Archivi della categoria: news

I frati cappuccini da Belvedere a Canoscio: una nuova presenza francescana nel santuario mariano

Un nuovo capitolo si apre nella storia del santuario della Madonna del Transito, uno dei luoghi di devozione mariana più conosciuti e frequentati dell’Alta Umbria. La comunità dei Frati Minori Cappuccini, finora presente al santuario della Madonna di Belvedere, si trasferisce a Canoscio, dove assumerà la cura pastorale del santuario e dell’intera parrocchia.

L’ingresso ufficiale della fraternità è previsto per sabato 31 ottobre 2026, alle ore 18, con una celebrazione presieduta dal vescovo di Città di Castello e Gubbio, mons. Luciano Paolucci Bedini. Un appuntamento che segnerà l’avvio di una nuova fase per la vita religiosa e pastorale di Canoscio, ma anche per la presenza francescana nel territorio tifernate.

Il trasferimento è il risultato di una feconda collaborazione tra la Diocesi di Città di Castello e la Provincia Serafica Immacolata Concezione dei Frati Minori Cappuccini, maturata nella volontà comune di valorizzare un luogo particolarmente significativo per la spiritualità e la devozione popolare.

Quattro frati per il santuario, la parrocchia e la pastorale della salute

La nuova fraternità sarà composta da quattro religiosi, chiamati a condividere la vita comunitaria e a dedicarsi al servizio pastorale del santuario e della parrocchia che fa riferimento a Canoscio.

Il loro impegno comprenderà l’accompagnamento spirituale dei fedeli, la celebrazione dei sacramenti, l’accoglienza dei pellegrini e le attività ordinarie della comunità parrocchiale. Una presenza stabile che potrà offrire nuove opportunità anche per la preghiera, l’ascolto e la partecipazione alla vita ecclesiale.

Uno dei quattro cappuccini svolgerà inoltre il servizio di cappellano dell’ospedale di Città di Castello, affiancando alla cura pastorale del santuario il ministero di vicinanza ai malati, ai familiari e al personale sanitario.

La nuova sistemazione della fraternità rappresenta dunque un progetto che va oltre il semplice trasferimento da una sede all’altra. La scelta mette in relazione la spiritualità francescana, la devozione mariana e l’attenzione concreta alle persone, attraverso una presenza religiosa inserita nella vita quotidiana del territorio.

Il grazie della Diocesi a don Franco Sgoluppi

L’arrivo dei cappuccini coincide con la conclusione del servizio svolto a Canoscio da don Franco Sgoluppi, che dal 2015 a oggi ha assicurato la cura pastorale del santuario della Madonna del Transito.

A lui la Chiesa tifernate rivolge un sentito ringraziamento per gli oltre undici anni di ministero, nei quali ha accompagnato la vita religiosa del santuario, le celebrazioni, i pellegrinaggi e le tante persone che hanno trovato a Canoscio un riferimento per la propria esperienza di fede.

Il passaggio di consegne si colloca così in una prospettiva di continuità pastorale: custodire e valorizzare il patrimonio spirituale del santuario, rafforzandone il ruolo come luogo di accoglienza, preghiera e incontro tra persone e comunità.

Canoscio, una storia di devozione mariana lunga oltre sei secoli

Situato sulle colline a una decina di chilometri da Città di Castello, il santuario di Canoscio rappresenta da secoli una delle principali mete di pellegrinaggio mariano della Valtiberina umbra. La sua influenza spirituale supera però i confini diocesani, richiamando fedeli anche da altre zone dell’Alta Umbria e dalla vicina Toscana.

Le origini della devozione alla Madonna del Transito affondano nella tradizione medievale. Secondo il racconto tramandato nei secoli, nel 1348, durante una terribile epidemia di peste, un abitante del colle di Canoscio, Vanni di Iacopo, destinò per voto una somma di denaro alla realizzazione di un’immagine della Vergine Maria.

Da quella testimonianza di fede sarebbe progressivamente cresciuto il culto mariano che ha segnato la storia del luogo, fino alla costruzione dell’attuale basilica-santuario nella seconda metà dell’Ottocento. Poco distante si trova anche l’antica Pieve di Canoscio, le cui strutture principali risalgono al XII secolo e che sorge su un precedente luogo di culto.

