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Giornata dei Missionari Martiri

Ogni anno durante la Quaresima siamo invitati ad una celebrazione che si qualifica come preludio tanto del Venerdì Santo, quanto della Pasqua. È la Giornata dei Missionari Martiri, giorno di preghiera e di digiuno, come la Celebratio Passionis Domini, in cui viviamo e metabolizziamo la morte, il  sacrificio, la crudeltà e la sofferenza che attanagliano questo mondo e la sua gente. Ma anche giorno di festa, di resurrezione, di assunzione della consapevolezza che l’epilogo della vita umana non è che una fase transitoria.

La scelta della data non è affatto casuale; il 24 marzo del 1980, infatti, mons. Oscar Romero veniva assassinato a San Salvador da militari suoi connazionali, fedeli al regime. La ragione del martirio del Santo de America era proprio la vicinanza agli ultimi, ai salvadoregni schiacciati da un sistema di protezione delle élites a guida del Paese, che operava soprusi sul popolo contadino e operaio. Durante la celebrazione della messa, dopo aver denunciato l’impiego di bambini nella mappatura dei campi minati, mentre elevava l’ostia della

consacrazione, un colpo di fucile lo raggiunse alla vena giugulare. Il sicario, mandato dai leader politici al potere, aveva colpito la voce di chi, in quegli anni bui di El Salvador, non aveva voce. La risposta del popolo fu immediata, chiara e coesa su due fronti: innalzare agli onori dell’altare El Santo, seppur solo figuratamente (Papa Francesco lo proclamerà ufficialmente santo nel 2018), e nutrire la speranza di un Paese migliore con la sua memoria. L’invito, pronunciato dall’arcivescovo, il giorno precedente al martirio, nei confronti dell’esercito e della polizia, riecheggiava tra la folla e giunge fino a noi, oggi, come monito di liberazione: “Vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione!”.

La voce dei martiri, che è Voce del Verbo, del Dio fattosi uomo per manifestare la sua vicinanza alla fragilità della vita, diventa da sempre seme, germoglio per le comunità cristiane. Non è un caso che i primi santi della Chiesa siano stati proprio dei martiri, annunciatori del Vangelo liberatore di Cristo, pilastri della fede che proclamiamo ancora oggi. Come il Nazareno innalzato sulla croce, il martire, nella sua debolezza, rimane fedele fino all’ultimo istante alla promessa ricevuta e ricambiata a Dio: pace, giustizia e speranza per tutti i popoli della Terra.

Per la 30ª edizione della Giornata si è voluto sottolineare proprio l’aspetto della voce. Sono diverse le ragioni che ci hanno condotto a questa riflessione: oltre all’evidente e già sottolineata attenzione che vogliamo porre sui popoli che subiscono martirio, dei quali il missionario è chiamato a farsi portavoce e amplificatore, c’è anche una dimensione legata al silenzio nella morte che vorremmo scardinare. Infatti, se la morte, così come quotidianamente la viviamo, è spesso accompagnata dal silenzio e dal dolore ci sono situazioni in cui non è così. Pensiamo ad esempio ai conflitti armati, alle persecuzioni, alla criminalità, al terrorismo, fenomeni che si muovono, che strisciano nel silenzio, per sfociare poi nelle bombe e nelle grida di chi le subisce. Questo rumore assordante non fa altro che sovrastare quella voce, già fioca e intimorita di chi è oppresso.

Ma c’è un’altra morte che fa rumore, è quella di Cristo inchiodato alla croce, emblema del martirio che scuote la terra, che disordina gli equilibri del potere, che distrugge il tempio del male per edificare quello dell’uguaglianza e della libertà dei figli di Dio.

Anche quando il sepolcro è murato, quella voce, che è eco della voce creatrice del Padre, non tace. Continua a plasmare il mondo e, in un’esplosione di luce, lo risorge, gli ridona vita nuova. Il missionario martire non giace nella tomba ma è più vivo che mai nelle donne e negli uomini che hanno ascoltato dalla sua voce la Buona Notizia di Gesù.

Auguro a ciascuno di noi di vivere la Quaresima e la Pasqua come laboratorio delle nostre vite, di sperimentare il totale abbandono di sé per ritrovarsi risorti in Cristo. Che i missionari martiri siano il faro della nostra fede che punta a Dio, Padre di un mondo nuovo che non conosce la miseria, la fame, l’oppressione, la discriminazione, la guerra e le ingiustizie, un mondo in cui l’esistenza è unicamente amata in Lui.

