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Pietralunga celebra san Crescenziano, martire ed evangelizzatore dell’Alta Valle del Tevere

La comunità di Pietralunga si prepara a vivere un importante momento di fede, memoria e comunione ecclesiale con le celebrazioni dedicate a san Crescenziano, martire romano ed evangelizzatore dell’Alta Valle del Tevere, la cui testimonianza continua ancora oggi a unire le Chiese di Città di Castello e Gubbio.

La festa del santo e la celebrazione presieduta dal vescovo Luciano

L’appuntamento è per martedì 2 giugno presso l’antica Pieve de’ Saddi, uno dei complessi religiosi più significativi dell’intera vallata, situato tra Pietralunga e Città di Castello. Secondo una tradizione secolare, proprio qui avvennero il martirio e la prima sepoltura del santo, rendendo questo luogo una delle culle della cristianità altotiberina e uno dei principali riferimenti spirituali per la diffusione del Vangelo nel territorio.

La basilica, caratterizzata da tre navate scandite da massicce colonne e da una suggestiva cripta sotterranea che la tradizione identifica con l’antica tomba del martire, conserva ancora oggi numerose testimonianze della sua lunga storia. Di particolare interesse è l’antico bassorilievo dell’VIII secolo che raffigura san Crescenziano nell’atto di sconfiggere il drago, episodio simbolico che richiama la vittoria della fede cristiana sulle paure e sulle superstizioni del mondo antico.

Le celebrazioni prenderanno il via alle ore 16 con la benedizione delle storiche campane recentemente restaurate e della croce ricollocata sul campanile della Pieve. Seguirà la Santa Messa presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini, nel giorno in cui la comunità ricorda il martirio di san Crescenziano e dei suoi compagni, primi annunciatori del Vangelo nell’Alta Valle del Tevere.

La locandina delle celebrazioni per san Crescenziano del 2 giugno 2026

Una devozione che unisce le Chiese di Città di Castello e Gubbio

La figura del santo continua a rappresentare un forte elemento di identità per numerose comunità del territorio. Il suo culto – in qualche caso con il nome di san Crescentino – è infatti diffuso nell’Altotevere, nell’Eugubino e nell’antica area urbinate, dove chiese e oratori custodiscono ancora oggi la memoria della sua testimonianza. Particolarmente significativo è il legame che unisce le diocesi di Città di Castello e Gubbio, entrambe accomunate dalla devozione verso il martire romano.

Pieve de’ Saddi e l’accoglienza lungo la Via di Francesco

La festa di san Crescenziano si inserisce inoltre in un momento particolarmente favorevole per la valorizzazione di Pieve de’ Saddi, attraversata dalla Via di Francesco, il cammino che collega La Verna ad Assisi e che, nell’anno dell’Ottavo Centenario della morte di san Francesco, sta richiamando migliaia di pellegrini provenienti dall’Italia e dall’estero. Da quasi sedici anni la comunità locale offre accoglienza ai viandanti attraverso l’ostello ricavato nella casa parrocchiale e grazie alla collaborazione con il vicino Rifugio Candeggio, punti di riferimento per quanti percorrono questo tratto dell’itinerario francescano.

L’ospitalità, offerta nello spirito della fraternità francescana, rappresenta uno dei segni più concreti della vitalità di questo luogo, che continua a essere non soltanto una preziosa testimonianza storica e artistica, ma anche uno spazio vivo di incontro, fede e accoglienza. Le antiche mura della Pieve, immerse nella natura dell’Appennino umbro, diventano così ogni giorno un punto di sosta e di ristoro per uomini e donne in cammino, alla ricerca di spiritualità, silenzio e condivisione.

Un invito alla partecipazione

Al termine della celebrazione, come da tradizione, seguirà un momento di fraternità con una merenda offerta a tutti i partecipanti.

L’invito è rivolto ai fedeli delle diocesi di Città di Castello e Gubbio, ai pellegrini della Via di Francesco e a tutti coloro che desiderano riscoprire le radici cristiane dell’Alta Valle del Tevere attraverso la figura di uno dei suoi santi più amati.

Città di Castello, la diocesi in festa per il beato Carlo Liviero

Una celebrazione partecipata e vissuta con intensità da bambini, religiose e fedeli ha segnato nella mattinata di venerdì 29 maggio la festa liturgica del beato Carlo Liviero, il vescovo che ha lasciato un’impronta profonda nella storia religiosa, educativa e sociale della Chiesa tifernate. Nella basilica cattedrale dei Santi Florido e Amanzio si sono ritrovate le Piccole Ancelle del Sacro Cuore, numerosi devoti e gli alunni delle scuole della congregazione provenienti da Città di Castello e dalla vicina Scheggia, nella diocesi di Gubbio. Sono stati proprio i bambini e i ragazzi ad animare i canti della liturgia, rendendo ancora più evidente quel legame tra il beato Liviero e il mondo dell’educazione che continua a caratterizzare l’opera della famiglia religiosa da lui fondata.

La celebrazione in cattedrale

La celebrazione eucaristica è stata presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini, che nell’omelia ha invitato a guardare alla figura del beato non soltanto come a una personalità del passato, ma come a un esempio ancora attuale di vita cristiana. Il vescovo ha ricordato come la memoria liturgica del beato sia legata al suo battesimo, celebrato il 30 maggio, sottolineando il valore di quel sacramento che «ci dona la vita di Dio e ci unisce completamente a Gesù».

