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Scuola di Italiano Caritas, una nuova casa per una comunità che cresce

«Quando uno straniero arriva qui è tutto buio. Non capisce le parole, non conosce le leggi, non sa come muoversi. Poi incontra una comunità e tutto cambia». Le parole di Maryna, arrivata dall’Ucraina con i figli dopo lo scoppio della guerra, raccontano meglio di qualsiasi discorso il significato dell’inaugurazione dei nuovi locali della Scuola di Italiano per stranieri della Caritas diocesana di Città di Castello, che c’è stata venerdì 3 luglio in via San Florido.

Quella inaugurata non è semplicemente una nuova sede. È la casa di un’esperienza che negli anni recenti è cresciuta grazie all’impegno di operatori, insegnanti e volontarie, accompagnando decine di persone provenienti da Paesi diversi in un percorso che ha nella lingua italiana il punto di partenza, ma che conduce ben oltre: verso l’autonomia, il lavoro, le relazioni e la piena partecipazione alla vita della comunità.

Una scuola nata dall’ascolto dei bisogni

L’inaugurazione è stata volutamente costruita come un racconto corale, lasciando spazio alle testimonianze degli studenti e di quanti, ogni giorno, rendono possibile questa esperienza.

A ripercorrerne la storia sono state Laura Santinelli ed Eva Piersimoni, operatrici della Caritas diocesana. La scuola nasce all’interno del centro di accoglienza gestito dalla Caritas per la Prefettura di Perugia, inizialmente rivolta ai richiedenti asilo. Ben presto, però, emerge un bisogno più ampio e, grazie a un progetto finanziato con i fondi dell’8xmille, i corsi vengono aperti a tutti gli stranieri interessati a imparare l’italiano. Da allora il numero degli studenti cresce costantemente, così come cambiano gli spazi che li ospitano: dalla piccola sede della Caritas all’ex Seminario, poi alla mensa e infine ai nuovi locali messi a disposizione dalla Diocesi.

«Quello che cerchiamo di costruire – ha spiegato Santinelli – sono prima di tutto relazioni. Le lezioni passano attraverso il dialogo, l’ascolto e attività capaci di coinvolgere anche chi arriva senza conoscere una parola d’italiano». Una scuola che non si pone in alternativa al Centro provinciale per l’istruzione degli adulti (Cpia), ma in piena collaborazione con esso, accogliendo chi, per motivi burocratici, lavorativi o familiari, rischierebbe di rimanere escluso dai percorsi ordinari di formazione.

Le storie che danno un volto all’inclusione

A dare il volto concreto a questo progetto sono state soprattutto le testimonianze degli studenti.

Mohamed, arrivato dall’Egitto quasi tre anni fa, ha raccontato il proprio percorso di integrazione con una frase tanto semplice quanto efficace: «Senza la lingua non puoi fare niente». Per lui imparare l’italiano ha significato poter lavorare, parlare con le persone, affrontare da solo gli uffici pubblici e costruire una vita autonoma. Anche oggi, dopo il lavoro, continua a frequentare le lezioni perché, spiega, «ogni giorno si può imparare qualcosa di nuovo».

Commovente anche il racconto di Ousmane, originario della Guinea Conakry. Dopo un viaggio durato oltre due anni e mezzo attraverso Mali, Algeria, Libia e Tunisia, è arrivato a Lampedusa nell’agosto del 2023 e poi a Città di Castello. Qui ha trovato una rete di persone che lo ha accompagnato passo dopo passo: prima l’apprendimento della lingua, poi il Servizio civile, le certificazioni linguistiche, la licenza media e infine un lavoro stabile. Oggi continua a studiare perché, dice con determinazione, «voglio andare avanti».

Maryna, invece, ha raccontato il disorientamento vissuto nei primi mesi trascorsi lontano dall’Ucraina. «Pensavo di tornare presto a casa e non avevo iniziato a studiare l’italiano. Poi ho capito che era necessario. Qui ho trovato persone che mi hanno aiutato a parlare senza paura, a conoscere il territorio e a sentirmi parte di una comunità».

Oumaima ha ricordato come la scuola le abbia aperto una “finestra di possibilità”: pur senza documenti regolari ha potuto iniziare a studiare l’italiano, avviando un percorso che l’ha condotta alla formazione, al Servizio civile e a una maggiore autonomia personale e lavorativa.

Il valore del volontariato e dell’accoglienza

Accanto agli studenti ci sono le volontarie, molte delle quali insegnanti in pensione. Tra loro – insieme a Daniela e Antonella – c’era Alberta Marinelli, che ha raccontato come questa esperienza abbia restituito significato anche al proprio percorso personale: «Quando entro qui mi sento a casa. Ogni piccolo passo avanti di questi ragazzi è come vedere sbocciare un fiore».

Un impegno che il direttore della Caritas diocesana, Gaetano Zucchini, ha definito una vera «palestra di dignità». «Qui – ha spiegato – non si insegna soltanto una lingua, ma si accompagnano le persone nella costruzione del proprio futuro. La Caritas vive la sussidiarietà come uno stile e vuole intercettare bisogni che rischierebbero di rimanere senza risposta. La cosa più bella è vedere la gioia di chi accoglie: il dono riempie il cuore non solo di chi lo riceve, ma anche di chi lo offre».

Il vescovo: «Una scuola che è già una comunità»

A raccogliere il filo delle testimonianze è stato il vescovo di Città di Castello e di Gubbio, mons. Luciano Paolucci Bedini, che ha invitato a guardare oltre l’aspetto didattico dell’iniziativa.

«L’inaugurazione di questi nuovi locali ci offre l’occasione per riflettere su un servizio che la Caritas svolge da anni grazie all’impegno di tanti volontari. Qui le persone vengono accolte, ascoltate e accompagnate a entrare, poco alla volta, nella realtà in cui sono arrivate». Poi la sintesi che ha dato il senso all’intero pomeriggio: «È una scuola di lingua, ma di fatto è una comunità che crea un percorso di integrazione e di inclusione».

