviata processionalmente all’interno della basilica per la celebrazione eucaristica, animata dal coro di Pietralunga.

La testimonianza dei martiri

Nel corso dell’omelia il vescovo Luciano ha invitato i presenti a riscoprire l’attualità della testimonianza dei martiri, sottolineando come la loro vita e la loro morte rappresentino ancora oggi una guida per i cristiani.

«La vita e la morte dei martiri sono preziose – ha affermato – perché la loro morte suggella la verità della loro fede e garantisce l’autenticità della loro testimonianza». Un riferimento particolarmente significativo proprio a Pieve de’ Saddi, luogo dal quale, attraverso la predicazione di san Crescenziano e dei suoi compagni, il Vangelo si diffuse nei primi secoli in tutta la valle.

Richiamando anche la coincidenza con la Festa della Repubblica, il vescovo Luciano ha ricordato come ogni comunità custodisca la memoria di quanti hanno donato la propria vita per valori fondamentali. «I martiri ci dicono che la fede non è una componente accessoria dell’esistenza, ma qualcosa che coinvolge tutta la vita», ha spiegato.

Secondo il mons. Paolucci Bedini, la testimonianza di san Crescenziano continua a ricordare ai credenti che la fede è il fondamento dell’identità personale, illumina le scelte quotidiane e apre alla speranza della vita eterna. «I santi e i martiri – ha concluso don Luciano – ci testimoniano che vale la pena vivere la nostra vita come Dio la pensa».

Un patrono per la comunità

Alla celebrazione era presente anche il sindaco di Pietralunga, Francesco Rizzuti. Una presenza che ha assunto un significato particolare alla luce del decreto emanato nel 2018 dal vescovo Domenico Cancian, con il quale san Crescenziano è stato riconosciuto patrono secondario sia della comunità ecclesiale sia della società civile pietralunghese.

Al termine della Messa si è svolto uno dei momenti più attesi e sentiti della giornata: la deposizione del tradizionale cerchiello-reliquiario di san Crescenziano sul capo dei fedeli. Un gesto antico, tramandato nel tempo, che ha permesso a centinaia di persone di vivere un momento di preghiera e devozione personale.

La festa si è quindi conclusa con un momento di fraternità e condivisione, mentre le campane appena restaurate tornavano a risuonare sulla vallata, quasi a rinnovare il messaggio che da oltre diciassette secoli accompagna la storia di queste terre: la fede vissuta con coerenza continua a generare speranza, comunità e futuro.

Lunga notte delle chiese: a San Domenico, una serata di fede e d’arte

L’associazione tifernate “Chiese Storiche” aderisce anche quest’anno a “La lunga notte delle chiese”, l’iniziativa culturale e spirituale promossa a livello nazionale dall’associazione BellunoLaNotte.com con il patrocinio del Pontificio Dicastero per la Cultura e l’Educazione. A Città di Castello l’appuntamento è fissato per venerdì 5 giugno alle ore 20.45 nella chiesa e nel chiostro di San Domenico, in occasione di un anniversario particolarmente significativo: i seicento anni dalla dedicazione dell’edificio sacro. Il tema scelto per l’edizione tifernate – “Luogo della comunità: fede, bellezza, memoria” – intende richiamare il valore della chiesa di San Domenico come spazio che, lungo i secoli, ha custodito non soltanto opere d’arte e testimonianze storiche, ma anche la vita spirituale e comunitaria della città. Un luogo capace ancora oggi di parlare attraverso il patrimonio artistico, la musica e la riflessione culturale.

Gli interventi in programma

La serata si aprirà con il saluto del presidente dell’associazione, Paolo Bocci, per poi svilupparsi attraverso tre momenti di approfondimento dedicati alla storia e all’identità del complesso domenicano. Il vicario della diocesi tifernate, don Andrea Czortek, proporrà un intervento sull’Ordine domenicano e sulla figura di santa Margherita; l’ingegnere Giovanni Cangi ripercorrerà invece le vicende storiche della chiesa e del convento. Sarà affidato alla dottoressa Silvia Palazzi, infine, il confronto artistico tra la “Crocifissione Gavari” di Raffaello Sanzio e la “Pala di Monte Ripido” di Pietro Perugino, in un dialogo tra due grandi protagonisti del Rinascimento umbro.