Un pastore che ha segnato la storia della diocesi

Un richiamo non casuale, perché proprio dal battesimo prese avvio quel percorso umano e spirituale che avrebbe portato Carlo Liviero a diventare una delle figure più significative della storia della diocesi. Nato a Vicenza nel 1866 e nominato vescovo di Città di Castello da papa san Pio X nel 1910, Liviero dedicò il proprio ministero all’educazione dei giovani, alla cura dei più fragili, alla promozione delle opere sociali e all’annuncio del Vangelo, lasciando un’eredità che continua ancora oggi a portare frutto.

Ripercorrendo la sua vicenda umana e pastorale, mons. Luciano Paolucci Bedini ha evidenziato tre caratteristiche fondamentali della sua santità: l’amore per Cristo, la preghiera e la passione per l’annuncio del Vangelo. «Era innamorato di Gesù – ha ricordato –. Quella era la sorgente da cui veniva tutto il bello che c’è stato nella sua vita».

Il vescovo ha poi sottolineato come la preghiera abbia rappresentato una dimensione essenziale della sua esistenza, una forza silenziosa ma concreta attraverso la quale affidare a Dio le necessità delle persone e delle comunità. Allo stesso tempo ha ricordato il grande impegno del beato nell’insegnare e diffondere il Vangelo, convinto che le parole di Gesù fossero capaci di illuminare il significato della vita e di offrire a ciascuno la forza per affrontarla.

Le Piccole Ancelle del Sacro Cuore, l’opera più viva di Liviero

Il passaggio più ampio della riflessione è stato dedicato alla nascita delle Piccole Ancelle del Sacro Cuore, la congregazione fondata da Liviero nel 1915 e ancora oggi presente in diversi ambiti educativi, assistenziali e pastorali. Il vescovo ha definito questa intuizione «la cosa più bella» realizzata dal beato, spiegando come opere e strutture possano attraversare il tempo, ma una famiglia religiosa continui a custodire e trasmettere il carisma del fondatore attraverso le generazioni.

Rivolgendosi in particolare ai bambini presenti, Paolucci Bedini ha spiegato il significato stesso del nome scelto da Liviero per la congregazione. “Piccole” non per una questione di statura, ma perché chiamate a farsi vicine a tutti senza escludere nessuno; “ancelle” perché pronte a mettere la propria vita al servizio degli altri, sull’esempio di Maria; “del Sacro Cuore” perché radicate nell’amore di Gesù, sorgente da cui attingere per amare il prossimo.

La gioia che nasce dal dono di sé

Il cuore del messaggio consegnato ai fedeli è stato proprio questo: la vita cristiana trova la sua pienezza quando l’amore ricevuto da Dio diventa amore donato agli altri. «La nostra piena felicità sarà sempre quella di aiutare gli altri a essere pieni di gioia», ha concluso il vescovo.

Preghiera e devozione davanti alla tomba del beato

Al termine della celebrazione, il pellegrinaggio dei fedeli è proseguito nel duomo inferiore, dove è custodita l’urna del beato Carlo Liviero. Nella cripta della cattedrale, davanti alla sua tomba, canti e preghiere sono continuati in un clima di festa e gratitudine. Un momento semplice ma particolarmente sentito, che ha unito religiose, bambini, insegnanti e devoti nel ricordo di un pastore che ha segnato profondamente la vita della Chiesa tifernate e che continua ancora oggi a essere indicato come esempio di fede, carità e servizio.

Aperta nella chiesa di San Francesco la mostra del centenario

Nella chiesa di San Francesco a Città di Castello, si è aperta nel fine settimana la mostra “Io, Frate Francesco. 800 anni di una grande avventura”, inserita nel programma delle iniziative promosse dalla Diocesi tifernate per le celebrazioni dell’Ottavo Centenario dalla morte del santo di Assisi.

Una riflessione su “Francesco, alter Christus”

A partire dai temi centrali dell’esposizione – l’attualità del messaggio francescano, la radicalità della scelta evangelica e la profonda dimensione umana e spirituale del Poverello di Assisi – domenica 24 maggio si è tenuto l’incontro con padre Giuseppe Renda, frate minore francescano, guardiano e parroco della parrocchia di San Giovanni Battista agli Zoccolanti, che ha approfondito il tema “Francesco, alter Christus”.

Il vescovo Luciano Paolucci Bedini, ha aperto l’incontro con un breve saluto introduttivo, richiamando il significato dell’iniziativa nell’ambito del percorso celebrativo diocesano, dedicato all’Ottavo Centenario.

Il legame tra l’incontro e la mostra non si esaurisce nel tema comune dedicato a san Francesco, ma si fonda soprattutto su un medesimo approccio comunicativo e culturale: quello di raccontare il santo in modo semplice, immediato e accessibile, attraverso strumenti essenziali e linguaggi diversi, invitando a riscoprire la sua figura al di là delle immagini più consolidate e spesso idealizzate.

La figura del Santo assisano

Durante il suo intervento, padre Renda ha offerto ai presenti l’occasione di approfondire la figura di san Francesco oltre la dimensione storica, mettendone in luce la forza sempre attuale della testimonianza evangelica e proponendo una lettura originale e profondamente umana del santo, lontana da rappresentazioni stereotipate. È emerso così il volto di un uomo pienamente inserito nella quotidianità, segnato da fragilità, inquietudini e limiti, ma proprio per questo capace di parlare ancora oggi al cuore delle persone. Attraverso gesti essenziali e parole semplici, san Francesco continua infatti a indicare un cammino concreto fatto di amore per il prossimo, fraternità e fede vissuta nella vita di ogni giorno.