Sulla stessa linea anche l’intervento di Benedetta Calagreti, assessore alle Politiche sociali e all’inclusione sociale, che ha portato il saluto dell’intera amministrazione comunale di Città di Castello. All’inizio dell’incontro inaugurale, anche il sindaco Luca Secondi era passato per un saluto ai responsabili e volontari della Caritas diocesana tifernate.

L’iniziativa proseguirà con due appuntamenti aperti al territorio. Lunedì 6 luglio, dalle 18 alle 20, nei locali della Scuola di Italiano di via San Florido 25, si terrà una lezione aperta rivolta a insegnanti, educatori, operatori e volontari interessati a conoscere il metodo didattico sviluppato dalla Caritas. Mercoledì 8 luglio, dalle 18.30 alle 20, il Bar La Piazzetta ospiterà invece “Conversazioni dal mondo”, un incontro aperto alla cittadinanza per dialogare con gli studenti della scuola e favorire l’incontro tra culture ed esperienze diverse. Per partecipare a entrambi gli appuntamenti è richiesta la prenotazione telefonando allo 075 8553911 oppure scrivendo a info@caritascdc.it.

La lingua come strumento di accoglienza e comunità

A Città di Castello nasce la nuova Scuola di Italiano per stranieri

Tre iniziative per presentare la nuova sede e l'esperienza promossa dalla Caritas diocesana

Non soltanto un luogo dove imparare l’italiano, ma uno spazio di incontro, di crescita e di partecipazione alla vita della comunità. Con questo spirito venerdì 3 luglio, alle ore 18, sarà inaugurata la nuova Scuola di Italiano per stranieri, promossa dalla Caritas diocesana di Città di Castello nei locali di via San Florido 25.

Una scuola nata dall’esperienza e dall’accoglienza

L’iniziativa affonda le proprie radici in un’esperienza maturata nel corso degli anni grazie all’impegno di operatori, volontari e insegnanti che hanno accompagnato decine di persone provenienti da Paesi diversi nell’apprendimento della lingua italiana.

È una storia fatta anche di continui cambiamenti di sede – dalla piccola stanza della Caritas all’ex Seminario, poi alla mensa e infine agli attuali spazi messi a disposizione dalla Diocesi – che testimonia come una scuola possa crescere soprattutto attraverso le relazioni, la disponibilità e il desiderio condiviso di imparare e di insegnare.

L’inaugurazione: le testimonianze raccontano la scuola

L’inaugurazione sarà costruita come un racconto corale. Dopo i saluti del vescovo mons. Luciano Paolucci Bedini, del direttore della Caritas diocesana, Gaetano Zucchini, e delle istituzioni civili, saranno gli stessi studenti, insieme a insegnanti, volontari e operatori, a raccontare la propria esperienza.

Le testimonianze metteranno in luce come la conoscenza della lingua italiana possa diventare occasione di autonomia, inserimento lavorativo, costruzione di relazioni e piena partecipazione alla vita del territorio.

Un percorso aperto anche alle persone più fragili

La scuola dedica un’attenzione particolare alle persone che, per motivi burocratici, lavorativi o familiari, non riescono ad accedere con continuità ai percorsi istituzionali di formazione linguistica.

In questo senso, l’iniziativa promossa dalla Caritas non si pone come alternativa ma come complementare all’offerta del Centro provinciale per l’istruzione degli adulti (Cpia), proponendo tempi, modalità e percorsi più flessibili, aperti anche a chi vive situazioni di particolare fragilità o è privo di una regolare documentazione.

Accanto all’insegnamento della grammatica, del lessico, della lettura e della scrittura, la scuola sviluppa una didattica laboratoriale che valorizza l’espressività, la conoscenza reciproca e il rapporto con il territorio. L’obiettivo è fare della lingua uno strumento concreto di inclusione, capace di favorire relazioni autentiche e di valorizzare il patrimonio umano e culturale che ogni studente porta con sé.

Un contributo fondamentale è offerto anche dalle numerose volontarie, molte delle quali insegnanti in pensione, che mettono gratuitamente a disposizione competenze professionali e tempo, accompagnando gli studenti anche attraverso percorsi personalizzati e nella preparazione alle certificazioni linguistiche.

Due appuntamenti aperti alla cittadinanza

L’inaugurazione sarà seguita da altri due momenti aperti al territorio.

Lunedì 6 luglio, dalle 18 alle 20, è in programma una lezione aperta rivolta a educatori, insegnanti e operatori interessati a conoscere il metodo e l’esperienza della scuola.

Mercoledì 8 luglio, dalle 18.30 alle 20, il Bar La Piazzetta ospiterà “Conversazioni dal mondo”, un incontro aperto alla cittadinanza pensato per favorire il dialogo tra culture, esperienze e percorsi di vita. Tutti sono invitati a prendere parte all’iniziativa, mettendosi in dialogo con donne e uomini che frequentano la scuola Caritas.

Per partecipare ai due appuntamenti è richiesta la prenotazione telefonando allo 075 8553911 oppure scrivendo all’indirizzo e-mail info@caritascdc.it.

Città di Castello accoglie un nuovo sacerdote: don Giovanni Silvestrini 

La Chiesa di Città di Castello ha accolto con gioia don Giovanni Silvestrini, ordinato sacerdote sabato 27 giugno nella Basilica Cattedrale dei Santi Florido e Amanzio. A presiedere la solenne celebrazione è stato il vescovo mons. Luciano Paolucci Bedini, che, con l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria, ha conferito il sacramento dell’Ordine nel grado del presbiterato al quarantasettenne originario di San Martin d’Upò.