I testimoni della fede cristiana hanno percepito la presenza di Dio nella loro vita e per questo hanno abbracciato la stessa sorte dei perseguitati, degli impoveriti e degli ultimi. Hanno intrecciato le loro vite con quella del Padre e dei fratelli scegliendone lo stesso destino: non la morte ma la vita eterna.

 

Giovanni Rocca

Segretario Nazionale Missio Giovani

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO PER LA QUARESIMA 2022

Cari fratelli e sorelle,

la Quaresima è tempo favorevole di rinnovamento personale e comunitario che ci conduce alla Pasqua di Gesù Cristo morto e risorto. Per il cammino quaresimale del 2022 ci farà bene riflettere sull’esortazione di San Paolo ai Galati: «Non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo a suo tempo mieteremo. Poiché dunque ne abbiamo l’occasione (kairós), operiamo il bene verso tutti» (Gal 6,9-10a).

  1. Semina e mietitura

In questo brano l’Apostolo evoca l’immagine della semina e della mietitura, tanto cara a Gesù (cfr Mt 13). San Paolo ci parla di un kairós: un tempo propizio per seminare il bene in vista di una mietitura. Cos’è per noi questo tempo favorevole? Certamente lo è la Quaresima, ma lo è anche tutta l’esistenza terrena, di cui la Quaresima è in qualche modo un’immagine. [1] Nella nostra vita troppo spesso prevalgono l’avidità e la superbia, il desiderio di avere, di accumulare e di consumare, come mostra l’uomo stolto della parabola evangelica, il quale riteneva la sua vita sicura e felice per il grande raccolto accumulato nei suoi granai (cfr Lc 12,16-21). La Quaresima ci invita alla conversione, a cambiare mentalità, così che la vita abbia la sua verità e bellezza non tanto nell’avere quanto nel donare, non tanto nell’accumulare quanto nel seminare il bene e nel condividere.

Il primo agricoltore è Dio stesso, che con generosità «continua a seminare nell’umanità semi di bene» (Enc. Fratelli tutti, 54). Durante la Quaresima siamo chiamati a rispondere al dono di Dio accogliendo la sua Parola «viva ed efficace» (Eb 4,12). L’ascolto assiduo della Parola di Dio fa maturare una pronta docilità al suo agire (cfr Gc 1,21) che rende feconda la nostra vita. Se già questo ci rallegra, ancor più grande però è la chiamata ad essere «collaboratori di Dio» (1 Cor 3,9), facendo buon uso del tempo presente (cfr Ef 5,16) per seminare anche noi operando il bene. Questa chiamata a seminare il bene non va vista come un peso, ma come una grazia con cui il Creatore ci vuole attivamente uniti alla sua feconda magnanimità.

E la mietitura? Non è forse la semina tutta in vista del raccolto? Certamente. Il legame stretto tra semina e raccolto è ribadito dallo stesso San Paolo, che afferma: «Chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà» (2 Cor 9,6). Ma di quale raccolto si tratta? Un primo frutto del bene seminato si ha in noi stessi e nelle nostre relazioni quotidiane, anche nei gesti più piccoli di bontà. In Dio nessun atto di amore, per quanto piccolo, e nessuna «generosa fatica» vanno perduti (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 279). Come l’albero si riconosce dai frutti (cfr Mt 7,16.20), così la vita piena di opere buone è luminosa (cfr Mt 5,14-16) e porta il profumo di Cristo nel mondo (cfr 2 Cor 2,15). Servire Dio, liberi dal peccato, fa maturare frutti di santificazione per la salvezza di tutti (cfr Rm 6,22).

In realtà, ci è dato di vedere solo in piccola parte il frutto di quanto seminiamo giacché, secondo il proverbio evangelico, «uno semina e l’altro miete» (Gv 4,37). Proprio seminando per il bene altrui partecipiamo alla magnanimità di Dio: «È grande nobiltà esser capaci di avviare processi i cui frutti saranno raccolti da altri, con la speranza riposta nella forza segreta del bene che si semina» (Enc. Fratelli tutti, 196). Seminare il bene per gli altri ci libera dalle anguste logiche del tornaconto personale e conferisce al nostro agire il respiro ampio della gratuità, inserendoci nel meraviglioso orizzonte dei benevoli disegni di Dio.