La mostra itinerante arriva a Città di Castello

In questa stessa prospettiva si colloca anche la mostra, realizzata con il patrocinio e il sostegno del Comitato nazionale per le celebrazioni dell’Ottavo Centenario della morte di san Francesco d’Assisi, ideata in occasione della 46ª edizione del Meeting per l’Amicizia fra i Popoli e curata dai Frati minori della Porziuncola assisana. Il percorso espositivo utilizza pannelli sintetici e contenuti essenziali per ripercorrere in modo chiaro e diretto le tappe fondamentali della vita del santo, favorendo un incontro immediato con la sua esperienza umana e spirituale. A disposizione dei visitatori un servizio di audio guide, pensato per accompagnare la fruizione della mostra e approfondire i contenuti in modo accessibile e coinvolgente.

La tappa tifernate si inserisce nel più ampio itinerario nazionale ed europeo della mostra itinerante, che nel corso del 2026 attraversa numerose città italiane ed europee, incontrando comunità e realtà ecclesiali diverse. La mostra è visitabile tutti i giorni dalle ore 9 alle ore 18, fino al 31 maggio. Il catalogo della mostra è disponibile presso il Museo diocesano.

Prossima iniziativa con mons. Accrocca

Il prossimo appuntamento nel calendario delle iniziative diocesane dedicate dell’Ottavo Centenario della morte di San Francesco d’Assisi, sarà il 18 giugno, con un incontro guidato da mons. Felice Accrocca, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno.

Lo Spirito Santo che unisce le Chiese diocesane

Le Chiese diocesane di Città di Castello e di Gubbio si sono ritrovate unite nella serata di sabato 23 maggio per la veglia interdiocesana di Pentecoste, celebrata nella chiesa di Cristo Risorto a Umbertide. Un appuntamento ormai consolidato, vissuto come segno concreto di comunione tra le due comunità ecclesiali guidate dal vescovo Luciano Paolucci Bedini, che ha presieduto la liturgia davanti a numerosi fedeli provenienti dai due territori diocesani.

Attraverso il canto, l’ascolto della Parola e la preghiera comunitaria, la celebrazione ha richiamato il significato profondo della Pentecoste come festa dello Spirito Santo e della nascita della Chiesa. Nel corso dell’omelia, il vescovo ha invitato i presenti a riscoprire la centralità dell’amore di Cristo come sorgente autentica della vita ecclesiale. “Alla base di ogni cammino di Chiesa e di ogni personale cammino di fede – ha affermato – non può che esserci questa esperienza molto concreta, molto semplice, molto profonda: essersi sentiti toccati dall’amore di Gesù”.

Sguardo di misericordia e di amore

Mons. Paolucci Bedini ha sottolineato come la comunità cristiana non possa esistere senza quello “sguardo di misericordia e di amore” che raduna e rende realmente Chiesa. “Senza quella parola che ci raccoglie e ci convoca – ha spiegato – possiamo essere amici, gruppi o appartenenze varie, ma non siamo Chiesa”.

Al centro della riflessione anche il ruolo dello Spirito Santo, continuamente invocato da Cristo stesso per la sua Chiesa. “Non c’è un minuto che possiamo stare senza questa potenza d’amore”, ha detto il vescovo, ricordando che lo Spirito non elimina automaticamente fragilità e limiti umani, ma rende possibile la “perenne novità di Dio”, che si manifesta nei frutti della gioia, della pace, della speranza, della comunione e dell’unità.

Spirito Santo e Cammino sinodale

Un passaggio significativo dell’omelia è stato dedicato anche al Cammino sinodale della Chiesa italiana. Riprendendo il percorso vissuto negli ultimi quattro anni, il vescovo ha ricordato come la domanda fondamentale resti ancora oggi: “Che cosa ci sta chiedendo lo Spirito Santo?”. Una domanda che, ha osservato, richiede anzitutto un atteggiamento autentico di ascolto e disponibilità, evitando la tentazione di “dire noi allo Spirito Santo quello di cui avevamo bisogno”.

Nel tratto conclusivo della meditazione, mons. Paolucci Bedini ha invitato le comunità a vivere l’invocazione dello Spirito non come un gesto occasionale, ma come “la postura ordinaria della vita spirituale” personale ed ecclesiale. “Non possiamo che essere invocatori dello Spirito Santo”, ha affermato, esortando i fedeli a lasciarsi “scomodare” dallo Spirito stesso per percorrere strade nuove e rendere la propria vita testimonianza viva del Vangelo.

L’omelia integrale del vescovo Luciano

Ascolta qui: https://spotifycreators-web.app.link/e/HR963wm8o3b

Povertà sanitaria, a Città di Castello un anno di cure e una sfida che cresce 

A Città di Castello la povertà sanitaria non è più soltanto un indicatore statistico, ma un fenomeno concreto che assume il volto di famiglie che rinunciano alle cure, di genitori costretti a rimandare visite per i figli, di persone sole o lavoratori fragili che non riescono a sostenere anche le spese mediche più essenziali. È da questa consapevolezza che ha preso le mosse il convegno “Povertà e vulnerabilità sanitaria: una nuova sfida”, promosso dalla Caritas diocesana di Città di Castello nel primo anniversario dell’ambulatorio odontoiatrico solidale “Santa Margherita”, l’opera segno nata per offrire cure odontoiatriche di base a chi non può permettersele.

Chiesa e istituzioni insieme per leggere il territorio

Ad aprire l’incontro è stato il vescovo della Chiesa tifernate Luciano Paolucci Bedini, che ha richiamato il valore evangelico della prossimità e della cura delle fragilità come responsabilità condivisa della comunità ecclesiale e civile. A portare il saluto delle istituzioni del territorio sono stati anche il sindaco di Città di Castello, Luca Secondi, e Lara Goracci, assessore ai Servizi sociali del Comune di Umbertide, a conferma di come il tema della salute e dell’accesso alle cure riguardi da vicino la qualità sociale di un’intera comunità.

