Sabato 27 giugno 2026, alle ore 18 nella Basilica Cattedrale dei Santi Florido e Amanzio, Giovanni Silvestrini sarà ordinato sacerdote per l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria del vescovo mons. Luciano Paolucci Bedini. Un appuntamento particolarmente significativo per la Chiesa tifernate, che accoglie con gratitudine una nuova vocazione al ministero presbiterale.
Il cammino verso il sacerdozio
A poco più di un anno dall’ordinazione diaconale, ricevuta il 2 giugno 2025 nella Cattedrale di Città di Castello, Giovanni Silvestrini giunge ora al traguardo del suo percorso di formazione in Seminario.
Originario della frazione di San Martin d’Upò, nel territorio tifernate, Giovanni ha 47 anni. Dopo gli studi in ragioneria ha lavorato come coltivatore diretto nel settore della legna da ardere. La sua storia vocazionale è segnata da una riscoperta della fede maturata in età adulta, grazie anche alla testimonianza di persone vicine e all’esperienza vissuta nella comunità Magnificat.
Nel 2018 ha iniziato il percorso propedeutico verso il sacerdozio, entrando successivamente nel Pontificio Seminario Regionale Umbro “Pio XI” di Assisi, dove ha proseguito gli studi teologici e la formazione umana e spirituale che lo hanno condotto all’ordinazione.
Il dono di un nuovo sacerdote per la diocesi
L’ordinazione presbiterale rappresenta uno dei momenti più importanti nella vita di una Chiesa particolare. Attraverso il sacramento dell’Ordine, il nuovo sacerdote viene chiamato a servire il Popolo di Dio nell’annuncio del Vangelo, nella celebrazione dei sacramenti e nella cura pastorale delle comunità.
La celebrazione del 27 giugno vedrà riuniti attorno al vescovo Luciano sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose e fedeli provenienti dalle diverse parrocchie della diocesi, che accompagneranno Giovanni con la preghiera in questo passaggio decisivo della sua vita.
Segui qui la celebrazione in diretta
Le prime Messe di don Giovanni
Dopo l’ordinazione, don Giovanni presiederà le sue prime celebrazioni eucaristiche nelle comunità che hanno accompagnato il suo cammino vocazionale.
La prima Messa è in programma domenica 28 giugno alle ore 11 nella chiesa arcipretale di San Giustino, mentre domenica 5 luglio alle ore 18 presiederà l’Eucaristia nella chiesa di San Giovanni Battista agli Zoccolanti a Città di Castello.
L’intera comunità diocesana è invitata a partecipare all’ordinazione e a sostenere con la preghiera il ministero di don Giovanni Silvestrini, affidandolo al Signore e all’intercessione dei santi patroni Florido e Amanzio.
Le immagini dell’ordinazione diaconale nel 2025
L’ordinazione diaconale di Giovanni Silvestrini, nel giugno 2025
L’ordinazione diaconale di Giovanni Silvestrini, nel giugno 2025
L’ordinazione diaconale di Giovanni Silvestrini, nel giugno 2025
L’ordinazione diaconale di Giovanni Silvestrini, nel giugno 2025
L’ordinazione diaconale di Giovanni Silvestrini, nel giugno 2025
L’ordinazione diaconale di Giovanni Silvestrini, nel giugno 2025
L’ordinazione diaconale di Giovanni Silvestrini, nel giugno 2025
L’ordinazione diaconale di Giovanni Silvestrini, nel giugno 2025
Nella chiesa di San Francesco a Città di Castello, per il ciclo di iniziative promosso dalla diocesi nell’ambito delle celebrazioni per l’Ottavo Centenario del transito di san Francesco d’Assisi, mons. Felice Accrocca, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, tra i più autorevoli studiosi del francescanesimo, ha guidato il pubblico in una approfondita lettura del Testamento di san Francesco, uno dei documenti più importanti lasciati dal Santo negli ultimi mesi della sua vita. A introdurre l’incontro sono stati don Andrea Czortek e il vescovo di Città di Castello, mons. Luciano Paolucci Bedini, che hanno sottolineato il valore del percorso francescano proposto in diocesi durante l’anno dedicato al centenario della morte del Poverello.
Un testo che ha attraversato otto secoli di dibattiti
Fin dalle prime battute, mons. Accrocca ha definito il Testamento un «testo problematico», capace di generare nei secoli discussioni, interpretazioni e perfino conflitti all’interno della famiglia francescana. «Tutti i grandi movimenti di riforma si sono richiamati al Testamento», ha spiegato il relatore, ricordando come dagli Spirituali medievali fino ai Cappuccini e ai numerosi gruppi riformatori successivi, molti abbiano visto in quelle pagine il punto di riferimento per un ritorno alle origini. Secondo il vescovo-studioso, Francesco era perfettamente consapevole della forza dirompente delle sue parole. Non si tratta infatti di un semplice ricordo spirituale, ma di un documento che contiene indicazioni precise e richiami severi rivolti ai frati.
Le ultime settimane di vita e la nascita del Testamento
Accrocca ha collocato la stesura del testo nelle ultime settimane della vita del Santo, probabilmente mentre si trovava nel palazzo vescovile di Assisi, ormai gravemente malato. «Fisicamente non c’era rimasto quasi più niente – ha osservato – ma il cervello c’era tutto». Cieco, debilitato da anni di sofferenze e consapevole della morte imminente, Francesco dettò il suo Testamento in un clima tutt’altro che sereno. Attorno a lui si consumavano infatti tensioni sia all’interno dell’Ordine sia nella città di Assisi, dove si temeva perfino che il suo corpo potesse essere portato altrove dopo la morte. Un contesto umano difficile che rende ancora più significativo il contenuto del documento.