La locandina dell’iniziativa tifernate per “La lunga notte delle chiese” 2026

Arte e musica in dialogo

Accanto agli interventi culturali, ampio spazio sarà riservato anche alla musica. La Scuola comunale di musica “Giacomo Puccini”, insieme al maestro Ezio Monti, eseguirà “O Lumen Ode a san Domenico”, brano originale composto appositamente per celebrare il seicentenario della dedicazione della chiesa. In programma anche l’Adagio dal Concerto K. 622 di Mozart. La conclusione della serata si svolgerà nel chiostro con l’Ensemble vocale diretto da Sabrina Sannipoli, che interpreterà il canone medievale “Sommerkanon” e “Musica divines laude” di Paul Hindemith.

L’iniziativa si svolgerà in contemporanea con centinaia di altre chiese italiane aderenti alla manifestazione, nata per valorizzare i luoghi sacri come spazi di incontro, dialogo e condivisione. La partecipazione è aperta a tutti: credenti, appassionati d’arte, curiosi e quanti desiderano vivere un’esperienza di bellezza e riflessione in un contesto carico di storia e spiritualità. Per una sera, le chiese torneranno così a raccontarsi non soltanto come monumenti del passato, ma come luoghi vivi, capaci ancora di generare comunità e accoglienza. Informazioni e dettagli su www.chiesestoriche.it.

Pietralunga celebra san Crescenziano, martire ed evangelizzatore dell’Alta Valle del Tevere

La comunità di Pietralunga si prepara a vivere un importante momento di fede, memoria e comunione ecclesiale con le celebrazioni dedicate a san Crescenziano, martire romano ed evangelizzatore dell’Alta Valle del Tevere, la cui testimonianza continua ancora oggi a unire le Chiese di Città di Castello e Gubbio.

La festa del santo e la celebrazione presieduta dal vescovo Luciano

L’appuntamento è per martedì 2 giugno presso l’antica Pieve de’ Saddi, uno dei complessi religiosi più significativi dell’intera vallata, situato tra Pietralunga e Città di Castello. Secondo una tradizione secolare, proprio qui avvennero il martirio e la prima sepoltura del santo, rendendo questo luogo una delle culle della cristianità altotiberina e uno dei principali riferimenti spirituali per la diffusione del Vangelo nel territorio.

La basilica, caratterizzata da tre navate scandite da massicce colonne e da una suggestiva cripta sotterranea che la tradizione identifica con l’antica tomba del martire, conserva ancora oggi numerose testimonianze della sua lunga storia. Di particolare interesse è l’antico bassorilievo dell’VIII secolo che raffigura san Crescenziano nell’atto di sconfiggere il drago, episodio simbolico che richiama la vittoria della fede cristiana sulle paure e sulle superstizioni del mondo antico.

Le celebrazioni prenderanno il via alle ore 16 con la benedizione delle storiche campane recentemente restaurate e della croce ricollocata sul campanile della Pieve. Seguirà la Santa Messa presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini, nel giorno in cui la comunità ricorda il martirio di san Crescenziano e dei suoi compagni, primi annunciatori del Vangelo nell’Alta Valle del Tevere.

La locandina delle celebrazioni per san Crescenziano del 2 giugno 2026

Una devozione che unisce le Chiese di Città di Castello e Gubbio

La figura del santo continua a rappresentare un forte elemento di identità per numerose comunità del territorio. Il suo culto – in qualche caso con il nome di san Crescentino – è infatti diffuso nell’Altotevere, nell’Eugubino e nell’antica area urbinate, dove chiese e oratori custodiscono ancora oggi la memoria della sua testimonianza. Particolarmente significativo è il legame che unisce le diocesi di Città di Castello e Gubbio, entrambe accomunate dalla devozione verso il martire romano.