I numeri della povertà sanitaria in Italia e in Umbria

A offrire il quadro nazionale e regionale del fenomeno è stata Franca Proietti, responsabile provinciale del recupero dei farmaci validi per la Fondazione Banco Farmaceutico. “La povertà sanitaria innanzitutto è frutto della povertà assoluta”, ha spiegato Proietti che ha illustrato alcuni dati sul fenomeno, specie per ciò che riguarda i farmaci. “E se guardiamo all’Umbria – ha aggiunto -, parliamo di circa 5mila persone in condizione di povertà sanitaria, sostenute da 56 realtà assistenziali”.

Altri dati presentati poi nel corso dell’incontro restituiscono una fotografia molto netta: oggi in Italia vive in povertà assoluta il 9,8% della popolazione, pari a 5,7 milioni di persone e 2,2 milioni di famiglie, con una crescita del 43,3% negli ultimi dieci anni. Se si allarga lo sguardo al rischio di povertà o esclusione sociale, la percentuale sale al 25,2% della popolazione, cioè quasi 15 milioni di persone. In Umbria il dato riguarda il 14% della popolazione, pari a circa 119 mila persone.

Sempre secondo i dati illustrati nel convegno, nel 2024 i centri di ascolto Caritas italiani hanno sostenuto 277.775 famiglie, con un aumento del 62,6% rispetto a dieci anni fa, e oltre una persona su due presenta almeno due forme di disagio contemporaneamente .

Sul fronte sanitario, la spesa sostenuta direttamente dalle famiglie italiane ha raggiunto i 40 miliardi di euro l’anno, con una media di 1.414 euro per nucleo familiare, mentre dal 1985 al 2023 la spesa sanitaria privata è cresciuta del 647,9 per cento. Nell’accesso alle cure odontoiatriche, risulta molto marcata la differenza tra le famiglie che non si trovano in povertà (il 69% di loro riesce a curare i propri denti) e quelle che invece sono in povertà assoluta o relativa: solo nel 16% dei casi possono curarsi.

L’esperienza concreta dell’ambulatorio Santa Margherita

Dal contesto generale si è poi passati all’esperienza concreta del territorio. Gaetano Zucchini, direttore della Caritas diocesana tifernate, ha ripercorso la nascita dell’ambulatorio, frutto di due anni di progettazione, autorizzazioni sanitarie e allestimento tecnico.

“È un servizio che ci dà soddisfazione, ma anche un senso di amarezza, perché quando questi ambulatori si riempiono di persone significa che qualcosa non funziona. In un Paese dove il sistema sanitario nazionale dovrebbe garantire l’accesso alle cure, vediamo invece che le diseguaglianze sociali investono anche la salute”.

I numeri del primo anno a Città di Castello

I numeri del primo anno aiutano a leggere la dimensione locale del fenomeno. L’ambulatorio ha erogato 531 prestazioni tra visite, prevenzione e cure, con un Isee medio dei pazienti di 4.448 euro. L’età media degli adulti seguiti è di 40,5 anni, mentre circa il 66,2% dell’utenza è composto da cittadini stranieri. Il valore economico di quanto erogato dal servizio odontoiatrico Caritas ha un corrispettivo che oscilla tra i 60 e i 100mila euro se paragonato a prezzi bassi o medi di mercato degli ambulatori dentistici in libera professione.

Quasi la metà dei beneficiari adulti ha figli a carico, spesso in nuclei monoreddito, e tra i piccoli pazienti sono stati presi in carico 63 bambini tra 0 e 6 anni, di cui l’84% nato in Italia, in gran parte proprio a Città di Castello e nel comprensorio .

Curare il sorriso, restituire dignità

A illustrare il valore clinico e umano del progetto sono stati Guido Lombardo, direttore sanitario dell’ambulatorio, e Stefano Cianetti, entrambi odontoiatri del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Perugia.

Lombardo ha parlato di “circa 100 pazienti presi in carico in questo primo anno” e di un lavoro che punta non soltanto a curare, ma a restituire salute e dignità. “Abbiamo visto bocche mediamente in difficoltà e confermato quello che già sapevamo: l’indigenza socio-economica è strettamente correlata a un cattivo stato di salute orale. Abbiamo cercato di accompagnare queste persone da una condizione di malattia a una condizione di salute”.

Nel corso del pomeriggio è stato proiettato anche il racconto video sull’ambulatorio tifernate realizzato per la campagna “Firmato da te” della Chiesa cattolica italiana, a sottolineare il ruolo concreto delle risorse dell’8xmille nella realizzazione di opere sociali sul territorio. Nel corso del convegno è intervenuta anche Biancamaria Tagliaferri, vicepresidente dell’Assemblea legislativa della Regione Umbria e presidente dell’Osservatorio sulle disabilità, che ha richiamato la necessità di rafforzare le reti territoriali e le politiche di contrasto alla vulnerabilità sanitaria.

A un anno dall’apertura, l’ambulatorio “Santa Margherita” di Città di Castello racconta così non soltanto una serie di prestazioni sanitarie, ma un presidio concreto di prossimità. Un luogo dove, come hanno sintetizzato sia Lombardo sia Zucchini, “i pazienti non pagano con la moneta, ma con la gratitudine; ed è questa la forza che ci spinge ad andare avanti”.

Povertà e vulnerabilità sanitaria, un convegno Caritas per riflettere sulle nuove sfide

A un anno dalla sua apertura, l’ambulatorio odontoiatrico solidale “Santa Margherita” della Caritas diocesana di Città di Castello si conferma come una risposta concreta a un bisogno crescente: quello dell’accesso alle cure sanitarie per le persone più fragili.