Accanto al vescovo Luciano erano presenti il vescovo emerito mons. Domenico Cancian, il presbiterio diocesano, diaconi, religiosi e religiose, insieme a numerosi fedeli provenienti dalle comunità che negli anni hanno accompagnato il cammino vocazionale di don Giovanni.

Il ministero nasce dal Buon Pastore

Prendendo spunto dal Vangelo del dialogo tra Gesù e Pietro, culminante nell’invito «Pasci le mie pecore», mons. Paolucci Bedini ha ricordato come ogni ministero nella Chiesa trovi il proprio fondamento in Cristo, unico e vero Pastore.

«Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla», ha richiamato il Vescovo riprendendo il Salmo proclamato nella liturgia. È Cristo che guida il suo popolo, custodisce la Chiesa e continua a prendersi cura dei suoi figli. Da questa certezza nasce anche il ministero del sacerdote, chiamato a rendere presente il volto misericordioso del Buon Pastore nella vita delle comunità.

Rivolgendosi direttamente all’ordinando, il Vescovo ha ricordato che il sacerdote non sceglie da solo il proprio cammino, ma è inviato dalla Chiesa là dove il Signore lo chiama: «Non andrai dove tu vuoi, ma sarai mandato». Per questo la prima missione sarà sempre l’annuncio del Vangelo, senza scegliere i destinatari, ma lasciandosi guidare dallo Spirito.

L’ordinazione sacerdotale di Giovanni Silvestrini

“Non ti è chiesto di essere perfetto, ma disponibile”

Uno dei passaggi più intensi dell’omelia ha riguardato la fragilità umana del sacerdote. Richiamando le parole di san Paolo sul «tesoro in vasi di creta», mons. Paolucci Bedini ha ricordato come Dio non scelga uomini perfetti, ma persone disponibili a lasciarsi trasformare dalla sua grazia.

«Non ci chiede di essere perfetti, ma disponibili», ha affermato il Vescovo, invitando don Giovanni a non temere le proprie debolezze, perché proprio attraverso la fragilità umana può manifestarsi la forza del Signore. Il sacerdote, ha aggiunto, non è chiamato a essere l’unico riferimento della comunità, ma a condividere il servizio con tutti coloro che collaborano alla vita della Chiesa.

Da qui un’altra consegna particolarmente significativa: «Non pensarti mai prete da solo». Il ministero presbiterale vive infatti nella comunione con il vescovo, con i confratelli e con l’intero Popolo di Dio. È insieme che la Chiesa continua la missione affidata da Cristo ai suoi discepoli.

“Vivi il sacerdozio come un dono”

Al termine della celebrazione il vescovo emerito mons. Domenico Cancian ha voluto rivolgere un saluto al nuovo sacerdote, ricordando con emozione l’inizio del suo cammino vocazionale, quando, circa dieci anni fa, gli fu presentato quel giovane desideroso di intraprendere la strada del Seminario.

Richiamando il significato del nome Giovanni, «dono di Dio», mons. Cancian ha invitato don Giovanni a leggere tutta la propria esistenza nella luce del dono ricevuto. «Il Signore ti ha fatto dono della vita e del sacerdozio: vivi il ministero come un dono», gli ha detto, spiegando come questa consapevolezza aiuti a rimanere lontani sia dal protagonismo sia dallo scoraggiamento. Il suo invito finale è stato quello di custodire sempre la fraternità, la semplicità e l’unità della Chiesa.

Don Giovanni con il vescovo Luciano Paolucci Bedini e l’emerito Domenico Cancian

Il grazie di don Giovanni: “Gesù Cristo è pazzo d’amore”

Visibilmente emozionato, don Giovanni Silvestrini ha concluso la celebrazione con un lungo ringraziamento rivolto al vescovo, alla famiglia, ai sacerdoti, alle comunità parrocchiali, ai formatori del Pontificio Seminario regionale umbro “Pio XI”, alla Comunità Magnificat e alla Fraternità diaconale, sottolineando come nessuno percorra da solo la strada della vocazione.

Il passaggio più personale del suo intervento è stato però quello dedicato al rapporto con Cristo: «Gesù Cristo è pazzo d’amore per me, come per tutti voi». Una testimonianza nata dall’esperienza concreta della propria storia vocazionale, iniziata quando aveva trentanove anni. «Io gli ho fatto notare la mia età – ha raccontato con un sorriso – e Lui mi ha risposto: “”o ho l’eternità”». Anche davanti ai limiti personali, ha aggiunto, il Signore continua a chiamare: «Tu non sai fare niente? Vuoi farlo per me?».

Don Giovanni ha quindi allargato il suo sguardo a tutta l’assemblea, ricordando che la vocazione riguarda ogni battezzato. «La vocazione è una sola: è quella alla vita», ha affermato, invitando ciascuno a scegliere ogni giorno Cristo e a camminare insieme nella sequela del Vangelo.

Le prime messe del nuovo sacerdote

Dopo l’ordinazione, don Giovanni sta presiedendo le sue prime celebrazioni eucaristiche nelle comunità che hanno accompagnato il suo cammino di fede. La prima messa stata celebrata domenica 28 giugno nella chiesa arcipretale di San Giustino, mentre domenica 5 luglio alle ore 18 celebrebrà l’Eucaristia nella chiesa di San Giovanni Battista agli Zoccolanti di Città di Castello.

Per la Chiesa tifernate l’ordinazione di don Giovanni Silvestrini rappresenta un motivo di gratitudine e di speranza. Il dono di un nuovo sacerdote rinnova infatti l’impegno della comunità cristiana a sostenere con la preghiera le vocazioni e ad accompagnare il ministero di chi è chiamato a servire il Popolo di Dio nell’annuncio del Vangelo e nella celebrazione dei sacramenti.