La Parola di Dio allarga ed eleva ancora di più il nostro sguardo: ci annuncia che la mietitura più vera è quella escatologica, quella dell’ultimo giorno, del giorno senza tramonto. Il frutto compiuto della nostra vita e delle nostre azioni è il «frutto per la vita eterna» (Gv 4,36), che sarà il nostro «tesoro nei cieli» (Lc 12,33; 18,22). Gesù stesso usa l’immagine del seme che muore nella terra e fruttifica per esprimere il mistero della sua morte e risurrezione (cfr Gv 12,24); e San Paolo la riprende per parlare della risurrezione del nostro corpo: «È seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale» (1 Cor 15,42-44). Questa speranza è la grande luce che Cristo risorto porta nel mondo: «Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti» (1 Cor 15,19-20), affinché coloro che sono intimamente uniti a lui nell’amore, «a somiglianza della sua morte» (Rm 6,5), siano anche uniti alla sua risurrezione per la vita eterna (cfr Gv 5,29): «Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13,43).

  1. «Non stanchiamoci di fare il bene»

La risurrezione di Cristo anima le speranze terrene con la «grande speranza» della vita eterna e immette già nel tempo presente il germe della salvezza (cfr Benedetto XVI, Enc. Spe salvi37). Di fronte all’amara delusione per tanti sogni infranti, di fronte alla preoccupazione per le sfide che incombono, di fronte allo scoraggiamento per la povertà dei nostri mezzi, la tentazione è quella di chiudersi nel proprio egoismo individualistico e rifugiarsi nell’indifferenza alle sofferenze altrui. Effettivamente, anche le migliori risorse sono limitate: «Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono» (Is 40,30). Ma Dio «dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. […] Quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi» (Is 40,29.31). La Quaresima ci chiama a riporre la nostra fede e la nostra speranza nel Signore (cfr 1 Pt 1,21), perché solo con lo sguardo fisso su Gesù Cristo risorto (cfr Eb 12,2) possiamo accogliere l’esortazione dell’Apostolo: «Non stanchiamoci di fare il bene» (Gal 6,9).

Non stanchiamoci di pregare. Gesù ha insegnato che è necessario «pregare sempre, senza stancarsi mai» ( Lc 18,1). Abbiamo bisogno di pregare perché abbiamo bisogno di Dio. Quella di bastare a noi stessi è una pericolosa illusione. Se la pandemia ci ha fatto toccare con mano la nostra fragilità personale e sociale, questa Quaresima ci permetta di sperimentare il conforto della fede in Dio, senza la quale non possiamo avere stabilità (cfr Is 7,9). Nessuno si salva da solo, perché siamo tutti nella stessa barca tra le tempeste della storia; [2] ma soprattutto nessuno si salva senza Dio, perché solo il mistero pasquale di Gesù Cristo dà la vittoria sulle oscure acque della morte. La fede non ci esime dalle tribolazioni della vita, ma permette di attraversarle uniti a Dio in Cristo, con la grande speranza che non delude e il cui pegno è l’amore che Dio ha riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo (cfr Rm 5,1-5).

Non stanchiamoci di estirpare il male dalla nostra vita. Il digiuno corporale a cui ci chiama la Quaresima fortifichi il nostro spirito per il combattimento contro il peccato. Non stanchiamoci di chiedere perdono nel sacramento della Penitenza e della Riconciliazione, sapendo che Dio mai si stanca di perdonare. [3] Non stanchiamoci di combattere contro la concupiscenza, quella fragilità che spinge all’egoismo e ad ogni male, trovando nel corso dei secoli diverse vie attraverso le quali far precipitare l’uomo nel peccato (cfr Enc. Fratelli tutti, 166). Una di queste vie è il rischio di dipendenza dai media digitali, che impoverisce i rapporti umani. La Quaresima è tempo propizio per contrastare queste insidie e per coltivare invece una più integrale comunicazione umana (cfr ibid., 43) fatta di «incontri reali» ( ibid., 50), a tu per tu.

Non stanchiamoci di fare il bene nella carità operosa verso il prossimo. Durante questa Quaresima, pratichiamo l’elemosina donando con gioia (cfr 2 Cor 9,7). Dio «che dà il seme al seminatore e il pane per il nutrimento» (2 Cor 9,10) provvede per ciascuno di noi non solo affinché possiamo avere di che nutrirci, bensì affinché possiamo essere generosi nell’operare il bene verso gli altri. Se è vero che tutta la nostra vita è tempo per seminare il bene, approfittiamo in modo particolare di questa Quaresima per prenderci cura di chi ci è vicino, per farci prossimi a quei fratelli e sorelle che sono feriti sulla strada della vita (cfr Lc 10,25-37). La Quaresima è tempo propizio per cercare, e non evitare, chi è nel bisogno; per chiamare, e non ignorare, chi desidera ascolto e una buona parola; per visitare, e non abbandonare, chi soffre la solitudine. Mettiamo in pratica l’appello a operare il bene verso tutti, prendendoci il tempo per amare i più piccoli e indifesi, gli abbandonati e disprezzati, chi è discriminato ed emarginato (cfr Enc. Fratelli tutti, 193).