L’incontro con i lebbrosi, vera svolta della conversione
Uno dei passaggi più significativi della conferenza ha riguardato il racconto della conversione di Francesco. Nell’immaginario comune il momento decisivo coincide con l’incontro con il Crocifisso di San Damiano. Il Testamento, invece, racconta altro. «Il momento decisivo è stato l’incontro con il dolore degli uomini», ha spiegato Accrocca. Per Francesco il cambiamento nasce dall’incontro con i lebbrosi. Non un episodio isolato, ma una vera esperienza di vita che trasforma il suo modo di guardare il mondo. Ciò che prima gli appariva insopportabile diventa fonte di gioia e di misericordia. È in quella stagione, segnata anche dalla sua personale fragilità dopo la prigionia e la malattia, che il giovane assisano comprende una verità nuova: la sofferenza degli altri non è qualcosa da evitare, ma un luogo nel quale Dio si manifesta.
La fedeltà alla Chiesa e ai sacerdoti
Un altro tema centrale affrontato dal relatore riguarda il rapporto di Francesco con la Chiesa istituzionale. Nel Testamento il Santo ribadisce la propria fiducia nei sacerdoti e nella Chiesa romana. Per mons. Accrocca non si tratta principalmente di una presa di distanza dagli eretici del tempo, come spesso è stato sostenuto dagli studiosi, ma di un richiamo rivolto ai suoi stessi frati. Molti di loro desideravano infatti ottenere maggiori autonomie pastorali e una più ampia libertà di predicazione. Francesco, invece, insiste sulla necessità di rimanere in comunione con i pastori della Chiesa. La sua ispirazione evangelica, ha spiegato il relatore, non si trasforma mai in contrapposizione all’autorità ecclesiale: «Dio gli rivela la forma del Vangelo, ma lui la sottopone sempre alla conferma della Chiesa».
Il lavoro, la povertà e le tensioni nell’Ordine
La seconda parte del Testamento assume un tono decisamente diverso. Dopo il racconto delle origini, Francesco passa alle raccomandazioni e agli ammonimenti. Qui emergono le sue preoccupazioni per alcune trasformazioni che stanno interessando l’Ordine. Tra i temi più cari al Santo vi sono il lavoro manuale, la povertà concreta e la semplicità delle origini. «Io voglio lavorare», scrive Francesco ormai prossimo alla morte, in un’affermazione che Accrocca ha definito volutamente forte e simbolica.
Il Santo insiste anche sul rifiuto di privilegi e richieste particolari alla Curia romana, invitando i frati ad accogliere con umiltà eventuali incomprensioni e persecuzioni. «È un testo di lotta», ha osservato il relatore, nel quale emerge con chiarezza il dissenso di Francesco verso alcune evoluzioni che stavano già modificando il volto della fraternità.
Non un uomo arrabbiato, ma un uomo fedele
Nella parte conclusiva della conferenza mons. Accrocca ha invitato a non interpretare il Testamento come lo sfogo di un uomo amareggiato. «Non è il testo di un uomo arrabbiato. È il testo di un uomo che sente di essere fedele a una chiamata ricevuta da Dio», ha detto. A sostegno di questa lettura, il vescovo ha ricordato gli ultimi giorni del Santo: il completamento del Cantico delle Creature con la strofa dedicata a “sorella morte”, il desiderio di ascoltare continuamente le lodi di Dio, l’attenzione agli altri anche nelle ore estreme della vita.
Particolarmente toccante il ricordo di Francesco che, vedendo i mostaccioli portati alla Porziuncola da frate Jacopa, pensa immediatamente a frate Bernardo e desidera condividerli con lui. «Accolse la morte cantando», scrive Tommaso da Celano. Un’immagine che, secondo Accrocca, sintetizza meglio di ogni altra la statura spirituale del Poverello.
Le domande che il Testamento pone ancora oggi
L’incontro si è concluso con un invito a leggere il Testamento non come un documento del passato, ma come una provocazione ancora attuale. Come vivo la mia fragilità? Quale rapporto ho con gli altri e con la Chiesa? Il Vangelo è davvero il criterio fondamentale della mia vita? Sono alcune delle domande che emergono dalle pagine lasciate da Francesco.
«Le domande sono infinite», ha concluso il vescovo di Assisi. Ed è forse proprio questa la forza del Testamento: continuare, dopo ottocento anni, a interrogare la coscienza dei credenti e a mantenere viva quella tensione evangelica che san Francesco ha consegnato alla Chiesa come sua più autentica eredità.
La conferenza del vescovo Felice Accrocca sul Testamento di san Francesco
La conferenza del vescovo Felice Accrocca sul Testamento di san Francesco
La conferenza del vescovo Felice Accrocca sul Testamento di san Francesco
La conferenza del vescovo Felice Accrocca sul Testamento di san Francesco
La conferenza del vescovo Felice Accrocca sul Testamento di san Francesco
La conferenza del vescovo Felice Accrocca sul Testamento di san Francesco
Proseguono a Città di Castello le iniziative promosse per l’ottavo centenario del transito di san Francesco d’Assisi (1226-2026). Giovedì 18 giugno, alle ore 21, la chiesa di San Francesco ospiterà una conferenza dedicata al Testamento di San Francesco, uno dei testi più importanti e spiritualmente più intensi lasciati dal Poverello di Assisi.
Relatore della serata sarà il vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, mons. Felice Accrocca, tra i maggiori studiosi contemporanei della figura e della spiritualità francescana.
Un testo che custodisce l’eredità spirituale del Santo
Il Testamento rappresenta una sorta di sintesi dell’esperienza umana e spirituale di Francesco. Scritto negli ultimi mesi della sua vita, il documento ripercorre alcuni passaggi decisivi della sua conversione e contiene le ultime raccomandazioni rivolte ai frati.
Tra i temi che emergono con maggiore forza vi sono l’incontro con i lebbrosi, la fedeltà radicale al Vangelo, l’amore per la povertà, il rispetto per l’Eucaristia, la fiducia nei sacerdoti e la comunione con la Chiesa. Non manca inoltre la benedizione finale, che esprime tutta la tenerezza e la paternità spirituale del Santo verso i suoi fratelli.