Pieve de’ Saddi e l’accoglienza lungo la Via di Francesco

La festa di san Crescenziano si inserisce inoltre in un momento particolarmente favorevole per la valorizzazione di Pieve de’ Saddi, attraversata dalla Via di Francesco, il cammino che collega La Verna ad Assisi e che, nell’anno dell’Ottavo Centenario della morte di san Francesco, sta richiamando migliaia di pellegrini provenienti dall’Italia e dall’estero. Da quasi sedici anni la comunità locale offre accoglienza ai viandanti attraverso l’ostello ricavato nella casa parrocchiale e grazie alla collaborazione con il vicino Rifugio Candeggio, punti di riferimento per quanti percorrono questo tratto dell’itinerario francescano.

L’ospitalità, offerta nello spirito della fraternità francescana, rappresenta uno dei segni più concreti della vitalità di questo luogo, che continua a essere non soltanto una preziosa testimonianza storica e artistica, ma anche uno spazio vivo di incontro, fede e accoglienza. Le antiche mura della Pieve, immerse nella natura dell’Appennino umbro, diventano così ogni giorno un punto di sosta e di ristoro per uomini e donne in cammino, alla ricerca di spiritualità, silenzio e condivisione.

Un invito alla partecipazione

Al termine della celebrazione, come da tradizione, seguirà un momento di fraternità con una merenda offerta a tutti i partecipanti.

L’invito è rivolto ai fedeli delle diocesi di Città di Castello e Gubbio, ai pellegrini della Via di Francesco e a tutti coloro che desiderano riscoprire le radici cristiane dell’Alta Valle del Tevere attraverso la figura di uno dei suoi santi più amati.

Città di Castello, la diocesi in festa per il beato Carlo Liviero

Una celebrazione partecipata e vissuta con intensità da bambini, religiose e fedeli ha segnato nella mattinata di venerdì 29 maggio la festa liturgica del beato Carlo Liviero, il vescovo che ha lasciato un’impronta profonda nella storia religiosa, educativa e sociale della Chiesa tifernate. Nella basilica cattedrale dei Santi Florido e Amanzio si sono ritrovate le Piccole Ancelle del Sacro Cuore, numerosi devoti e gli alunni delle scuole della congregazione provenienti da Città di Castello e dalla vicina Scheggia, nella diocesi di Gubbio. Sono stati proprio i bambini e i ragazzi ad animare i canti della liturgia, rendendo ancora più evidente quel legame tra il beato Liviero e il mondo dell’educazione che continua a caratterizzare l’opera della famiglia religiosa da lui fondata.

La celebrazione in cattedrale

La celebrazione eucaristica è stata presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini, che nell’omelia ha invitato a guardare alla figura del beato non soltanto come a una personalità del passato, ma come a un esempio ancora attuale di vita cristiana. Il vescovo ha ricordato come la memoria liturgica del beato sia legata al suo battesimo, celebrato il 30 maggio, sottolineando il valore di quel sacramento che «ci dona la vita di Dio e ci unisce completamente a Gesù».

Un pastore che ha segnato la storia della diocesi

Un richiamo non casuale, perché proprio dal battesimo prese avvio quel percorso umano e spirituale che avrebbe portato Carlo Liviero a diventare una delle figure più significative della storia della diocesi. Nato a Vicenza nel 1866 e nominato vescovo di Città di Castello da papa san Pio X nel 1910, Liviero dedicò il proprio ministero all’educazione dei giovani, alla cura dei più fragili, alla promozione delle opere sociali e all’annuncio del Vangelo, lasciando un’eredità che continua ancora oggi a portare frutto.

Ripercorrendo la sua vicenda umana e pastorale, mons. Luciano Paolucci Bedini ha evidenziato tre caratteristiche fondamentali della sua santità: l’amore per Cristo, la preghiera e la passione per l’annuncio del Vangelo. «Era innamorato di Gesù – ha ricordato –. Quella era la sorgente da cui veniva tutto il bello che c’è stato nella sua vita».

Il vescovo ha poi sottolineato come la preghiera abbia rappresentato una dimensione essenziale della sua esistenza, una forza silenziosa ma concreta attraverso la quale affidare a Dio le necessità delle persone e delle comunità. Allo stesso tempo ha ricordato il grande impegno del beato nell’insegnare e diffondere il Vangelo, convinto che le parole di Gesù fossero capaci di illuminare il significato della vita e di offrire a ciascuno la forza per affrontarla.