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Città di Castello - L'ordinazione sacerdotale di don Giovanni Silvestrini

Città di Castello in festa per l’ordinazione sacerdotale di Giovanni Silvestrini

Sabato 27 giugno 2026, alle ore 18 nella Basilica Cattedrale dei Santi Florido e Amanzio, Giovanni Silvestrini sarà ordinato sacerdote per l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria del vescovo mons. Luciano Paolucci Bedini. Un appuntamento particolarmente significativo per la Chiesa tifernate, che accoglie con gratitudine una nuova vocazione al ministero presbiterale.

Il cammino verso il sacerdozio

A poco più di un anno dall’ordinazione diaconale, ricevuta il 2 giugno 2025 nella Cattedrale di Città di Castello, Giovanni Silvestrini giunge ora al traguardo del suo percorso di formazione in Seminario.

Originario della frazione di San Martin d’Upò, nel territorio tifernate, Giovanni ha 47 anni. Dopo gli studi in ragioneria ha lavorato come coltivatore diretto nel settore della legna da ardere. La sua storia vocazionale è segnata da una riscoperta della fede maturata in età adulta, grazie anche alla testimonianza di persone vicine e all’esperienza vissuta nella comunità Magnificat.

Nel 2018 ha iniziato il percorso propedeutico verso il sacerdozio, entrando successivamente nel Pontificio Seminario Regionale Umbro “Pio XI” di Assisi, dove ha proseguito gli studi teologici e la formazione umana e spirituale che lo hanno condotto all’ordinazione.

Il dono di un nuovo sacerdote per la diocesi

L’ordinazione presbiterale rappresenta uno dei momenti più importanti nella vita di una Chiesa particolare. Attraverso il sacramento dell’Ordine, il nuovo sacerdote viene chiamato a servire il Popolo di Dio nell’annuncio del Vangelo, nella celebrazione dei sacramenti e nella cura pastorale delle comunità.

La celebrazione del 27 giugno vedrà riuniti attorno al vescovo Luciano sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose e fedeli provenienti dalle diverse parrocchie della diocesi, che accompagneranno Giovanni con la preghiera in questo passaggio decisivo della sua vita.

Segui qui la celebrazione in diretta

Le prime Messe di don Giovanni

Dopo l’ordinazione, don Giovanni presiederà le sue prime celebrazioni eucaristiche nelle comunità che hanno accompagnato il suo cammino vocazionale.

La prima Messa è in programma domenica 28 giugno alle ore 11 nella chiesa arcipretale di San Giustino, mentre domenica 5 luglio alle ore 18 presiederà l’Eucaristia nella chiesa di San Giovanni Battista agli Zoccolanti a Città di Castello.

L’intera comunità diocesana è invitata a partecipare all’ordinazione e a sostenere con la preghiera il ministero di don Giovanni Silvestrini, affidandolo al Signore e all’intercessione dei santi patroni Florido e Amanzio.

Le immagini dell’ordinazione diaconale nel 2025

Mons. Accrocca a Città di Castello: "Non è il testo di un uomo arrabbiato, ma di un uomo fedele alla chiamata ricevuta da Dio"

Il Testamento di san Francesco, l’eredità più scomoda e più viva del Poverello

Nella chiesa di San Francesco a Città di Castello, per il ciclo di iniziative promosso dalla diocesi nell’ambito delle celebrazioni per l’Ottavo Centenario del transito di san Francesco d’Assisi, mons. Felice Accrocca, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, tra i più autorevoli studiosi del francescanesimo, ha guidato il pubblico in una approfondita lettura del Testamento di san Francesco, uno dei documenti più importanti lasciati dal Santo negli ultimi mesi della sua vita. A introdurre l’incontro sono stati don Andrea Czortek e il vescovo di Città di Castello, mons. Luciano Paolucci Bedini, che hanno sottolineato il valore del percorso francescano proposto in diocesi durante l’anno dedicato al centenario della morte del Poverello.

Un testo che ha attraversato otto secoli di dibattiti

Fin dalle prime battute, mons. Accrocca ha definito il Testamento un «testo problematico», capace di generare nei secoli discussioni, interpretazioni e perfino conflitti all’interno della famiglia francescana. «Tutti i grandi movimenti di riforma si sono richiamati al Testamento», ha spiegato il relatore, ricordando come dagli Spirituali medievali fino ai Cappuccini e ai numerosi gruppi riformatori successivi, molti abbiano visto in quelle pagine il punto di riferimento per un ritorno alle origini. Secondo il vescovo-studioso, Francesco era perfettamente consapevole della forza dirompente delle sue parole. Non si tratta infatti di un semplice ricordo spirituale, ma di un documento che contiene indicazioni precise e richiami severi rivolti ai frati.

Le ultime settimane di vita e la nascita del Testamento

Accrocca ha collocato la stesura del testo nelle ultime settimane della vita del Santo, probabilmente mentre si trovava nel palazzo vescovile di Assisi, ormai gravemente malato. «Fisicamente non c’era rimasto quasi più niente – ha osservato – ma il cervello c’era tutto». Cieco, debilitato da anni di sofferenze e consapevole della morte imminente, Francesco dettò il suo Testamento in un clima tutt’altro che sereno. Attorno a lui si consumavano infatti tensioni sia all’interno dell’Ordine sia nella città di Assisi, dove si temeva perfino che il suo corpo potesse essere portato altrove dopo la morte. Un contesto umano difficile che rende ancora più significativo il contenuto del documento.

L’incontro con i lebbrosi, vera svolta della conversione

Uno dei passaggi più significativi della conferenza ha riguardato il racconto della conversione di Francesco. Nell’immaginario comune il momento decisivo coincide con l’incontro con il Crocifisso di San Damiano. Il Testamento, invece, racconta altro. «Il momento decisivo è stato l’incontro con il dolore degli uomini», ha spiegato Accrocca. Per Francesco il cambiamento nasce dall’incontro con i lebbrosi. Non un episodio isolato, ma una vera esperienza di vita che trasforma il suo modo di guardare il mondo. Ciò che prima gli appariva insopportabile diventa fonte di gioia e di misericordia. È in quella stagione, segnata anche dalla sua personale fragilità dopo la prigionia e la malattia, che il giovane assisano comprende una verità nuova: la sofferenza degli altri non è qualcosa da evitare, ma un luogo nel quale Dio si manifesta.