La conferenza offrirà l’occasione per rileggere questo testo fondamentale alla luce delle sfide del presente, evidenziandone la sorprendente attualità per la vita della Chiesa e della società.
Accrocca, storico e studioso del francescanesimo
Il vescovo di Assisi e di Foligno, mons. Felice Accrocca
La scelta del relatore si inserisce nel desiderio di affidare l’approfondimento a una delle voci più autorevoli nel campo degli studi francescani. Nato a Cori, in provincia di Latina, il 2 dicembre 1959, mons. Accrocca ha compiuto un percorso accademico che unisce la formazione teologica a quella storica e letteraria.
Dopo gli studi presso il Pontificio Collegio Leoniano di Anagni, ha conseguito la laurea in Lettere all’Università “La Sapienza” di Roma e il dottorato in Storia ecclesiastica alla Pontificia Università Gregoriana, dove ha poi insegnato Storia della Chiesa medievale.
Nel corso degli anni ha affiancato all’impegno pastorale una intensa attività di ricerca scientifica, dedicando particolare attenzione alla figura di san Francesco e alle origini del movimento francescano. È autore di numerosi saggi e pubblicazioni che hanno contribuito a far conoscere con maggiore precisione storica il contesto nel quale maturò l’esperienza del Santo di Assisi.
Proprio l’approccio rigoroso dello storico, unito alla sensibilità del pastore, caratterizza il suo lavoro di approfondimento delle fonti francescane, consentendo di cogliere non solo il valore documentario dei testi, ma anche la loro ricchezza spirituale e il loro messaggio per l’uomo contemporaneo.
Un appuntamento aperto a tutti
L’incontro del 18 giugno si propone dunque come un’importante occasione di formazione e di riflessione, rivolta non soltanto ai fedeli, ma a tutti coloro che desiderano accostarsi alla figura di san Francesco attraverso una delle sue testimonianze più autentiche.
A ottocento anni dalla morte del Santo di Assisi, il Testamento continua infatti a interrogare credenti e non credenti, offrendo parole che parlano di conversione, fraternità, semplicità evangelica e ricerca del senso profondo della vita. In questo orizzonte si colloca la conferenza di mons. Accrocca, chiamato a guidare il pubblico nella scoperta di un testo che rappresenta ancora oggi uno dei vertici della spiritualità cristiana.
La locandina dell’incontro pubblico con il vescovo Accrocca sul tema del Testamento di san Francesco
Fede, memoria e tradizione si sono intrecciate anche quest’anno nel pomeriggio del 2 giugno a Pieve de’ Saddi, dove centinaia di persone hanno partecipato alla festa dedicata a san Crescenziano, martire romano ed evangelizzatore dell’Alta Valle del Tevere.
La storica pieve, considerata dalla tradizione il luogo del martirio e della prima sepoltura del santo, ha accolto fedeli provenienti da tutta la diocesi di Città di Castello e anche dalla vicina diocesi di Gubbio, confermando il forte legame che ancora oggi unisce le comunità attorno alla figura di uno dei primi annunciatori del Vangelo in questo territorio.
La celebrazione si è aperta sul sagrato della chiesa con un momento particolarmente significativo. Il vescovo Luciano Paolucci Bedini ha infatti benedetto le antiche campane recentemente restaurate, tornate a nuova vita dopo un accurato intervento conservativo. Contestualmente è stata benedetta e ricollocata la croce sulla sommità del campanile, segno visibile della presenza cristiana che da secoli caratterizza questo luogo di fede e di accoglienza.
Al suono delle campane restaurate e sulle note del Gloria, l’assemblea si è poi avviata processionalmente all’interno della basilica per la celebrazione eucaristica, animata dal coro di Pietralunga.
La testimonianza dei martiri
Nel corso dell’omelia il vescovo Luciano ha invitato i presenti a riscoprire l’attualità della testimonianza dei martiri, sottolineando come la loro vita e la loro morte rappresentino ancora oggi una guida per i cristiani.
«La vita e la morte dei martiri sono preziose – ha affermato – perché la loro morte suggella la verità della loro fede e garantisce l’autenticità della loro testimonianza». Un riferimento particolarmente significativo proprio a Pieve de’ Saddi, luogo dal quale, attraverso la predicazione di san Crescenziano e dei suoi compagni, il Vangelo si diffuse nei primi secoli in tutta la valle.
Richiamando anche la coincidenza con la Festa della Repubblica, il vescovo Luciano ha ricordato come ogni comunità custodisca la memoria di quanti hanno donato la propria vita per valori fondamentali. «I martiri ci dicono che la fede non è una componente accessoria dell’esistenza, ma qualcosa che coinvolge tutta la vita», ha spiegato.
Secondo il mons. Paolucci Bedini, la testimonianza di san Crescenziano continua a ricordare ai credenti che la fede è il fondamento dell’identità personale, illumina le scelte quotidiane e apre alla speranza della vita eterna. «I santi e i martiri – ha concluso don Luciano – ci testimoniano che vale la pena vivere la nostra vita come Dio la pensa».
Un patrono per la comunità
Alla celebrazione era presente anche il sindaco di Pietralunga, Francesco Rizzuti. Una presenza che ha assunto un significato particolare alla luce del decreto emanato nel 2018 dal vescovo Domenico Cancian, con il quale san Crescenziano è stato riconosciuto patrono secondario sia della comunità ecclesiale sia della società civile pietralunghese.
Al termine della Messa si è svolto uno dei momenti più attesi e sentiti della giornata: la deposizione del tradizionale cerchiello-reliquiario di san Crescenziano sul capo dei fedeli. Un gesto antico, tramandato nel tempo, che ha permesso a centinaia di persone di vivere un momento di preghiera e devozione personale.