Le Piccole Ancelle del Sacro Cuore, l’opera più viva di Liviero

Il passaggio più ampio della riflessione è stato dedicato alla nascita delle Piccole Ancelle del Sacro Cuore, la congregazione fondata da Liviero nel 1915 e ancora oggi presente in diversi ambiti educativi, assistenziali e pastorali. Il vescovo ha definito questa intuizione «la cosa più bella» realizzata dal beato, spiegando come opere e strutture possano attraversare il tempo, ma una famiglia religiosa continui a custodire e trasmettere il carisma del fondatore attraverso le generazioni.

Rivolgendosi in particolare ai bambini presenti, Paolucci Bedini ha spiegato il significato stesso del nome scelto da Liviero per la congregazione. “Piccole” non per una questione di statura, ma perché chiamate a farsi vicine a tutti senza escludere nessuno; “ancelle” perché pronte a mettere la propria vita al servizio degli altri, sull’esempio di Maria; “del Sacro Cuore” perché radicate nell’amore di Gesù, sorgente da cui attingere per amare il prossimo.

La gioia che nasce dal dono di sé

Il cuore del messaggio consegnato ai fedeli è stato proprio questo: la vita cristiana trova la sua pienezza quando l’amore ricevuto da Dio diventa amore donato agli altri. «La nostra piena felicità sarà sempre quella di aiutare gli altri a essere pieni di gioia», ha concluso il vescovo.

Preghiera e devozione davanti alla tomba del beato

Al termine della celebrazione, il pellegrinaggio dei fedeli è proseguito nel duomo inferiore, dove è custodita l’urna del beato Carlo Liviero. Nella cripta della cattedrale, davanti alla sua tomba, canti e preghiere sono continuati in un clima di festa e gratitudine. Un momento semplice ma particolarmente sentito, che ha unito religiose, bambini, insegnanti e devoti nel ricordo di un pastore che ha segnato profondamente la vita della Chiesa tifernate e che continua ancora oggi a essere indicato come esempio di fede, carità e servizio.

Aperta nella chiesa di San Francesco la mostra del centenario

Nella chiesa di San Francesco a Città di Castello, si è aperta nel fine settimana la mostra “Io, Frate Francesco. 800 anni di una grande avventura”, inserita nel programma delle iniziative promosse dalla Diocesi tifernate per le celebrazioni dell’Ottavo Centenario dalla morte del santo di Assisi.

Una riflessione su “Francesco, alter Christus”

A partire dai temi centrali dell’esposizione – l’attualità del messaggio francescano, la radicalità della scelta evangelica e la profonda dimensione umana e spirituale del Poverello di Assisi – domenica 24 maggio si è tenuto l’incontro con padre Giuseppe Renda, frate minore francescano, guardiano e parroco della parrocchia di San Giovanni Battista agli Zoccolanti, che ha approfondito il tema “Francesco, alter Christus”.

Il vescovo Luciano Paolucci Bedini, ha aperto l’incontro con un breve saluto introduttivo, richiamando il significato dell’iniziativa nell’ambito del percorso celebrativo diocesano, dedicato all’Ottavo Centenario.

Il legame tra l’incontro e la mostra non si esaurisce nel tema comune dedicato a san Francesco, ma si fonda soprattutto su un medesimo approccio comunicativo e culturale: quello di raccontare il santo in modo semplice, immediato e accessibile, attraverso strumenti essenziali e linguaggi diversi, invitando a riscoprire la sua figura al di là delle immagini più consolidate e spesso idealizzate.

La figura del Santo assisano

Durante il suo intervento, padre Renda ha offerto ai presenti l’occasione di approfondire la figura di san Francesco oltre la dimensione storica, mettendone in luce la forza sempre attuale della testimonianza evangelica e proponendo una lettura originale e profondamente umana del santo, lontana da rappresentazioni stereotipate. È emerso così il volto di un uomo pienamente inserito nella quotidianità, segnato da fragilità, inquietudini e limiti, ma proprio per questo capace di parlare ancora oggi al cuore delle persone. Attraverso gesti essenziali e parole semplici, san Francesco continua infatti a indicare un cammino concreto fatto di amore per il prossimo, fraternità e fede vissuta nella vita di ogni giorno.