  1. «Se non desistiamo, a suo tempo mieteremo»

La Quaresima ci ricorda ogni anno che «il bene, come anche l’amore, la giustizia e la solidarietà, non si raggiungono una volta per sempre; vanno conquistati ogni giorno» (ibid., 11). Chiediamo dunque a Dio la paziente costanza dell’agricoltore (cfr Gc 5,7) per non desistere nel fare il bene, un passo alla volta. Chi cade, tenda la mano al Padre che sempre ci rialza. Chi si è smarrito, ingannato dalle seduzioni del maligno, non tardi a tornare a Lui che «largamente perdona» (Is 55,7). In questo tempo di conversione, trovando sostegno nella grazia di Dio e nella comunione della Chiesa, non stanchiamoci di seminare il bene. Il digiuno prepara il terreno, la preghiera irriga, la carità feconda. Abbiamo la certezza nella fede che «se non desistiamo, a suo tempo mieteremo» e che, con il dono della perseveranza, otterremo i beni promessi (cfr Eb 10,36) per la salvezza nostra e altrui (cfr 1 Tm 4,16). Praticando l’amore fraterno verso tutti siamo uniti a Cristo, che ha dato la sua vita per noi (cfr 2 Cor 5,14-15) e pregustiamo la gioia del Regno dei cieli, quando Dio sarà «tutto in tutti» (1 Cor 15,28).

La Vergine Maria, dal cui grembo è germogliato il Salvatore e che custodiva tutte le cose «meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19) ci ottenga il dono della pazienza e ci sia vicina con la sua materna presenza, affinché questo tempo di conversione porti frutti di salvezza eterna.

Roma, San Giovanni in Laterano, 11 novembre 2021, Memoria di San Martino Vescovo.

FRANCESCO

Veglia di Preghiera per la Pace

Si svolgerà  martedì 1 marzo, alle ore 21 nella cripta della Cattedrale di Città di Castello la veglia di preghiera per chiedere al Signore il dono della Pace in Ucraina, il dono della fratellanza ed il dono della conversione dei cuori.

Mons. Domenico Cancian presiederà la preghiera durante la quale saranno proclamati alcuni brani della Sacra Scrittura.

Successivamente si svolgerà una fiaccolata che – passando per piazza Matteotti – avrà come meta la chiesa della Madonna delle Grazie.

Documento preparatorio del Sinodo 2021- 2023

l Documento preparatorio del Sinodo 2021- 2023 “Per una Chiesa sinodale”  propone, come primo riferimento evangelico da tenere davanti agli occhi, l’icona degli attori in gioco

nella comunità dei discepoli costituita da Gesù (nn. 17-21). Ci presenta una sorta di “foto di gruppo” in cui anche noi siamo chiamati a entrare e a metterci al posto giusto per unirci al popolo di Dio che cammina nella storia dell’umanità portando la luce di Cristo. Gesù. È e resta il protagonista assoluto: con la sua parola, il suo Vangelo, i suoi gesti di liberazione da ogni forma di male. Egli si avvicina a tutti gli uomini e va loro incontro per portare la sua misericordia, la guarigione, il perdono, la speranza. Gratuitamente, gentilmente, generosamente. Gesù è la misericordia incarnata, capace di assumere su di sé ogni miseria, pagando per noi, per solo amore, dicendoci: “Vai in pace, il tuo male lo prendo io. Oggi sarai con me in Paradiso. Oggi è venuta la salvezza in questa casa”. Gesù ieri, oggi e sempre è il sacerdote misericordioso che intercede per noi. Niente ci potrà separare dal suo amore, se a lui ci affidiamo. Lui è l’unico salvatore dell’umanità.