In dodici mesi di attività, il servizio ha già garantito oltre 500 prestazioni tra cure e prevenzione, intercettando situazioni di forte disagio economico, con un valore medio Isee dei pazienti intorno ai 4.400 euro. Un’esperienza significativa che sarà al centro del convegno in programma venerdì 8 maggio alle ore 17.30, presso la sala “San Giovanni Battista” nella parrocchia della Madonna del Latte (via Alcide De Gasperi).

Il convegno sulla povertà sanitaria

Dal titolo “Povertà e vulnerabilità sanitaria: una nuova sfida”, l’incontro è promosso dalla Caritas diocesana in collaborazione con la Diocesi di Città di Castello. L’obiettivo è chiaro: accendere i riflettori su un fenomeno sempre più attuale, mettendo in dialogo istituzioni, operatori sanitari ed esperti del settore.

Ad aprire i lavori sarà mons. Luciano Paolucci Bedini, vescovo di Città di Castello. Seguirà la presentazione del rapporto sulla povertà sanitaria italiana e regionale 2025, a cura di Franca Proietti, responsabile provinciale del recupero dei farmaci validi per la Fondazione Banco Farmaceutico.

L’esperienza dell’ambulatorio “Santa Margherita”

Ampio spazio sarà dedicato all’esperienza concreta del territorio. L’ambulatorio “Santa Margherita” rappresenta infatti un modello di sanità solidale e di prossimità, capace non solo di offrire cure, ma anche di far emergere i tratti della nuova povertà.

Tra i dati più significativi del primo anno:

  • circa due terzi dei pazienti sono cittadini stranieri, segno delle difficoltà di accesso alle cure;
  • il disagio sanitario coinvolge tutte le fasce d’età, dai bambini agli anziani;
  • si registra una forte presenza di famiglie fragili e lavoratori precari.

A raccontare questa esperienza saranno il direttore della Caritas diocesana Gaetano Zucchini, insieme a Guido Lombardo e Stefano Cianetti del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Perugia, rispettivamente direttore sanitario e responsabile scientifico dell’ambulatorio solidale.

Politiche e prospettive future

A concludere l’incontro sarà Biancamaria Tagliaferri, vicepresidente dell’Assemblea legislativa della Regione Umbria e presidente dell’Osservatorio sulle disabilità, con un intervento dedicato alle politiche regionali e alle prospettive future sul tema della povertà sanitaria.

Una sfida che riguarda tutti

L’iniziativa si inserisce nel più ampio impegno della Caritas nel promuovere una cultura della solidarietà e della tutela della dignità della persona.

Il convegno rappresenta non solo un momento di riflessione su un anno di attività dell’ambulatorio odontoiatrico solidale, ma anche un’occasione per interrogarsi sulle nuove sfide della povertà sanitaria, un fenomeno in crescita che tocca sempre più da vicino le comunità locali.

La locandina del convegno Caritas dell’8 maggio sulla povertà sanitaria

Il limite come dono: la musica chiude il Festival Biblico a Città di Castello 

Si è conclusa con un pomeriggio intenso e partecipato l’edizione “zero” del Festival Biblico a Città di Castello, che ha saputo offrire alla comunità tifernate un percorso ricco di contenuti, riflessioni e momenti di autentica bellezza.

Un concerto-meditazione su san Francesco

A chiudere il ciclo di appuntamenti, domenica 19 aprile, lo spettacolo di musica e parole “Francesco – Dall’infinitamente piccolo al dono più grande”, ospitato in uno dei luoghi più significativi della città, il santuario della Madonna delle Grazie. Un concerto-meditazione – in occasione dell’ottavo centenario della morte di san Francesco – capace di coinvolgere profondamente il pubblico, grazie a un intreccio musicale e narrativo particolarmente riuscito. I brani de L’infinitamente piccolo di Angelo Branduardi, la colonna sonora di Fratello Sole, Sorella Luna composta da Riz Ortolani per il film di Franco Zeffirelli del 1972 e alcuni estratti da Francesco, il musical si sono fusi in modo originale ed emozionante, dando vita a un racconto suggestivo della vita e del messaggio di Francesco d’Assisi.

Protagoniste della serata le voci della Schola cantorum “Giovanni Medici”, in collaborazione con la Corale “Braccio Fortebraccio” di Montone e la Scuola comunale di musica “Giacomo Puccini” di Città di Castello, che ha impreziosito ulteriormente la proposta artistica. E poi, i musicisti Fabio Battistelli, Francesco Fulvi, Matteo Foni, Ruggero Bagnini, Tommaso Falleri e Lorenzo Ronti, con arrangiamenti firmati da Tommaso Falleri e Francesco Fulvi, testi di Alvaro Morini e la direzione artistica di Enzo Bartolucci. A guidare il pubblico lungo il percorso narrativo è stata la voce di Leonardo Caprini, capace di restituire profondità e unità all’intero percorso artistico e spirituale. 

Tre appuntamenti sul “potere del limite”

Il concerto conclusivo ha raccolto e rilanciato il filo rosso dell’intero Festival Biblico, sulla scia dell’iniziativa nazionale lanciata dal 2005 da Diocesi di Vicenza e Società San Paolo, dedicato quest’anno al tema del “potere del limite”: un invito a riscoprire il limite non come fragilità da nascondere, ma come spazio generativo di relazione, responsabilità e libertà.

Un percorso avviato già l’11 aprile con l’incontro inaugurale, che ha visto dialogare il senatore Walter Verini e don Marco Briziarelli, direttore della Caritas diocesana di Perugia-Città della Pieve. Un confronto diretto e concreto sui temi delle nuove povertà, del disagio sociale e del carcere, capace di mettere in luce le contraddizioni del presente e la necessità di uno sguardo condiviso e responsabile.