La fedeltà alla Chiesa e ai sacerdoti

Un altro tema centrale affrontato dal relatore riguarda il rapporto di Francesco con la Chiesa istituzionale. Nel Testamento il Santo ribadisce la propria fiducia nei sacerdoti e nella Chiesa romana. Per mons. Accrocca non si tratta principalmente di una presa di distanza dagli eretici del tempo, come spesso è stato sostenuto dagli studiosi, ma di un richiamo rivolto ai suoi stessi frati. Molti di loro desideravano infatti ottenere maggiori autonomie pastorali e una più ampia libertà di predicazione. Francesco, invece, insiste sulla necessità di rimanere in comunione con i pastori della Chiesa. La sua ispirazione evangelica, ha spiegato il relatore, non si trasforma mai in contrapposizione all’autorità ecclesiale: «Dio gli rivela la forma del Vangelo, ma lui la sottopone sempre alla conferma della Chiesa».

Il lavoro, la povertà e le tensioni nell’Ordine

La seconda parte del Testamento assume un tono decisamente diverso. Dopo il racconto delle origini, Francesco passa alle raccomandazioni e agli ammonimenti. Qui emergono le sue preoccupazioni per alcune trasformazioni che stanno interessando l’Ordine. Tra i temi più cari al Santo vi sono il lavoro manuale, la povertà concreta e la semplicità delle origini. «Io voglio lavorare», scrive Francesco ormai prossimo alla morte, in un’affermazione che Accrocca ha definito volutamente forte e simbolica.

Il Santo insiste anche sul rifiuto di privilegi e richieste particolari alla Curia romana, invitando i frati ad accogliere con umiltà eventuali incomprensioni e persecuzioni. «È un testo di lotta», ha osservato il relatore, nel quale emerge con chiarezza il dissenso di Francesco verso alcune evoluzioni che stavano già modificando il volto della fraternità.

Non un uomo arrabbiato, ma un uomo fedele

Nella parte conclusiva della conferenza mons. Accrocca ha invitato a non interpretare il Testamento come lo sfogo di un uomo amareggiato. «Non è il testo di un uomo arrabbiato. È il testo di un uomo che sente di essere fedele a una chiamata ricevuta da Dio», ha detto. A sostegno di questa lettura, il vescovo ha ricordato gli ultimi giorni del Santo: il completamento del Cantico delle Creature con la strofa dedicata a “sorella morte”, il desiderio di ascoltare continuamente le lodi di Dio, l’attenzione agli altri anche nelle ore estreme della vita.

Particolarmente toccante il ricordo di Francesco che, vedendo i mostaccioli portati alla Porziuncola da frate Jacopa, pensa immediatamente a frate Bernardo e desidera condividerli con lui. «Accolse la morte cantando», scrive Tommaso da Celano. Un’immagine che, secondo Accrocca, sintetizza meglio di ogni altra la statura spirituale del Poverello.

Le domande che il Testamento pone ancora oggi

L’incontro si è concluso con un invito a leggere il Testamento non come un documento del passato, ma come una provocazione ancora attuale. Come vivo la mia fragilità? Quale rapporto ho con gli altri e con la Chiesa? Il Vangelo è davvero il criterio fondamentale della mia vita? Sono alcune delle domande che emergono dalle pagine lasciate da Francesco.

«Le domande sono infinite», ha concluso il vescovo di Assisi. Ed è forse proprio questa la forza del Testamento: continuare, dopo ottocento anni, a interrogare la coscienza dei credenti e a mantenere viva quella tensione evangelica che san Francesco ha consegnato alla Chiesa come sua più autentica eredità.

Città di Castello: conferenza sul Testamento di san Francesco con il vescovo Felice Accrocca

Proseguono a Città di Castello le iniziative promosse per l’ottavo centenario del transito di san Francesco d’Assisi (1226-2026). Giovedì 18 giugno, alle ore 21, la chiesa di San Francesco ospiterà una conferenza dedicata al Testamento di San Francesco, uno dei testi più importanti e spiritualmente più intensi lasciati dal Poverello di Assisi.

Relatore della serata sarà il vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, mons. Felice Accrocca, tra i maggiori studiosi contemporanei della figura e della spiritualità francescana.

Un testo che custodisce l’eredità spirituale del Santo

Il Testamento rappresenta una sorta di sintesi dell’esperienza umana e spirituale di Francesco. Scritto negli ultimi mesi della sua vita, il documento ripercorre alcuni passaggi decisivi della sua conversione e contiene le ultime raccomandazioni rivolte ai frati.

Tra i temi che emergono con maggiore forza vi sono l’incontro con i lebbrosi, la fedeltà radicale al Vangelo, l’amore per la povertà, il rispetto per l’Eucaristia, la fiducia nei sacerdoti e la comunione con la Chiesa. Non manca inoltre la benedizione finale, che esprime tutta la tenerezza e la paternità spirituale del Santo verso i suoi fratelli.

La conferenza offrirà l’occasione per rileggere questo testo fondamentale alla luce delle sfide del presente, evidenziandone la sorprendente attualità per la vita della Chiesa e della società.

Accrocca, storico e studioso del francescanesimo

Il vescovo di Assisi e di Foligno, mons. Felice Accrocca

La scelta del relatore si inserisce nel desiderio di affidare l’approfondimento a una delle voci più autorevoli nel campo degli studi francescani. Nato a Cori, in provincia di Latina, il 2 dicembre 1959, mons. Accrocca ha compiuto un percorso accademico che unisce la formazione teologica a quella storica e letteraria.