Domanda: è questa la nostra esperienza di Gesù? Lo testimoniamo così? La folla. Gesù ama stare in mezzo alla folla che lo segue e insegue nella speranza di ricevere la parola di consolazione vera, la guarigione. L’interlocutore di Gesù è il popolo della vita comune; sono soprattutto i sofferenti: ciechi, paralitici, sordomuti, malati di mente e persone possedute dal demonio, pagani, persone emarginate e disprezzate, bambini, poveri. Tutta la gente si stringe attorno a Gesù e lo vuole “toccare” per ricevere la forza risanatrice e liberante. Domanda: ci sentiamo parte di questa folla che cerca Gesù? Cerchiamo di portare a Gesù la gente, specialmente quella che soffre? Gli apostoli. Sono coloro che seguono Gesù e da lui chiamati per continuare la sua missione, in nome suo. Non per sostituire Gesù e nemmeno per esercitare poteri mettendosi sopra gli altri o avere privilegi. Semplicemente per far presente il Gesù che serve, guarisce e perdona. “Annunciate il Vangelo, guarite i malati, cacciate i demoni. Gratuitamente, con una vita povera e umile come la mia”. Domanda: come vivono il loro ministero gli apostoli di oggi? Il maligno. È l’attore “in più”, nascosto e pronto ad ingannare come fece fin dall’inizio, l’antagonista che cerca di dividere e contrastare il cammino comune con le tentazioni della “mondanità spirituale”,della “superbia della vita” e della “concupiscenza” che ci portano a fuggire dalla via crucis-lucis di Gesù insieme ai fratelli, incamminati verso la Pasqua della Gerusalemme del cielo. Se non siamo vigilanti e umili, se non preghiamo mantenendoci uniti a Gesù e ai fratelli/sorelle, possiamo lasciarci ingannare, fermarci o anche uscire dalla comunità e fare altre strade, da soli o cercando altra compagnia. Domanda: sono consapevole della necessità della vigilanza e del discernimento per una continua conversione/ revisione di vita, per “tenere il passo” dei fratelli e delle sorelle che costituiscono il Popolo di Dio?  I discepoli del Signore sono chiamati a camminare nella storia degli uomini, come fecero Gesù e i suoi 2000 anni fa. Camminare insieme testimoniando l’unico Signore, l’unico Vangelo, l’unica missione. Se viene meno la presenza centrale di Gesù, la comunità cristiana diventa un gruppo socio-politico, governato da convenienze e consuetudini varie.

Senza gli apostoli autorizzati da Gesù il rapporto con la verità evangelica non è più garantito (ortodossia, sacramenti, guida). Senza la folla gli apostoli diventano autoreferenziali e viene meno l’evangelizzazione. Il Popolo di Dio si caratterizza al suo interno per una profonda comunione con Dio e con i fratelli e le sorelle, all’esterno con una coraggiosa testimonianza di vita, portando la gioia del Vangelo di Gesù nel mondo affinché abbia gioia, pace, salvezza ( è il “filo rosso” del Magistero della Chiesa dal Concilio ai nostri giorni: cf. LG, n.1; GS, n 1; EG, nn. 1-2).