La festa si è quindi conclusa con un momento di fraternità e condivisione, mentre le campane appena restaurate tornavano a risuonare sulla vallata, quasi a rinnovare il messaggio che da oltre diciassette secoli accompagna la storia di queste terre: la fede vissuta con coerenza continua a generare speranza, comunità e futuro.
La festa di san Crescenziano del 2 giugno 2026 a Pieve de’ Saddi di Pietralunga
La festa di san Crescenziano del 2 giugno 2026 a Pieve de’ Saddi di Pietralunga
La festa di san Crescenziano del 2 giugno 2026 a Pieve de’ Saddi di Pietralunga
La festa di san Crescenziano del 2 giugno 2026 a Pieve de’ Saddi di Pietralunga
La festa di san Crescenziano del 2 giugno 2026 a Pieve de’ Saddi di Pietralunga
La festa di san Crescenziano del 2 giugno 2026 a Pieve de’ Saddi di Pietralunga
La festa di san Crescenziano del 2 giugno 2026 a Pieve de’ Saddi di Pietralunga
La festa di san Crescenziano del 2 giugno 2026 a Pieve de’ Saddi di Pietralunga
L’associazione tifernate “Chiese Storiche” aderisce anche quest’anno a “La lunga notte delle chiese”, l’iniziativa culturale e spirituale promossa a livello nazionale dall’associazione BellunoLaNotte.com con il patrocinio del Pontificio Dicastero per la Cultura e l’Educazione. A Città di Castello l’appuntamento è fissato per venerdì 5 giugno alle ore 20.45nella chiesa e nel chiostro di San Domenico, in occasione di un anniversario particolarmente significativo: i seicento anni dalla dedicazione dell’edificio sacro. Il tema scelto per l’edizione tifernate – “Luogo della comunità: fede, bellezza, memoria” – intende richiamare il valore della chiesa di San Domenico come spazio che, lungo i secoli, ha custodito non soltanto opere d’arte e testimonianze storiche, ma anche la vita spirituale e comunitaria della città. Un luogo capace ancora oggi di parlare attraverso il patrimonio artistico, la musica e la riflessione culturale.
Gli interventi in programma
La serata si aprirà con il saluto del presidente dell’associazione, Paolo Bocci, per poi svilupparsi attraverso tre momenti di approfondimento dedicati alla storia e all’identità del complesso domenicano. Il vicario della diocesi tifernate, don Andrea Czortek, proporrà un intervento sull’Ordine domenicano e sulla figura di santa Margherita; l’ingegnere Giovanni Cangi ripercorrerà invece le vicende storiche della chiesa e del convento. Sarà affidato alla dottoressa Silvia Palazzi, infine, il confronto artistico tra la “Crocifissione Gavari” di Raffaello Sanzio e la “Pala di Monte Ripido” di Pietro Perugino, in un dialogo tra due grandi protagonisti del Rinascimento umbro.
La locandina dell’iniziativa tifernate per “La lunga notte delle chiese” 2026
Arte e musica in dialogo
Accanto agli interventi culturali, ampio spazio sarà riservato anche alla musica. La Scuola comunale di musica “Giacomo Puccini”, insieme al maestro Ezio Monti, eseguirà “O Lumen Ode a san Domenico”, brano originale composto appositamente per celebrare il seicentenario della dedicazione della chiesa. In programma anche l’Adagio dal Concerto K. 622 di Mozart. La conclusione della serata si svolgerà nel chiostro con l’Ensemble vocale diretto da Sabrina Sannipoli, che interpreterà il canone medievale “Sommerkanon” e “Musica divines laude” di Paul Hindemith.
L’iniziativa si svolgerà in contemporanea con centinaia di altre chiese italiane aderenti alla manifestazione, nata per valorizzare i luoghi sacri come spazi di incontro, dialogo e condivisione. La partecipazione è aperta a tutti: credenti, appassionati d’arte, curiosi e quanti desiderano vivere un’esperienza di bellezza e riflessione in un contesto carico di storia e spiritualità. Per una sera, le chiese torneranno così a raccontarsi non soltanto come monumenti del passato, ma come luoghi vivi, capaci ancora di generare comunità e accoglienza. Informazioni e dettagli su www.chiesestoriche.it.
La visita nel chiostro del complesso di San Domenico
La visita nel chiostro del complesso di San Domenico
La reliquia di santa Margherita nella chiesa di San Domenico
La reliquia di santa Margherita nella chiesa di San Domenico
La comunità di Pietralunga si prepara a vivere un importante momento di fede, memoria e comunione ecclesiale con le celebrazioni dedicate a san Crescenziano, martire romano ed evangelizzatore dell’Alta Valle del Tevere, la cui testimonianza continua ancora oggi a unire le Chiese di Città di Castello e Gubbio.
La festa del santo e la celebrazione presieduta dal vescovo Luciano
L’appuntamento è per martedì 2 giugno presso l’antica Pieve de’ Saddi, uno dei complessi religiosi più significativi dell’intera vallata, situato tra Pietralunga e Città di Castello. Secondo una tradizione secolare, proprio qui avvennero il martirio e la prima sepoltura del santo, rendendo questo luogo una delle culle della cristianità altotiberina e uno dei principali riferimenti spirituali per la diffusione del Vangelo nel territorio.
La basilica, caratterizzata da tre navate scandite da massicce colonne e da una suggestiva cripta sotterranea che la tradizione identifica con l’antica tomba del martire, conserva ancora oggi numerose testimonianze della sua lunga storia. Di particolare interesse è l’antico bassorilievo dell’VIII secolo che raffigura san Crescenziano nell’atto di sconfiggere il drago, episodio simbolico che richiama la vittoria della fede cristiana sulle paure e sulle superstizioni del mondo antico.
Le celebrazioni prenderanno il via alle ore 16 con la benedizione delle storiche campane recentemente restaurate e della croce ricollocata sul campanile della Pieve. Seguirà la Santa Messa presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini, nel giorno in cui la comunità ricorda il martirio di san Crescenziano e dei suoi compagni, primi annunciatori del Vangelo nell’Alta Valle del Tevere.