Il secondo appuntamento, il 17 aprile, ha invece offerto una lettura biblica e teologica del tema grazie alla meditazione della professoressa Adriana Valerio, che ha guidato il pubblico in una riflessione sul rapporto tra potere e cura, mostrando come la Scrittura possa ancora oggi illuminare le dinamiche della vita personale e sociale.

Tre appuntamenti diversi per linguaggi e contenuti, ma uniti da una stessa intenzione: creare spazi di ascolto, dialogo e confronto, portando la Parola di Dio nelle “piazze” del nostro tempo.

Questa prima edizione tifernate del Festival Biblico si chiude dunque con un bilancio positivo, segnato da una buona partecipazione e da una proposta culturale e spirituale capace di parlare alla comunità. Un “numero zero” che lascia intravedere prospettive di crescita per il futuro, grazie alla collaborazione tra gruppo organizzatore, Chiesa diocesana, realtà associative, volontari e istituzioni, a cominciare dal Comune tifernate.

Le celebrazioni per santa Margherita, testimone per il nostro tempo

Nella chiesa di San Domenico, luogo simbolo della presenza di santa Margherita, numerosi fedeli hanno partecipato ieri alle celebrazioni liturgiche distribuite nell’arco della giornata, culminate nella santa messa delle ore 18 presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini. Un momento intenso, nel quale sono stati affidati all’intercessione della Santa i malati, le persone con disabilità e l’intera diocesi.

La forza rivoluzionaria della piccolezza

Al centro della giornata, l’omelia del vescovo ha offerto una chiave di lettura attuale e profonda della figura della Santa, mettendo in evidenza il forte contrasto tra il Vangelo e la logica dominante del mondo contemporaneo.

«Il mondo attorno a noi – ha osservato il vescovo Luciano – ci fa vedere come alcuni, con il potere e la violenza, si impongono sugli altri… cercano la lode per sé stessi». Eppure, ha aggiunto, proprio in questo contesto «noi siamo qui a venerare la piccolezza, ciò che è piccolo, scartato, quasi nascosto, sicuramente impotente».

Un contrasto netto, che diventa provocazione per i credenti: da una parte «arroganza, divisione, giudizio, esclusione», dall’altra la testimonianza luminosa di chi, come Margherita, ha scelto la via dell’amore e del dono totale di sé. «Chi si fa piccolo e per amore spende tutta la propria vita al servizio degli altri, in realtà vince», ha sottolineato il Vescovo, indicando nella Santa una testimone della “vera battaglia” della vita: quella della pienezza, della verità e della bellezza dell’esistenza.

Un passaggio particolarmente incisivo ha riguardato il valore della santità oggi: «I Santi non sono stati bravi, i Santi sono stati rivoluzionari», perché hanno fondato la loro vita non sulla forza umana, ma «sull’umiltà di affidarsi completamente alle mani di Dio» . Una rivoluzione silenziosa, ma potente, di cui – ha concluso – «il mondo ha bisogno».

Il chiostro racconta la Santa

Accanto ai momenti liturgici, la giornata è stata arricchita da un’iniziativa culturale e spirituale molto partecipata. Nel chiostro del convento di San Domenico, i volontari delle associazioni “Le Rose di Gerico” e “Chiese Storiche” hanno guidato i presenti in un percorso narrativo dedicato alla vita di santa Margherita. Attraverso le lunette dipinte, i visitatori hanno potuto ripercorrere gli episodi più significativi della sua esistenza: un racconto che intreccia tradizione orale e fonti scritte, restituendo la profondità della devozione popolare nei secoli.

Il chiostro e la chiesa si confermano così luoghi vivi della memoria: spazi che non solo custodiscono la storia della Santa, ma continuano a trasmettere il legame profondo tra Margherita e la città che l’ha accolta, accompagnando generazioni di fedeli nel loro cammino spirituale.

Una testimonianza che parla ancora oggi

Nata con gravi disabilità, santa Margherita ha saputo trasformare la sofferenza in amore, dedicando la propria vita ai poveri e agli ultimi. Una “piccolezza” che, come ha ricordato il vescovo Paolucci Bedini, diventa oggi segno controcorrente e profezia. In un tempo segnato da logiche di potere e autoreferenzialità, la sua vita continua a indicare una strada diversa: quella della dignità che nasce dall’essere figli di Dio e della forza che scaturisce dalla carità.

La celebrazione annuale non è dunque solo memoria, ma scuola di vita: «il luogo dove possiamo imparare – ha detto don Luciano – la grandezza dell’essere figli di Dio e la bellezza di vivere secondo la sua grazia» . E proprio da questa grazia, invocata per il mondo intero, la comunità tifernate riparte, rinnovando il legame con la sua Santa e il suo messaggio sempre attuale.

Festival Biblico 2026 a Città di Castello: tre appuntamenti per riscoprire il “potere del limite”

C’è anche la Diocesi di Città di Castello tra le protagoniste della ventiduesima edizione del Festival Biblico, l’iniziativa promossa dalla Diocesi di Vicenza e dalla Società San Paolo che, dal 9 aprile al primo giugno 2026, coinvolgerà numerose città italiane.

Per la prima volta, infatti, anche il territorio tifernate ha scelto di aderire alla proposta culturale e spirituale, con il patrocinio della Fondazione Festival Biblico di Vicenza, proponendo un programma articolato in tre appuntamenti di rilievo religioso, sociale e artistico. Un debutto che porta anche in Altotevere un’esperienza ormai consolidata a livello nazionale, capace di mettere in dialogo la Parola di Dio con la vita contemporanea.