La mostra itinerante arriva a Città di Castello

In questa stessa prospettiva si colloca anche la mostra, realizzata con il patrocinio e il sostegno del Comitato nazionale per le celebrazioni dell’Ottavo Centenario della morte di san Francesco d’Assisi, ideata in occasione della 46ª edizione del Meeting per l’Amicizia fra i Popoli e curata dai Frati minori della Porziuncola assisana. Il percorso espositivo utilizza pannelli sintetici e contenuti essenziali per ripercorrere in modo chiaro e diretto le tappe fondamentali della vita del santo, favorendo un incontro immediato con la sua esperienza umana e spirituale. A disposizione dei visitatori un servizio di audio guide, pensato per accompagnare la fruizione della mostra e approfondire i contenuti in modo accessibile e coinvolgente.

La tappa tifernate si inserisce nel più ampio itinerario nazionale ed europeo della mostra itinerante, che nel corso del 2026 attraversa numerose città italiane ed europee, incontrando comunità e realtà ecclesiali diverse. La mostra è visitabile tutti i giorni dalle ore 9 alle ore 18, fino al 31 maggio. Il catalogo della mostra è disponibile presso il Museo diocesano.

Prossima iniziativa con mons. Accrocca

Il prossimo appuntamento nel calendario delle iniziative diocesane dedicate dell’Ottavo Centenario della morte di San Francesco d’Assisi, sarà il 18 giugno, con un incontro guidato da mons. Felice Accrocca, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno.

La Chiesa tifernate ricorda il beato Carlo Liviero

Venerdì 29 maggio la diocesi tifernate, insieme alle Piccole Ancelle del Sacro Cuore, ricorda la festa liturgica del beato Carlo Liviero, figura che ha segnato profondamente la storia religiosa e sociale del territorio.

Il programma delle celebrazioni

Le  celebrazioni si svolgeranno nella Basilica Cattedrale e si apriranno con il triduo di preparazione in programma il 26, 27 e 28 maggio alle ore 18.30. Venerdì 29 maggio alle ore 10 si terrà la celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini e animata dagli alunni della Scuola Sacro Cuore. Al termine della funzione i fedeli potranno rendere omaggio all’urna del beato Carlo Liviero, conservata nel Duomo inferiore della Basilica Cattedrale.

Le prime esperienze

Nato a Vicenza in una famiglia semplice e profondamente cristiana, Carlo Liviero fu ordinato sacerdote nel 1888 a Padova. Fin dagli inizi del ministero mostrò una particolare attenzione ai bisogni concreti della popolazione, distinguendosi per opere educative e sociali rivolte ai giovani e alle famiglie. Dopo le esperienze pastorali nelle parrocchie di Gallio e Agna, nel 1910 papa Pio X lo nominò vescovo di Città di Castello.

A servizio della Diocesi

Nella diocesi tifernate sviluppò una intensa attività pastorale fondata su due pilastri: l’amore a Cristo e il servizio ai più poveri. Fondò il settimanale cattolico “Voce di Popolo”, promosse scuole, biblioteche e opere assistenziali, intuendo anche il valore dei nuovi mezzi di comunicazione. Tra le iniziative più significative vi furono l’Ospizio Sacro Cuore per gli orfani di guerra e la colonia marina di Pesaro dedicata ai ragazzi più fragili. Nel 1915 diede vita alla congregazione delle Piccole Ancelle del Sacro Cuore, chiamata a portare avanti una missione di carità e vicinanza agli ultimi. La sua azione pastorale fu sempre accompagnata da una profonda spiritualità e da una forte centralità dell’Eucaristia, culminata nel primo Congresso Eucaristico diocesano del 1927.Morì nel 1932 in seguito alle conseguenze di un incidente stradale. La Chiesa ne ha riconosciuto ufficialmente la santità con la beatificazione celebrata a Città di Castello il 27 maggio 2007.