Dopo gli studi presso il Pontificio Collegio Leoniano di Anagni, ha conseguito la laurea in Lettere all’Università “La Sapienza” di Roma e il dottorato in Storia ecclesiastica alla Pontificia Università Gregoriana, dove ha poi insegnato Storia della Chiesa medievale.

Nel corso degli anni ha affiancato all’impegno pastorale una intensa attività di ricerca scientifica, dedicando particolare attenzione alla figura di san Francesco e alle origini del movimento francescano. È autore di numerosi saggi e pubblicazioni che hanno contribuito a far conoscere con maggiore precisione storica il contesto nel quale maturò l’esperienza del Santo di Assisi.

Proprio l’approccio rigoroso dello storico, unito alla sensibilità del pastore, caratterizza il suo lavoro di approfondimento delle fonti francescane, consentendo di cogliere non solo il valore documentario dei testi, ma anche la loro ricchezza spirituale e il loro messaggio per l’uomo contemporaneo.

Un appuntamento aperto a tutti

L’incontro del 18 giugno si propone dunque come un’importante occasione di formazione e di riflessione, rivolta non soltanto ai fedeli, ma a tutti coloro che desiderano accostarsi alla figura di san Francesco attraverso una delle sue testimonianze più autentiche.

A ottocento anni dalla morte del Santo di Assisi, il Testamento continua infatti a interrogare credenti e non credenti, offrendo parole che parlano di conversione, fraternità, semplicità evangelica e ricerca del senso profondo della vita. In questo orizzonte si colloca la conferenza di mons. Accrocca, chiamato a guidare il pubblico nella scoperta di un testo che rappresenta ancora oggi uno dei vertici della spiritualità cristiana.

La locandina dell’incontro pubblico con il vescovo Accrocca sul tema del Testamento di san Francesco

Pietralunga: Pieve de’ Saddi, tanti i fedeli alla festa di san Crescenziano

Fede, memoria e tradizione si sono intrecciate anche quest’anno nel pomeriggio del 2 giugno a Pieve de’ Saddi, dove centinaia di persone hanno partecipato alla festa dedicata a san Crescenziano, martire romano ed evangelizzatore dell’Alta Valle del Tevere.

La storica pieve, considerata dalla tradizione il luogo del martirio e della prima sepoltura del santo, ha accolto fedeli provenienti da tutta la diocesi di Città di Castello e anche dalla vicina diocesi di Gubbio, confermando il forte legame che ancora oggi unisce le comunità attorno alla figura di uno dei primi annunciatori del Vangelo in questo territorio.

La celebrazione si è aperta sul sagrato della chiesa con un momento particolarmente significativo. Il vescovo Luciano Paolucci Bedini ha infatti benedetto le antiche campane recentemente restaurate, tornate a nuova vita dopo un accurato intervento conservativo. Contestualmente è stata benedetta e ricollocata la croce sulla sommità del campanile, segno visibile della presenza cristiana che da secoli caratterizza questo luogo di fede e di accoglienza.

Al suono delle campane restaurate e sulle note del Gloria, l’assemblea si è poi avviata processionalmente all’interno della basilica per la celebrazione eucaristica, animata dal coro di Pietralunga.

La testimonianza dei martiri

Nel corso dell’omelia il vescovo Luciano ha invitato i presenti a riscoprire l’attualità della testimonianza dei martiri, sottolineando come la loro vita e la loro morte rappresentino ancora oggi una guida per i cristiani.

«La vita e la morte dei martiri sono preziose – ha affermato – perché la loro morte suggella la verità della loro fede e garantisce l’autenticità della loro testimonianza». Un riferimento particolarmente significativo proprio a Pieve de’ Saddi, luogo dal quale, attraverso la predicazione di san Crescenziano e dei suoi compagni, il Vangelo si diffuse nei primi secoli in tutta la valle.

Richiamando anche la coincidenza con la Festa della Repubblica, il vescovo Luciano ha ricordato come ogni comunità custodisca la memoria di quanti hanno donato la propria vita per valori fondamentali. «I martiri ci dicono che la fede non è una componente accessoria dell’esistenza, ma qualcosa che coinvolge tutta la vita», ha spiegato.

Secondo il mons. Paolucci Bedini, la testimonianza di san Crescenziano continua a ricordare ai credenti che la fede è il fondamento dell’identità personale, illumina le scelte quotidiane e apre alla speranza della vita eterna. «I santi e i martiri – ha concluso don Luciano – ci testimoniano che vale la pena vivere la nostra vita come Dio la pensa».

Un patrono per la comunità

Alla celebrazione era presente anche il sindaco di Pietralunga, Francesco Rizzuti. Una presenza che ha assunto un significato particolare alla luce del decreto emanato nel 2018 dal vescovo Domenico Cancian, con il quale san Crescenziano è stato riconosciuto patrono secondario sia della comunità ecclesiale sia della società civile pietralunghese.

Al termine della Messa si è svolto uno dei momenti più attesi e sentiti della giornata: la deposizione del tradizionale cerchiello-reliquiario di san Crescenziano sul capo dei fedeli. Un gesto antico, tramandato nel tempo, che ha permesso a centinaia di persone di vivere un momento di preghiera e devozione personale.

La festa si è quindi conclusa con un momento di fraternità e condivisione, mentre le campane appena restaurate tornavano a risuonare sulla vallata, quasi a rinnovare il messaggio che da oltre diciassette secoli accompagna la storia di queste terre: la fede vissuta con coerenza continua a generare speranza, comunità e futuro.