IL PAPA A FIRENZE PER L’INCONTRO CEI CON VESCOVI E SINDACI DEL MEDITERRANEO

A più di mezzo secolo dall’incontro delle capitali e dai dialoghi del Mediterraneo promosso dal “sindaco santo” Giorgio La Pira a Palazzo Vecchio, a distanza di sei anni dalla visita per il V Convegno nazionale della Cei, durante il quale pronunciò un discorso programmatico per l’intera Chiesa italiana, Papa Francesco torna il 27 febbraio 2022 a Firenze. Questa volta
l’occasione sarà l’Incontro, organizzato dalla Conferenza episcopale italiana, dei vescovi e di cento sindaci provenienti da tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, dal Nord Africa al Medio Oriente, dalla Grecia ai Balcani, a Francia e Spagna. Un evento che prosegue la missione lanciata dall’episcopato italiano a Bari nel febbraio 2020 – quando il mondo era sull’orlo dello
scoppio della pandemia – con l’incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” che, per la prima volta nella storia, ha radunato i vescovi del Mare Nostrum, uniti dalla volontà di abbattere i muri che separano le nazioni. Bassetti: con il Papa, un nuovo impegno A confermare la visita del Pontefice nel prossimo febbraio – annunciata dalla Sala Stampa vaticana – è il cardinale Gualtiero
Bassetti, presidente della Cei, che in una nota esprime “profonda gratitudine” al Pontefice “per questo gesto di attenzione verso l’iniziativa che coinvolge le comunità ecclesiali e civili del Mediterraneo”. Come a Bari, il Papa – spiega il porporato – “non soltanto benedice l’iniziativa, ma vi pone il suo sigillo, assicurando la sua partecipazione nella giornata conclusiva”.
Con il Vescovo di Roma, istituzioni ecclesiali e civili del bacino mediterraneo potranno rinnovare l’impegno congiunto per affrontare le sfide della contemporaneità. Sfide che Francesco aveva indicato un anno fa: “Ricostruire i legami che sono stati interrotti, rialzare le città distrutte dalla violenza, far fiorire un giardino laddove oggi ci sono terreni riarsi, infondere speranza a
chi l’ha perduta ed esortare chi è chiuso in sé stesso a non temere il fratello. E guardare questo, che è già diventato cimitero, come un luogo di futura risurrezione di tutta l’area”.
“Le sfide che siamo chiamati ad affrontare costituiscono uno stimolo a superare le barriere che segnano il Mediterraneo e a intensificare l’incontro e la comunione fra le Chiese sorelle”, dice Bassetti. “Solo tessendo relazioni fraterne è possibile promuovere il processo d’integrazione. Ripartiamo, allora, da Firenze per far sì che le sponde del Mediterraneo tornino a essere
simbolo di unità e non di confine”.
Il programma
La visita del Papa inizierà alle 8, con l’atterraggio dell’elicottero nello stadio di atletica “Luigi Ridolfi”, in forma privata. Mezz’ora dopo, alle 8.30, Papa Francesco sarà nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, dove incontrerà i vescovi e i sindaci. Il cardinale Bassetti, il sindaco di Firenze Dario Nardella e un sindaco di una capitale mediterranea, interverranno per un saluto al Papa, il quale pronuncerà un discorso. Successivamente, nella Sala Leone X, Francesco saluterà alcuni primi cittadini.
Un appuntamento significativo si prevede nella Sala D’Arme, alle 9.30: l’incontro con le famiglie di profughi e rifugiati. Circa 50 persone, informa la Sala Stampa vaticana. Terminato l’appuntamento, il Pontefice celebrerà, alle 10.30, la Messa nella basilica di Santa Croce e, subito dopo, sul sagrato in piazza Santa Croce, reciterà l’Angelus. Alle 12.30 è previsto il decollo
sempre dallo Stadio “Ridolfi”, con atterraggio esattamente un’ora dopo, alle 13.30, in Vaticano.  Betori: portatori di speranza come La Pira Esprime “grande gioia” l’arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, appena appresa la notizia della visita di Francesco nel capoluogo toscano nel 2022. “Il Papa sarà fra noi, eredi e diretti testimoni dell’opera e dell’impegno per la fraternità fra
i popoli del Venerabile Giorgio La Pira, il ‘sindaco santo'” dice. “Come lui vogliamo essere portatori di speranza perché le rive del Mediterraneo tornino ad unire e non separare. Nella preghiera ci prepariamo ad accogliere Papa Francesco e i vescovi del Mare Nostrum, il Signore illumini questi giorni e il nostro dialogo perché possiamo contribuire all’edificazione della pace in
un’area ancora oggi segnata da guerre, emigrazioni e disuguaglianza”.
Nardella: un evento storico
L’annuncio della presenza di Papa “prelude a un evento storico nel segno del sindaco ‘santo’ La Pira”, ha commentato da parte sua il sindaco Nardella, parlando di “un impegno collettivo a favore della pace, dell’ambiente, della cooperazione allo sviluppo, dell’inclusione sociale”. “Mai come in questo periodo il Mediterraneo ha conosciuto conflitti bellici, persecuzioni,
guerre civili, disastri ambientali, migrazioni di massa”, aggiunge il primo cittadino. “A febbraio si eleverà da Firenze una voce forte e chiara di cento città, da Istanbul a Roma a Tunisi, per aprire una nuova era nel mare dove sono nate le civiltà più antiche e le tre comunità religiose abramitiche. Con la diplomazia delle città e la forza del Papa completeremo il disegno lapiriano
di restituire al Mediterraneo pace e prosperità”.
Salvatore Cernuzio
Città del Vaticano

Corso di iconografia presso le clarisse di Montone

Corso base, teorico e pratico, di iconografia presso il Monastero delle Clarisse di Montone. Si dipingerà il Cristo Pantocratore secondo l’antica tecnica della tempera all’uovo. Un’iniziativa proposta dalle Sorelle Clarisse per vivere in modo intenso il tempo di Quaresima e prepararsi alla Pasqua “scrivendo” l’icona di Gesù.
Il corso, tenuto dall’iconografa, Laura Rossi, si terrà presso il Monastero nelle Domeniche 6 – 13 – 20 – 27 Marzo e 3 Aprile.