La locandina delle celebrazioni per san Crescenziano del 2 giugno 2026
Una devozione che unisce le Chiese di Città di Castello e Gubbio
La figura del santo continua a rappresentare un forte elemento di identità per numerose comunità del territorio. Il suo culto – in qualche caso con il nome di san Crescentino – è infatti diffuso nell’Altotevere, nell’Eugubino e nell’antica area urbinate, dove chiese e oratori custodiscono ancora oggi la memoria della sua testimonianza. Particolarmente significativo è il legame che unisce le diocesi di Città di Castello e Gubbio, entrambe accomunate dalla devozione verso il martire romano.
Pieve de’ Saddi e l’accoglienza lungo la Via di Francesco
La festa di san Crescenziano si inserisce inoltre in un momento particolarmente favorevole per la valorizzazione di Pieve de’ Saddi, attraversata dalla Via di Francesco, il cammino che collega La Verna ad Assisi e che, nell’anno dell’Ottavo Centenario della morte di san Francesco, sta richiamando migliaia di pellegrini provenienti dall’Italia e dall’estero. Da quasi sedici anni la comunità locale offre accoglienza ai viandanti attraverso l’ostello ricavato nella casa parrocchiale e grazie alla collaborazione con il vicino Rifugio Candeggio, punti di riferimento per quanti percorrono questo tratto dell’itinerario francescano.
L’ospitalità, offerta nello spirito della fraternità francescana, rappresenta uno dei segni più concreti della vitalità di questo luogo, che continua a essere non soltanto una preziosa testimonianza storica e artistica, ma anche uno spazio vivo di incontro, fede e accoglienza. Le antiche mura della Pieve, immerse nella natura dell’Appennino umbro, diventano così ogni giorno un punto di sosta e di ristoro per uomini e donne in cammino, alla ricerca di spiritualità, silenzio e condivisione.
Un invito alla partecipazione
Al termine della celebrazione, come da tradizione, seguirà un momento di fraternità con una merenda offerta a tutti i partecipanti.
L’invito è rivolto ai fedeli delle diocesi di Città di Castello e Gubbio, ai pellegrini della Via di Francesco e a tutti coloro che desiderano riscoprire le radici cristiane dell’Alta Valle del Tevere attraverso la figura di uno dei suoi santi più amati.
La festa per san Crescenziano a Pieve de’ Saddi nel 2025
La festa per san Crescenziano a Pieve de’ Saddi nel 2025
La festa per san Crescenziano a Pieve de’ Saddi nel 2025
La festa per san Crescenziano a Pieve de’ Saddi nel 2025
Una celebrazione partecipata e vissuta con intensità da bambini, religiose e fedeli ha segnato nella mattinata di venerdì 29 maggio la festa liturgica del beato Carlo Liviero, il vescovo che ha lasciato un’impronta profonda nella storia religiosa, educativa e sociale della Chiesa tifernate. Nella basilica cattedrale dei Santi Florido e Amanzio si sono ritrovate le Piccole Ancelle del Sacro Cuore, numerosi devoti e gli alunni delle scuole della congregazione provenienti da Città di Castello e dalla vicina Scheggia, nella diocesi di Gubbio. Sono stati proprio i bambini e i ragazzi ad animare i canti della liturgia, rendendo ancora più evidente quel legame tra il beato Liviero e il mondo dell’educazione che continua a caratterizzare l’opera della famiglia religiosa da lui fondata.
La celebrazione in cattedrale
La celebrazione eucaristica è stata presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini, che nell’omelia ha invitato a guardare alla figura del beato non soltanto come a una personalità del passato, ma come a un esempio ancora attuale di vita cristiana. Il vescovo ha ricordato come la memoria liturgica del beato sia legata al suo battesimo, celebrato il 30 maggio, sottolineando il valore di quel sacramento che «ci dona la vita di Dio e ci unisce completamente a Gesù».
Un pastore che ha segnato la storia della diocesi
Un richiamo non casuale, perché proprio dal battesimo prese avvio quel percorso umano e spirituale che avrebbe portato Carlo Liviero a diventare una delle figure più significative della storia della diocesi. Nato a Vicenza nel 1866 e nominato vescovo di Città di Castello da papa san Pio X nel 1910, Liviero dedicò il proprio ministero all’educazione dei giovani, alla cura dei più fragili, alla promozione delle opere sociali e all’annuncio del Vangelo, lasciando un’eredità che continua ancora oggi a portare frutto.
Ripercorrendo la sua vicenda umana e pastorale, mons. Luciano Paolucci Bedini ha evidenziato tre caratteristiche fondamentali della sua santità: l’amore per Cristo, la preghiera e la passione per l’annuncio del Vangelo. «Era innamorato di Gesù – ha ricordato –. Quella era la sorgente da cui veniva tutto il bello che c’è stato nella sua vita».
Il vescovo ha poi sottolineato come la preghiera abbia rappresentato una dimensione essenziale della sua esistenza, una forza silenziosa ma concreta attraverso la quale affidare a Dio le necessità delle persone e delle comunità. Allo stesso tempo ha ricordato il grande impegno del beato nell’insegnare e diffondere il Vangelo, convinto che le parole di Gesù fossero capaci di illuminare il significato della vita e di offrire a ciascuno la forza per affrontarla.
Le Piccole Ancelle del Sacro Cuore, l’opera più viva di Liviero
Il passaggio più ampio della riflessione è stato dedicato alla nascita delle Piccole Ancelle del Sacro Cuore, la congregazione fondata da Liviero nel 1915 e ancora oggi presente in diversi ambiti educativi, assistenziali e pastorali. Il vescovo ha definito questa intuizione «la cosa più bella» realizzata dal beato, spiegando come opere e strutture possano attraversare il tempo, ma una famiglia religiosa continui a custodire e trasmettere il carisma del fondatore attraverso le generazioni.