Lunga notte delle chiese: a San Domenico, una serata di fede e d’arte

L’associazione tifernate “Chiese Storiche” aderisce anche quest’anno a “La lunga notte delle chiese”, l’iniziativa culturale e spirituale promossa a livello nazionale dall’associazione BellunoLaNotte.com con il patrocinio del Pontificio Dicastero per la Cultura e l’Educazione. A Città di Castello l’appuntamento è fissato per venerdì 5 giugno alle ore 20.45 nella chiesa e nel chiostro di San Domenico, in occasione di un anniversario particolarmente significativo: i seicento anni dalla dedicazione dell’edificio sacro. Il tema scelto per l’edizione tifernate – “Luogo della comunità: fede, bellezza, memoria” – intende richiamare il valore della chiesa di San Domenico come spazio che, lungo i secoli, ha custodito non soltanto opere d’arte e testimonianze storiche, ma anche la vita spirituale e comunitaria della città. Un luogo capace ancora oggi di parlare attraverso il patrimonio artistico, la musica e la riflessione culturale.

Gli interventi in programma

La serata si aprirà con il saluto del presidente dell’associazione, Paolo Bocci, per poi svilupparsi attraverso tre momenti di approfondimento dedicati alla storia e all’identità del complesso domenicano. Il vicario della diocesi tifernate, don Andrea Czortek, proporrà un intervento sull’Ordine domenicano e sulla figura di santa Margherita; l’ingegnere Giovanni Cangi ripercorrerà invece le vicende storiche della chiesa e del convento. Sarà affidato alla dottoressa Silvia Palazzi, infine, il confronto artistico tra la “Crocifissione Gavari” di Raffaello Sanzio e la “Pala di Monte Ripido” di Pietro Perugino, in un dialogo tra due grandi protagonisti del Rinascimento umbro.

La locandina dell’iniziativa tifernate per “La lunga notte delle chiese” 2026

Arte e musica in dialogo

Accanto agli interventi culturali, ampio spazio sarà riservato anche alla musica. La Scuola comunale di musica “Giacomo Puccini”, insieme al maestro Ezio Monti, eseguirà “O Lumen Ode a san Domenico”, brano originale composto appositamente per celebrare il seicentenario della dedicazione della chiesa. In programma anche l’Adagio dal Concerto K. 622 di Mozart. La conclusione della serata si svolgerà nel chiostro con l’Ensemble vocale diretto da Sabrina Sannipoli, che interpreterà il canone medievale “Sommerkanon” e “Musica divines laude” di Paul Hindemith.

L’iniziativa si svolgerà in contemporanea con centinaia di altre chiese italiane aderenti alla manifestazione, nata per valorizzare i luoghi sacri come spazi di incontro, dialogo e condivisione. La partecipazione è aperta a tutti: credenti, appassionati d’arte, curiosi e quanti desiderano vivere un’esperienza di bellezza e riflessione in un contesto carico di storia e spiritualità. Per una sera, le chiese torneranno così a raccontarsi non soltanto come monumenti del passato, ma come luoghi vivi, capaci ancora di generare comunità e accoglienza. Informazioni e dettagli su www.chiesestoriche.it.

Pietralunga celebra san Crescenziano, martire ed evangelizzatore dell’Alta Valle del Tevere

La comunità di Pietralunga si prepara a vivere un importante momento di fede, memoria e comunione ecclesiale con le celebrazioni dedicate a san Crescenziano, martire romano ed evangelizzatore dell’Alta Valle del Tevere, la cui testimonianza continua ancora oggi a unire le Chiese di Città di Castello e Gubbio.

La festa del santo e la celebrazione presieduta dal vescovo Luciano

L’appuntamento è per martedì 2 giugno presso l’antica Pieve de’ Saddi, uno dei complessi religiosi più significativi dell’intera vallata, situato tra Pietralunga e Città di Castello. Secondo una tradizione secolare, proprio qui avvennero il martirio e la prima sepoltura del santo, rendendo questo luogo una delle culle della cristianità altotiberina e uno dei principali riferimenti spirituali per la diffusione del Vangelo nel territorio.

La basilica, caratterizzata da tre navate scandite da massicce colonne e da una suggestiva cripta sotterranea che la tradizione identifica con l’antica tomba del martire, conserva ancora oggi numerose testimonianze della sua lunga storia. Di particolare interesse è l’antico bassorilievo dell’VIII secolo che raffigura san Crescenziano nell’atto di sconfiggere il drago, episodio simbolico che richiama la vittoria della fede cristiana sulle paure e sulle superstizioni del mondo antico.

Le celebrazioni prenderanno il via alle ore 16 con la benedizione delle storiche campane recentemente restaurate e della croce ricollocata sul campanile della Pieve. Seguirà la Santa Messa presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini, nel giorno in cui la comunità ricorda il martirio di san Crescenziano e dei suoi compagni, primi annunciatori del Vangelo nell’Alta Valle del Tevere.

La locandina delle celebrazioni per san Crescenziano del 2 giugno 2026

Una devozione che unisce le Chiese di Città di Castello e Gubbio

La figura del santo continua a rappresentare un forte elemento di identità per numerose comunità del territorio. Il suo culto – in qualche caso con il nome di san Crescentino – è infatti diffuso nell’Altotevere, nell’Eugubino e nell’antica area urbinate, dove chiese e oratori custodiscono ancora oggi la memoria della sua testimonianza. Particolarmente significativo è il legame che unisce le diocesi di Città di Castello e Gubbio, entrambe accomunate dalla devozione verso il martire romano.

Pieve de’ Saddi e l’accoglienza lungo la Via di Francesco

La festa di san Crescenziano si inserisce inoltre in un momento particolarmente favorevole per la valorizzazione di Pieve de’ Saddi, attraversata dalla Via di Francesco, il cammino che collega La Verna ad Assisi e che, nell’anno dell’Ottavo Centenario della morte di san Francesco, sta richiamando migliaia di pellegrini provenienti dall’Italia e dall’estero. Da quasi sedici anni la comunità locale offre accoglienza ai viandanti attraverso l’ostello ricavato nella casa parrocchiale e grazie alla collaborazione con il vicino Rifugio Candeggio, punti di riferimento per quanti percorrono questo tratto dell’itinerario francescano.