Il tema: il limite come occasione di incontro

Al centro dell’edizione 2026 il tema “Il potere del limite”, una prospettiva che invita a rileggere in modo nuovo una dimensione spesso percepita solo come fragilità.

«Credo sia molto bello e importante che per la conoscenza della Scrittura anche in forma popolare e nel dialogo con la cultura, pure nel nostro territorio si possano creare iniziative per incontrare il testo biblico e conoscerlo – sottolinea il vescovo, mons. Luciano Paolucci Bedini. Attraverso alcuni esperti o figure della nostra società si può dialogare attorno a tematiche che sono contenute anche nel testo biblico, un insieme di scritti che attraversa la storia e che nella sua profondità riguarda e coinvolge anche noi nella nostra attualità».

Una prospettiva che trova eco anche nelle parole di Paolo Bocci, presidente dell’associazione Chiese Storiche di Città di Castello e tra i promotori dell’iniziativa: «Il Festival Biblico è stato pensato proprio per attualizzare la Parola, il Vangelo e le Sacre Scritture. Il limite sembra una cosa che nella nostra società non interessa più a nessuno, invece è fondamentale, perché significa rispetto dell’altro, significa come io mi rapporto con gli altri e quindi costruzione di comunità e fraternità».

Il limite, dunque, non solo come segno della finitezza umana, ma come condizione che rende possibile la relazione, fondamento dell’etica e della responsabilità.

Il primo appuntamento: uno sguardo sulle fragilità sociali

Il primo incontro è in programma sabato 11 aprile alle ore 16:30 nella Sala del Consiglio Comunale, con il dialogo sul tema “Disuguaglianze, povertà, disagio, carcere: quali azioni per umanizzare la società”.

Ad aprire l’appuntamento saranno il vescovo mons. Paolucci Bedini e il sindaco Luca Secondi. Il confronto vedrà protagonisti don Marco Briziarelli, delegato regionale delle Caritas dell’Umbria, e il senatore Valter Verini, segretario della Commissione Giustizia del Senato.

«Il primo appuntamento riguarda proprio le disuguaglianze e la povertà, per capire quali azioni siano necessarie per umanizzare la società», spiega Bocci, evidenziando il desiderio di affrontare temi concreti e urgenti che toccano da vicino la vita delle persone.

La meditazione biblica: il potere che si fa cura

Il secondo appuntamento, venerdì 17 aprile alle ore 21 all’Auditorium San Giovanni Decollato, sarà dedicato alla meditazione biblica “Quando il potere si fa cura”, guidata dalla professoressa Adriana Valerio, storica della Chiesa e teologa. «Avremo una storica e biblista come Adriana Valerio che ci aiuterà a riflettere proprio sul tema del limite e su come renderlo attuale», prosegue Bocci.

Un’occasione per rileggere il concetto di potere alla luce del Vangelo, dove esso si trasforma da dominio a servizio, da controllo a cura dell’altro.

San Francesco e la via dell’umiltà

Il Festival si concluderà domenica 19 aprile alle ore 17 al Santuario della Madonna delle Grazie, con l’evento artistico-musicale “Francesco, dall’infinitamente piccolo al dono più grande”, in occasione dell’Ottavo Centenario del Transito di san Francesco d’Assisi (1226-2026).

«Finiremo con san Francesco – spiega ancora Bocci – che ha vissuto profondamente il tema del limite e dell’umiltà nel suo rapporto con gli altri. Sarà un momento artistico che racconterà proprio questo percorso».

Attraverso la musica, l’iniziativa offrirà una riflessione spirituale sulla figura del Poverello, con il coinvolgimento della Schola Cantorum “Giovanni Medici”, della corale “Braccio Fortebraccio” di Montone e della Scuola comunale di musica “Giacomo Puccini”, in collaborazione con il FEC – Fondo Edifici di Culto.

Un “anno zero” che guarda al futuro

Quella del 2026 rappresenta una prima esperienza, ma già con uno sguardo rivolto al futuro. «Questo vuole essere un anno zero – conclude Bocci – reso possibile grazie a un grande lavoro di volontariato. In poche settimane siamo riusciti a costruire questo primo appuntamento, e speriamo che nei prossimi anni si possa continuare, approfondire e migliorare».

Gli organizzatori ci tengono anche a ringraziare i musicisti Fabio Battistelli, Cesare Tiroli, Lorenzo Ronti, Anthony Guerrini; Alvaro Morini, Elisa Romani, Maria Montagnani per le letture che introducono i vari momenti; Susanna Ribuffo e Nuova Prhomos per la collaborazione, insieme a tutti coloro che a vario titolo hanno contribuito alla realizzazione delle iniziative.

Il Festival Biblico si presenta così come una nuova opportunità per la comunità tifernate: un cammino che, a partire dalle Sacre Scritture, invita a leggere il presente con uno sguardo più profondo, riscoprendo proprio nel limite una possibilità di senso, di relazione e di speranza.

La locandina degli appuntamenti della Chiesa tifernate per il Festival Biblico 2026

Pasqua a Città di Castello, il Vescovo: “Cristo è risorto, in Lui una vita nuova per tutti” 

Nella mattina della Domenica di Pasqua, cuore dell’anno liturgico in cui la Chiesa celebra la risurrezione di Cristo e la vittoria della vita sulla morte, il vescovo di Città di Castello e di Gubbio, mons. Luciano Paolucci Bedini, ha presieduto la solenne celebrazione eucaristica nella cattedrale tifernate dei Santi Florido e Amanzio.

La liturgia pasquale, culmine del Triduo, annuncia il sepolcro vuoto e rinnova per i fedeli la speranza di una vita nuova in Cristo risorto. In questo contesto, il vescovo ha pronunciato l’omelia che proponiamo integralmente.