Rivolgendosi in particolare ai bambini presenti, Paolucci Bedini ha spiegato il significato stesso del nome scelto da Liviero per la congregazione. “Piccole” non per una questione di statura, ma perché chiamate a farsi vicine a tutti senza escludere nessuno; “ancelle” perché pronte a mettere la propria vita al servizio degli altri, sull’esempio di Maria; “del Sacro Cuore” perché radicate nell’amore di Gesù, sorgente da cui attingere per amare il prossimo.
La gioia che nasce dal dono di sé
Il cuore del messaggio consegnato ai fedeli è stato proprio questo: la vita cristiana trova la sua pienezza quando l’amore ricevuto da Dio diventa amore donato agli altri. «La nostra piena felicità sarà sempre quella di aiutare gli altri a essere pieni di gioia», ha concluso il vescovo.
Preghiera e devozione davanti alla tomba del beato
Al termine della celebrazione, il pellegrinaggio dei fedeli è proseguito nel duomo inferiore, dove è custodita l’urna del beato Carlo Liviero. Nella cripta della cattedrale, davanti alla sua tomba, canti e preghiere sono continuati in un clima di festa e gratitudine. Un momento semplice ma particolarmente sentito, che ha unito religiose, bambini, insegnanti e devoti nel ricordo di un pastore che ha segnato profondamente la vita della Chiesa tifernate e che continua ancora oggi a essere indicato come esempio di fede, carità e servizio.
Nella Cattedrale tifernate, la celebrazione per la memoria liturgica del beato Carlo Liviero, presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini
Nella Cattedrale tifernate, la celebrazione per la memoria liturgica del beato Carlo Liviero, presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini
Nella Cattedrale tifernate, la celebrazione per la memoria liturgica del beato Carlo Liviero, presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini
Nella Cattedrale tifernate, la celebrazione per la memoria liturgica del beato Carlo Liviero, presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini
Nella Cattedrale tifernate, la celebrazione per la memoria liturgica del beato Carlo Liviero, presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini
Nella Cattedrale tifernate, la celebrazione per la memoria liturgica del beato Carlo Liviero, presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini
Nella Cattedrale tifernate, la celebrazione per la memoria liturgica del beato Carlo Liviero, presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini
Nella Cattedrale tifernate, la celebrazione per la memoria liturgica del beato Carlo Liviero, presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini
Nella Cattedrale tifernate, la celebrazione per la memoria liturgica del beato Carlo Liviero, presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini
Nella Cattedrale tifernate, la celebrazione per la memoria liturgica del beato Carlo Liviero, presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini
Nella Cattedrale tifernate, la celebrazione per la memoria liturgica del beato Carlo Liviero, presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini
Nella Cattedrale tifernate, la celebrazione per la memoria liturgica del beato Carlo Liviero, presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini
Nella Cattedrale tifernate, la celebrazione per la memoria liturgica del beato Carlo Liviero, presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini
Nella Cattedrale tifernate, la celebrazione per la memoria liturgica del beato Carlo Liviero, presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini
Nella chiesa di San Francesco a Città di Castello, si è aperta nel fine settimana la mostra “Io, Frate Francesco. 800 anni di una grande avventura”, inserita nel programma delle iniziative promosse dalla Diocesi tifernate per le celebrazioni dell’Ottavo Centenario dalla morte del santo di Assisi.
Una riflessione su “Francesco, alter Christus”
A partire dai temi centrali dell’esposizione – l’attualità del messaggio francescano, la radicalità della scelta evangelica e la profonda dimensione umana e spirituale del Poverello di Assisi – domenica 24 maggio si è tenuto l’incontro con padre Giuseppe Renda, frate minore francescano, guardiano e parroco della parrocchia di San Giovanni Battista agli Zoccolanti, che ha approfondito il tema “Francesco, alter Christus”.
Il vescovo Luciano Paolucci Bedini, ha aperto l’incontro con un breve saluto introduttivo, richiamando il significato dell’iniziativa nell’ambito del percorso celebrativo diocesano, dedicato all’Ottavo Centenario.
Il legame tra l’incontro e la mostra non si esaurisce nel tema comune dedicato a san Francesco, ma si fonda soprattutto su un medesimo approccio comunicativo e culturale: quello di raccontare il santo in modo semplice, immediato e accessibile, attraverso strumenti essenziali e linguaggi diversi, invitando a riscoprire la sua figura al di là delle immagini più consolidate e spesso idealizzate.
La figura del Santo assisano
Durante il suo intervento, padre Renda ha offerto ai presenti l’occasione di approfondire la figura di san Francesco oltre la dimensione storica, mettendone in luce la forza sempre attuale della testimonianza evangelica e proponendo una lettura originale e profondamente umana del santo, lontana da rappresentazioni stereotipate. È emerso così il volto di un uomo pienamente inserito nella quotidianità, segnato da fragilità, inquietudini e limiti, ma proprio per questo capace di parlare ancora oggi al cuore delle persone. Attraverso gesti essenziali e parole semplici, san Francesco continua infatti a indicare un cammino concreto fatto di amore per il prossimo, fraternità e fede vissuta nella vita di ogni giorno.
La mostra itinerante arriva a Città di Castello
In questa stessa prospettiva si colloca anche la mostra, realizzata con il patrocinio e il sostegno del Comitato nazionale per le celebrazioni dell’Ottavo Centenario della morte di san Francesco d’Assisi, ideata in occasione della 46ª edizione del Meeting per l’Amicizia fra i Popoli e curata dai Frati minori della Porziuncola assisana. Il percorso espositivo utilizza pannelli sintetici e contenuti essenziali per ripercorrere in modo chiaro e diretto le tappe fondamentali della vita del santo, favorendo un incontro immediato con la sua esperienza umana e spirituale. A disposizione dei visitatori un servizio di audio guide, pensato per accompagnare la fruizione della mostra e approfondire i contenuti in modo accessibile e coinvolgente.