Secondo i seguenti orari:
 ore 9.00 – 11.00 Scrittura e spiegazione dell’icona
 A seguire S. Messa e pranzo al sacco
 ore 14.00 – 18.00 Scrittura dell’icona
 18.15 Vespro con le Clarisse
Max 12 partecipanti! E iscrizioni entro il 28 febbraio!
A conclusione del corso ogni partecipante porterà a casa la propria icona benedetta.

Per iscrizioni e maggiori informazioni:
sr. Gloria (Monastero Clarisse S. Agnese di Montone) tel: 0759306140 email: monastero.santagnese@gmail.com

Agnese Moro, la Chiesa che vorrei. Sinodalità e ascolto

Agnese Moro, figlia dello statista rapito e assassinato nel 1978, giornalista pubblicista per il quotidiano «La Stampa», confessa con passione, chiarezza e trasparenza il proprio sguardo sulla Chiesa italiana, provando a tracciare fra punti di opacità e di luce una via di speranza. Per i lettori, una preziosa occasione di confronto con l’esperienza di una cristiana ‘adulta’ che vive con convinzione
il suo essere Chiesa; per i Pastori, in particolare, la possibilità di un esercizio ascolto nel nostro cammino sinodale. […]

Ombre e luci
Ho attraversato molte stagioni della chiesa. Ho ascoltato la messa in latino e portato il velo; ho visto trasportare il Papa a spalla e mi sono genuflessa davanti a lui come altrimenti si faceva solo in chiesa davanti al Santissimo; ho sentito il fervore del Concilio e l’aspirazione a una chiesa più semplice, autentica e innamorata di Cristo. Ho visto una chiesa preoccupata di perdere la propria identità e una che ha voluto farsi direttamente attore politico pensando che si dovesse duellare con il mondo con le sue stesse armi. Allontanando così tanti giovani che nella chiesa volevano trovare il volto di Gesù e la fede nella Sua mite capacità di cambiare i cuori e non un altro partito. In anni recenti mi è sembrato che i nostri pastori vivessero il mito di Sisifo, costretto a spingere perennemente verso l’alto, su per il versante di una impervia collina, un grande macigno che, una volta in cima, ricade sempre in basso. In una sfida senza fine. Ho provato una enorme tenerezza per questo sforzo, anche quando si esprimeva con atti e parole decisamente contrarie alla mitezza vigile di Gesù. Vi si scorgeva il timore di una sconfitta del Messaggio che si ama, l’affanno di dover rimediare a qualcosa che manca, l’ansia di colmare un vuoto. È come se si pensasse di essere soli di fronte al dolore del mondo e al male che vi si vede spadroneggiare. Come se quel mondo non fosse stato già redento, e a caro prezzo. Come se il bene fosse scomparso, sopito o impotente. Come se la vita, morte e resurrezione di Gesù non fossero stati sufficienti a salvare
per sempre il mondo. Come se tutto fosse affidato alle nostre forze, alle nostre parole, alla nostra intransigenza e severità. Come se la predicazione della Buona Novella, se il seme gettato non avesse la forza di crescere da solo; come se quello caduto a terra e morto non fosse più in grado di portare frutto, come se Dio tacesse e la sua grazia non fosse all’opera quotidianamente e autonomamente in mezzo a noi. Deve essere stato terribilmente angoscioso pensare che la salvezza del mondo dipendesse dalle parole, dalla forza, dal numero delle persone che è possibile mobilitare, dalle piazze piene. […]
Certe volte mi sembra che si abbia paura di prendere il Vangelo troppo alla lettera, ovvero troppo sul serio. Non so neanche se nelle nostre case ci sia l’abitudine di avere il Vangelo o la Bibbia. Non mi risulta che la conoscenza del Vangelo ia uno dei requisiti richiesti per accostarsi ai sacramenti; e non so se nelle catechesi di ragazzi e adulti abbia più spazio il catechismo o il Vangelo. Anche la partecipazione attenta alle liturgie domenicali non risolve la cosa, dal momento che risulta tutto un po’ sminuzzato, quasi a divenire un insieme di massime a meno di non avere già il quadro completo. Un esempio? Il ‘discorso della montagna’. Non c’è nemmeno una volta in tutto l’anno liturgico in cui questo discorso – così importante e fondante del senso stesso del cristianesimo – venga letto nella sua interezza. Ci viene proposto solo spezzettato. Eppure qui Gesù parla di noi; del nostro compito; del senso del nostro essere nel mondo. Quel
discorso è troppo importante. Ci viene richiesto di superare la giustizia degli scribi e dei farisei… per entrare in un Regno in cui i conti non tornano. È la strana giustizia di Dio; un Dio che Gesù dice essere l’unico buono perché fa sorgere il suo sole sui malvagi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sopra gli ingiusti (ma come! è buono se ricompensa i buoni e punisce i cattivi!); è la giustizia del padrone della parabola che dà lo stesso salario a chi ha lavorato tutto il giorno e a chi lo ha fatto solo a fine giornata; è la giustizia del Padre che corre incontro al figlio che lo ha tradito e lo abbraccia prima che abbia potuto avere il tempo di dire anche solo una parola di scuse. Una giustizia che non piace all’altro figlio che è stato sempre ubbidiente. È una giustizia che non si pone il problema di avere ragione o di punire. Ma piuttosto di fare spazio, di accogliere, di interrompere quella catena del male che viene rafforzata e perpetrata da ogni reazione di pari
segno. È questo il nostro ruolo oggi? In questo si misura il nostro essere sale e luce? Ricostruendo rapporti, combattendo il male con il bene, prendendo su di noi lo stigma che blocca milioni di vite?
Mi colpisce, oltre allo spezzettamento, il modo con cui si prendono sul serio e si predicano con forza solo alcuni pezzi del grande ‘discorso della montagna’ – e un po’ di tutto il Vangelo –, lasciandone in ombra tanti altri. Mentre dovrebbero – devono – avere tutti la stessa cogenza. Perché l’indissolubilità del matrimonio è tanto importante da mettere in dubbio
la possibilità di ricevere l’eucarestia, mentre «amate i vostri nemici» sembra più un optional? In tanti anni di confessioni nessuno mi ha mai chiesto conto del mio amore per i nemici; e nessuno è mai stato privato della possibilità di accedere all’Eucarestia perché non ama i suoi nemici. Qui sarebbe utile un poco di chiarezza: o Gesù e il suo Vangelo sono la nostra pietra angolare, o seguiamo non una persona e una fede, ma una religione di uomini con tanti riti e tante parole che però guardano alla terra anziché al cielo…