L’omelia del vescovo Luciano

Una tomba chiusa, sigillata, che segna la fine, la conclusione amara e il fallimento della missione del Messia, l’inviato di Dio che doveva salvare l’umanità. È una tomba spalancata, vuota, che non è riuscita a trattenere quella morte, perché quella morte non segnava la fine ma un nuovo inizio.

Quella vita donata per amore ha attraversato le porte della morte e ha segnato per sempre la vittoria dell’umanità in Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, sul peccato, sul male, sulla sofferenza e sulla morte. E quando, quel mattino – il mattino di Pasqua, il primo giorno della settimana – le donne, con tanta fede e affetto, vanno a onorare il corpo sepolto di Gesù, stanno ancora cercando un uomo morto.

Vogliono compiere il gesto supremo dell’omaggio che si deve ai defunti. Ma non conoscono, non riescono a comprendere che ciò che è accaduto in quella notte segna per sempre una novità assoluta. E allora ecco l’immagine potente di questo masso che aveva chiuso la tomba di Gesù, ormai rotolato via. Ci sono solo le bende che avevano avvolto il suo corpo, il sudario che aveva coperto il suo volto, tutto lì ormai abbandonato, perché non c’è più il segno della morte in quella tomba, ma l’inizio di una vita nuova.

Quando nella notte di Pasqua si accende il cero pasquale, che è il segno di Cristo risorto, la potenza di quel gesto ci ricorda come una piccola luce che si accende nelle tenebre rischiari totalmente l’umanità. E ogni fiammella che si accende a quella luce nuova trasforma la storia dell’umanità. Eppure il Vangelo, anche quello di stamattina, ci ricorda che non avevano ancora compreso la Scrittura, cioè che egli doveva risorgere dai morti. E guardate: è ancora questa la sfida della Pasqua.

A distanza di duemila anni, la sfida è ancora riuscire a comprendere, ad accettare e ad accogliere nella nostra vita che Cristo sia davvero risorto e che con lui anche la nostra vita può risorgere. Perché noi siamo troppo abituati alla morte. Quella la conosciamo, sappiamo che sapore ha. E sappiamo anche quanto la morte si presenti nella nostra vita continuamente, nei giorni e negli anni. Facciamo esperienza di tanti fallimenti della nostra vita e di tante cose che ci feriscono e non comprendiamo: il male, il peccato, la malattia, la sofferenza, la durezza del cuore.

Noi fino a lì arriviamo, a comprendere che con lui possiamo sopportare meglio tutto ciò che offende la nostra storia, la nostra vita. Ma il rischio è che, se Gesù è risorto dai morti e ha lasciato quella tomba, tante volte noi quella tomba non la lasciamo mai.

Spesso, nella nostra vita, rimaniamo impastoiati nelle nostre morti, intrappolati nei tentacoli delle tante sofferenze e fatiche che viviamo. Qualche volta ci abituiamo a tutto ciò che porta con sé la morte e pensiamo di non poter vivere meglio, pensiamo che la nostra vita non possa essere di più e crediamo che la vera liberazione sia la fine della vita.

Invece il Vangelo ci annuncia che, come in Cristo siamo stati sepolti nella morte – sì, perché lui ha pagato il prezzo della nostra ferita mortale – non noi, ma noi con lui abbiamo attraversato quella porta che sembrava chiusa: la porta della morte, del male e del peccato. Però con lui siamo chiamati a risorgere.

Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Ecco, se solo riuscissimo a comprendere questo, allora capiremmo perché ogni anno, nella celebrazione solenne della Pasqua, noi ricordiamo sì la grande notizia della risurrezione del Signore Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo per salvarci, ma ancora di più facciamo memoria e festeggiamo il nostro battesimo.

Ecco il segno dell’acqua con la quale siamo stati aspersi. Perché la vera Pasqua, per ciascuno di noi, è il battesimo che abbiamo ricevuto. Perché in quel gesto sacramentale noi siamo stati immersi nella morte di Cristo, ma siamo stati anche risuscitati. E, se rimaniamo uniti a lui risorto, alla sua parola, alla sua grazia nei sacramenti, allora anche per noi è possibile vivere una vita da risorti.

Facciamo tanta fatica a capire questo, a crederci, ad aprire il nostro cuore perché davvero l’azione dello Spirito Santo compia in noi ciò che ha compiuto in Gesù, davvero ci riscatti da tutto ciò che offende la nostra vita e ci doni una vita libera, capace di vivere nell’amore.

Facciamo fatica perché tante volte, troppe volte, attorno a noi continuiamo a vedere e a contemplare solo segni di morte. Ma quella vita che la Pasqua ci promette comincia da noi. E guardate: davvero basta uno di noi, un fratello o una sorella che, affidato alla risurrezione di Gesù, vive da risorto, per cambiare la storia dell’umanità.

E pensate: se tutti noi che siamo credenti davvero vivessimo quella Pasqua della vita nuova di Gesù risorto, cosa sarebbe il mondo? La risurrezione ha iniziato una rivoluzione nel mondo, e questa rivoluzione va portata avanti. Ma solo noi, grazie alla potenza dell’amore di Dio, possiamo realizzarla. Se lasciamo che la risurrezione di Cristo trasformi anche la nostra vita, ce la restituisca risorta, e possiamo condividerla con i fratelli.

Ecco perché le donne vanno dai discepoli a dire che Gesù è risorto, i discepoli vanno dagli altri discepoli a dire che Gesù è risorto e poi tutti insieme si aiutano ad accogliere questa notizia inattesa e imprevedibile. Se Gesù è risorto, allora la nostra vita è finalmente una vita nuova.

+Luciano, vescovo di Città di Castello e di Gubbio