La tappa tifernate si inserisce nel più ampio itinerario nazionale ed europeo della mostra itinerante, che nel corso del 2026 attraversa numerose città italiane ed europee, incontrando comunità e realtà ecclesiali diverse. La mostra è visitabile tutti i giorni dalle ore 9 alle ore 18, fino al 31 maggio. Il catalogo della mostra è disponibile presso il Museo diocesano.
Prossima iniziativa con mons. Accrocca
Il prossimo appuntamento nel calendario delle iniziative diocesane dedicate dell’Ottavo Centenario della morte di San Francesco d’Assisi, sarà il 18 giugno, con un incontro guidato da mons. Felice Accrocca, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno.
La mostra “Io, Frate Francesco” nella chiesa tifernate dedicata al santo assisano
La mostra “Io, Frate Francesco” nella chiesa tifernate dedicata al santo assisano
La mostra “Io, Frate Francesco” nella chiesa tifernate dedicata al santo assisano
La mostra “Io, Frate Francesco” nella chiesa tifernate dedicata al santo assisano
La mostra “Io, Frate Francesco” nella chiesa tifernate dedicata al santo assisano
La mostra “Io, Frate Francesco” nella chiesa tifernate dedicata al santo assisano
La mostra “Io, Frate Francesco” nella chiesa tifernate dedicata al santo assisano
L’incontro con padre Renda nella chiesa di San Francesco
Il vescovo Luciano Paolucci Bedini all’incontro con padre Renda nella chiesa di San Francesco
L’incontro con padre Renda nella chiesa di San Francesco
Le Chiese diocesane di Città di Castello e di Gubbio si sono ritrovate unite nella serata di sabato 23 maggio per la veglia interdiocesana di Pentecoste, celebrata nella chiesa di Cristo Risorto a Umbertide. Un appuntamento ormai consolidato, vissuto come segno concreto di comunione tra le due comunità ecclesiali guidate dal vescovo Luciano Paolucci Bedini, che ha presieduto la liturgia davanti a numerosi fedeli provenienti dai due territori diocesani.
Attraverso il canto, l’ascolto della Parola e la preghiera comunitaria, la celebrazione ha richiamato il significato profondo della Pentecoste come festa dello Spirito Santo e della nascita della Chiesa. Nel corso dell’omelia, il vescovo ha invitato i presenti a riscoprire la centralità dell’amore di Cristo come sorgente autentica della vita ecclesiale. “Alla base di ogni cammino di Chiesa e di ogni personale cammino di fede – ha affermato – non può che esserci questa esperienza molto concreta, molto semplice, molto profonda: essersi sentiti toccati dall’amore di Gesù”.
Sguardo di misericordia e di amore
Mons. Paolucci Bedini ha sottolineato come la comunità cristiana non possa esistere senza quello “sguardo di misericordia e di amore” che raduna e rende realmente Chiesa. “Senza quella parola che ci raccoglie e ci convoca – ha spiegato – possiamo essere amici, gruppi o appartenenze varie, ma non siamo Chiesa”.
Al centro della riflessione anche il ruolo dello Spirito Santo, continuamente invocato da Cristo stesso per la sua Chiesa. “Non c’è un minuto che possiamo stare senza questa potenza d’amore”, ha detto il vescovo, ricordando che lo Spirito non elimina automaticamente fragilità e limiti umani, ma rende possibile la “perenne novità di Dio”, che si manifesta nei frutti della gioia, della pace, della speranza, della comunione e dell’unità.
Spirito Santo e Cammino sinodale
Un passaggio significativo dell’omelia è stato dedicato anche al Cammino sinodale della Chiesa italiana. Riprendendo il percorso vissuto negli ultimi quattro anni, il vescovo ha ricordato come la domanda fondamentale resti ancora oggi: “Che cosa ci sta chiedendo lo Spirito Santo?”. Una domanda che, ha osservato, richiede anzitutto un atteggiamento autentico di ascolto e disponibilità, evitando la tentazione di “dire noi allo Spirito Santo quello di cui avevamo bisogno”.
Nel tratto conclusivo della meditazione, mons. Paolucci Bedini ha invitato le comunità a vivere l’invocazione dello Spirito non come un gesto occasionale, ma come “la postura ordinaria della vita spirituale” personale ed ecclesiale. “Non possiamo che essere invocatori dello Spirito Santo”, ha affermato, esortando i fedeli a lasciarsi “scomodare” dallo Spirito stesso per percorrere strade nuove e rendere la propria vita testimonianza viva del Vangelo.
A Città di Castello la povertà sanitaria non è più soltanto un indicatore statistico, ma un fenomeno concreto che assume il volto di famiglie che rinunciano alle cure, di genitori costretti a rimandare visite per i figli, di persone sole o lavoratori fragili che non riescono a sostenere anche le spese mediche più essenziali. È da questa consapevolezza che ha preso le mosse il convegno “Povertà e vulnerabilità sanitaria: una nuova sfida”, promosso dalla Caritas diocesana di Città di Castello nel primo anniversario dell’ambulatorio odontoiatrico solidale “Santa Margherita”, l’opera segno nata per offrire cure odontoiatriche di base a chi non può permettersele.
Chiesa e istituzioni insieme per leggere il territorio
Ad aprire l’incontro è stato il vescovo della Chiesa tifernate Luciano Paolucci Bedini, che ha richiamato il valore evangelico della prossimità e della cura delle fragilità come responsabilità condivisa della comunità ecclesiale e civile. A portare il saluto delle istituzioni del territorio sono stati anche il sindaco di Città di Castello, Luca Secondi, e Lara Goracci, assessore ai Servizi sociali del Comune di Umbertide, a conferma di come il tema della salute e dell’accesso alle cure riguardi da vicino la qualità sociale di un’intera comunità.