L’ascolto necessario
Questi miei pensieri liberi e disordinati sono solo esempi infinitesimali (e certamente non particolarmente significativi) di quanto potrebbe emergere se al centro del Sinodo ci fosse più e prima della ricerca di formule organizzative o di risposte a problemi noti l’impegno a un ascolto attento di ciò che la nostra chiesa è e dovrebbe essere nel cuore e nelle menti
dei tanti che da vicino o da lontano la abitano e sperano in lei per un cammino comune sulle orme del Maestro. Ma ascoltare è molto più complesso di quello che può apparire e non solo da un punto di vista organizzativo, che pure ha la sua grande importanza. Ascoltare richiede una scelta e uno sforzo. La scelta è quella di disarmarsi, e lo sforzo serve a trasformare una simile decisione in un fatto quotidiano di vita. Disarmarsi significa lasciare da parte tutto quello che ci fa guardare l’altro con ostilità e con supponenza. Bisogna lasciare andare quello che si pensa di sapere dell’altro o di quanto sta dicendo, la voglia di avere ragione, di far valere il proprio punto di vista, di rispondere e controbattere. Si deve abbandonare la paura di avere torto, di essere feriti o sopraffatti, di scoprire di dover cambiare punti di vista e comportamenti, di ritrovarsi inadeguati, di essere contaminati, contagiati o convinti dagli argomenti dell’altro. Di ritrovarsi spogliati e poveri di tante cose che si ritenevano importanti.
Scriveva il Patriarca di Costantinopoli Atenagora: Per lottare efficacemente contro la guerra, contro il male, bisogna volgere la guerra all’interno, vincere il male in noi stessi. Si tratta della guerra più aspra, quella contro se stessi. E quanto nazionalismo, in questa guerra! Bisogna riuscire a disarmarsi. Io questa guerra l’ho fatta. Per anni e anni. È stata terribile. Ma ora, sono disarmato. Non ho paura di niente, perché «l’amore scaccia la paura». Sono disarmato della volontà di avere ragione, di giustificarmi a spese degli altri. Non sono più all’erta, gelosamente aggrappato alle mie ricchezze. Accolgo e condivido. Non tengo particolarmente alle mie idee,  ai miei progetti. Se me ne vengono proposti altri migliori, li accetto volentieri. O piuttosto, non migliori, ma buoni. Lo sapete he ho rinunziato al comparativo… Ciò che è buono, vero, reale, dovunque sia, è sempre il migliore per me. Perciò non ho più paura. Quando non si possiede più niente, non si ha più paura. «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?». […]

Rivista del clero italiano, 7/8, 2021.