L’ospitalità, offerta nello spirito della fraternità francescana, rappresenta uno dei segni più concreti della vitalità di questo luogo, che continua a essere non soltanto una preziosa testimonianza storica e artistica, ma anche uno spazio vivo di incontro, fede e accoglienza. Le antiche mura della Pieve, immerse nella natura dell’Appennino umbro, diventano così ogni giorno un punto di sosta e di ristoro per uomini e donne in cammino, alla ricerca di spiritualità, silenzio e condivisione.

Un invito alla partecipazione

Al termine della celebrazione, come da tradizione, seguirà un momento di fraternità con una merenda offerta a tutti i partecipanti.

L’invito è rivolto ai fedeli delle diocesi di Città di Castello e Gubbio, ai pellegrini della Via di Francesco e a tutti coloro che desiderano riscoprire le radici cristiane dell’Alta Valle del Tevere attraverso la figura di uno dei suoi santi più amati.

Città di Castello, la diocesi in festa per il beato Carlo Liviero

Una celebrazione partecipata e vissuta con intensità da bambini, religiose e fedeli ha segnato nella mattinata di venerdì 29 maggio la festa liturgica del beato Carlo Liviero, il vescovo che ha lasciato un’impronta profonda nella storia religiosa, educativa e sociale della Chiesa tifernate. Nella basilica cattedrale dei Santi Florido e Amanzio si sono ritrovate le Piccole Ancelle del Sacro Cuore, numerosi devoti e gli alunni delle scuole della congregazione provenienti da Città di Castello e dalla vicina Scheggia, nella diocesi di Gubbio. Sono stati proprio i bambini e i ragazzi ad animare i canti della liturgia, rendendo ancora più evidente quel legame tra il beato Liviero e il mondo dell’educazione che continua a caratterizzare l’opera della famiglia religiosa da lui fondata.

La celebrazione in cattedrale

La celebrazione eucaristica è stata presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini, che nell’omelia ha invitato a guardare alla figura del beato non soltanto come a una personalità del passato, ma come a un esempio ancora attuale di vita cristiana. Il vescovo ha ricordato come la memoria liturgica del beato sia legata al suo battesimo, celebrato il 30 maggio, sottolineando il valore di quel sacramento che «ci dona la vita di Dio e ci unisce completamente a Gesù».

Un pastore che ha segnato la storia della diocesi

Un richiamo non casuale, perché proprio dal battesimo prese avvio quel percorso umano e spirituale che avrebbe portato Carlo Liviero a diventare una delle figure più significative della storia della diocesi. Nato a Vicenza nel 1866 e nominato vescovo di Città di Castello da papa san Pio X nel 1910, Liviero dedicò il proprio ministero all’educazione dei giovani, alla cura dei più fragili, alla promozione delle opere sociali e all’annuncio del Vangelo, lasciando un’eredità che continua ancora oggi a portare frutto.

Ripercorrendo la sua vicenda umana e pastorale, mons. Luciano Paolucci Bedini ha evidenziato tre caratteristiche fondamentali della sua santità: l’amore per Cristo, la preghiera e la passione per l’annuncio del Vangelo. «Era innamorato di Gesù – ha ricordato –. Quella era la sorgente da cui veniva tutto il bello che c’è stato nella sua vita».

Il vescovo ha poi sottolineato come la preghiera abbia rappresentato una dimensione essenziale della sua esistenza, una forza silenziosa ma concreta attraverso la quale affidare a Dio le necessità delle persone e delle comunità. Allo stesso tempo ha ricordato il grande impegno del beato nell’insegnare e diffondere il Vangelo, convinto che le parole di Gesù fossero capaci di illuminare il significato della vita e di offrire a ciascuno la forza per affrontarla.

Le Piccole Ancelle del Sacro Cuore, l’opera più viva di Liviero

Il passaggio più ampio della riflessione è stato dedicato alla nascita delle Piccole Ancelle del Sacro Cuore, la congregazione fondata da Liviero nel 1915 e ancora oggi presente in diversi ambiti educativi, assistenziali e pastorali. Il vescovo ha definito questa intuizione «la cosa più bella» realizzata dal beato, spiegando come opere e strutture possano attraversare il tempo, ma una famiglia religiosa continui a custodire e trasmettere il carisma del fondatore attraverso le generazioni.

Rivolgendosi in particolare ai bambini presenti, Paolucci Bedini ha spiegato il significato stesso del nome scelto da Liviero per la congregazione. “Piccole” non per una questione di statura, ma perché chiamate a farsi vicine a tutti senza escludere nessuno; “ancelle” perché pronte a mettere la propria vita al servizio degli altri, sull’esempio di Maria; “del Sacro Cuore” perché radicate nell’amore di Gesù, sorgente da cui attingere per amare il prossimo.

La gioia che nasce dal dono di sé

Il cuore del messaggio consegnato ai fedeli è stato proprio questo: la vita cristiana trova la sua pienezza quando l’amore ricevuto da Dio diventa amore donato agli altri. «La nostra piena felicità sarà sempre quella di aiutare gli altri a essere pieni di gioia», ha concluso il vescovo.

Preghiera e devozione davanti alla tomba del beato

Al termine della celebrazione, il pellegrinaggio dei fedeli è proseguito nel duomo inferiore, dove è custodita l’urna del beato Carlo Liviero. Nella cripta della cattedrale, davanti alla sua tomba, canti e preghiere sono continuati in un clima di festa e gratitudine. Un momento semplice ma particolarmente sentito, che ha unito religiose, bambini, insegnanti e devoti nel ricordo di un pastore che ha segnato profondamente la vita della Chiesa tifernate e che continua ancora oggi a essere indicato come esempio di fede, carità e servizio.