I numeri della povertà sanitaria in Italia e in Umbria
A offrire il quadro nazionale e regionale del fenomeno è stata Franca Proietti, responsabile provinciale del recupero dei farmaci validi per la Fondazione Banco Farmaceutico. “La povertà sanitaria innanzitutto è frutto della povertà assoluta”, ha spiegato Proietti che ha illustrato alcuni dati sul fenomeno, specie per ciò che riguarda i farmaci. “E se guardiamo all’Umbria – ha aggiunto -, parliamo di circa 5mila persone in condizione di povertà sanitaria, sostenute da 56 realtà assistenziali”.
Altri dati presentati poi nel corso dell’incontro restituiscono una fotografia molto netta: oggi in Italia vive in povertà assoluta il 9,8% della popolazione, pari a 5,7 milioni di persone e 2,2 milioni di famiglie, con una crescita del 43,3% negli ultimi dieci anni. Se si allarga lo sguardo al rischio di povertà o esclusione sociale, la percentuale sale al 25,2% della popolazione, cioè quasi 15 milioni di persone. In Umbria il dato riguarda il 14% della popolazione, pari a circa 119 mila persone.
Sempre secondo i dati illustrati nel convegno, nel 2024 i centri di ascolto Caritas italiani hanno sostenuto 277.775 famiglie, con un aumento del 62,6% rispetto a dieci anni fa, e oltre una persona su due presenta almeno due forme di disagio contemporaneamente .
Sul fronte sanitario, la spesa sostenuta direttamente dalle famiglie italiane ha raggiunto i 40 miliardi di euro l’anno, con una media di 1.414 euro per nucleo familiare, mentre dal 1985 al 2023 la spesa sanitaria privata è cresciuta del 647,9 per cento. Nell’accesso alle cure odontoiatriche, risulta molto marcata la differenza tra le famiglie che non si trovano in povertà (il 69% di loro riesce a curare i propri denti) e quelle che invece sono in povertà assoluta o relativa: solo nel 16% dei casi possono curarsi.
L’esperienza concreta dell’ambulatorio Santa Margherita
Dal contesto generale si è poi passati all’esperienza concreta del territorio. Gaetano Zucchini, direttore della Caritas diocesana tifernate, ha ripercorso la nascita dell’ambulatorio, frutto di due anni di progettazione, autorizzazioni sanitarie e allestimento tecnico.
“È un servizio che ci dà soddisfazione, ma anche un senso di amarezza, perché quando questi ambulatori si riempiono di persone significa che qualcosa non funziona. In un Paese dove il sistema sanitario nazionale dovrebbe garantire l’accesso alle cure, vediamo invece che le diseguaglianze sociali investono anche la salute”.
I numeri del primo anno a Città di Castello
I numeri del primo anno aiutano a leggere la dimensione locale del fenomeno. L’ambulatorio ha erogato 531 prestazioni tra visite, prevenzione e cure, con un Isee medio dei pazienti di 4.448 euro. L’età media degli adulti seguiti è di 40,5 anni, mentre circa il 66,2% dell’utenza è composto da cittadini stranieri. Il valore economico di quanto erogato dal servizio odontoiatrico Caritas ha un corrispettivo che oscilla tra i 60 e i 100mila euro se paragonato a prezzi bassi o medi di mercato degli ambulatori dentistici in libera professione.
Quasi la metà dei beneficiari adulti ha figli a carico, spesso in nuclei monoreddito, e tra i piccoli pazienti sono stati presi in carico 63 bambini tra 0 e 6 anni, di cui l’84% nato in Italia, in gran parte proprio a Città di Castello e nel comprensorio .
Curare il sorriso, restituire dignità
A illustrare il valore clinico e umano del progetto sono stati Guido Lombardo, direttore sanitario dell’ambulatorio, e Stefano Cianetti, entrambi odontoiatri del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Perugia.
Lombardo ha parlato di “circa 100 pazienti presi in carico in questo primo anno” e di un lavoro che punta non soltanto a curare, ma a restituire salute e dignità. “Abbiamo visto bocche mediamente in difficoltà e confermato quello che già sapevamo: l’indigenza socio-economica è strettamente correlata a un cattivo stato di salute orale. Abbiamo cercato di accompagnare queste persone da una condizione di malattia a una condizione di salute”.
Nel corso del pomeriggio è stato proiettato anche il racconto video sull’ambulatorio tifernate realizzato per la campagna “Firmato da te” della Chiesa cattolica italiana, a sottolineare il ruolo concreto delle risorse dell’8xmille nella realizzazione di opere sociali sul territorio. Nel corso del convegno è intervenuta anche Biancamaria Tagliaferri, vicepresidente dell’Assemblea legislativa della Regione Umbria e presidente dell’Osservatorio sulle disabilità, che ha richiamato la necessità di rafforzare le reti territoriali e le politiche di contrasto alla vulnerabilità sanitaria.
A un anno dall’apertura, l’ambulatorio “Santa Margherita” di Città di Castello racconta così non soltanto una serie di prestazioni sanitarie, ma un presidio concreto di prossimità. Un luogo dove, come hanno sintetizzato sia Lombardo sia Zucchini, “i pazienti non pagano con la moneta, ma con la gratitudine; ed è questa la forza che ci spinge ad andare avanti”.
Franca Proietti della Fondazione Banco Farmaceutico al convegno Caritas sulla povertà sanitaria
Franca Proietti della Fondazione Banco Farmaceutico al convegno Caritas sulla povertà sanitaria
Il direttore Gaetano Zucchini al convegno Caritas sulla povertà sanitaria
La vicepresidente dell’Assemblea legislativa dell’Umbria al convegno Caritas sulla povertà sanitaria
Il prof. Guido Lombardo al convegno Caritas sulla povertà sanitaria
Il prof. Stefano Cianetti al convegno Caritas sulla povertà sanitaria