La festa della Madonna del Transito, celebrata il 15 agosto, costituisce ancora oggi uno dei momenti più partecipati della vita religiosa locale, con celebrazioni e pellegrinaggi che coinvolgono fedeli provenienti da territori diversi.

Proprio questa dimensione sovraterritoriale rende Canoscio un luogo particolarmente significativo per la missione della nuova fraternità cappuccina, chiamata a custodire una tradizione radicata nella storia e, nello stesso tempo, a interpretare le esigenze pastorali del presente.

Da Belvedere a Canoscio, la continuità della presenza cappuccina

Il santuario della Madonna di Belvedere a Città di Castello

Per i frati, il trasferimento a Canoscio segna anche la conclusione di una lunga esperienza al santuario della Madonna di Belvedere, sulle alture che dominano Città di Castello.

Il complesso di Belvedere, affidato ai cappuccini negli anni Novanta, custodisce una storia di devozione che risale a diversi secoli fa. La chiesa attuale venne edificata tra il 1668 e il 1684 per accogliere un’antica immagine mariana venerata nella chiesa di Santa Maria di Caprano.

Al centro del santuario si trova una statua della Vergine in terracotta policroma, databile tra Quattrocento e Cinquecento, mentre l’edificio conserva importanti testimonianze artistiche, tra cui stucchi, dipinti ed ex voto.

Nel corso degli anni la comunità cappuccina ha assicurato il proprio servizio religioso al santuario e alla parrocchia di Belvedere, estendendo il ministero anche alla parrocchia di Fraccano.

Con il passaggio a Canoscio, dunque, non si interrompe la presenza dei cappuccini nella Chiesa tifernate, ma se ne ridefiniscono la sede e gli ambiti di servizio. Un cambiamento che mantiene il legame con la tradizione francescana e mariana, collocandolo in una nuova realtà pastorale.

La Provincia Serafica e il legame con l’Umbria

La fraternità appartiene alla Provincia Serafica Immacolata Concezione dei Frati Minori Cappuccini, nata nel 2020 dall’unificazione delle precedenti Province religiose dell’Abruzzo, di Roma e dell’Umbria.

La nuova circoscrizione religiosa riunisce comunità e conventi presenti in diversi territori dell’Italia centrale, con una missione che comprende la predicazione, l’evangelizzazione, la vita fraterna e le attività pastorali e caritative.

Sotto il patronato di Maria Immacolata, con san Francesco d’Assisi e san Felice da Cantalice come compatroni, la Provincia custodisce e promuove la spiritualità cappuccina, fondata sulla fraternità, sulla semplicità evangelica e sulla vicinanza alle persone.

L’intesa con la Diocesi di Città di Castello si inserisce in questo orizzonte, offrendo alla comunità religiosa un nuovo luogo nel quale esprimere il proprio carisma, in dialogo con le esigenze della Chiesa locale.

In un anno particolarmente significativo per la famiglia francescana, segnato dall’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi (1226-2026), l’arrivo dei cappuccini a Canoscio assume anche un valore simbolico: quello di una presenza che rinnova il proprio impegno a servizio della fede e delle comunità.

Turismo religioso e IA: a Città di Castello l’incontro “Dall’algoritmo all’incontro”

Giovedì 22 ottobre 2026, alle ore 17.30, nella sala Santo Stefano del Palazzo Vescovile di Città di Castello (piazza Gabriotti 10), si terrà l’incontro pubblico “Dall’algoritmo all’’incontro”, dedicato al tema del turismo religioso nell’era dell’intelligenza artificiale. L’iniziativa è organizzata dall’Ufficio turismo, pellegrinaggi e tempo libero della Diocesi di Città di Castello, coordinato da Angelica Lombardo, e vedrà l’intervento di Pier Paolo Bucalo, docente alla Luiss Business School.

L’appuntamento intende offrire un’occasione di riflessione sulle prospettive aperte dall’intelligenza artificiale per la valorizzazione del patrimonio religioso, culturale e spirituale del territorio. In particolare, l’attenzione sarà rivolta alle possibilità di utilizzare le nuove tecnologie per far conoscere e rendere maggiormente accessibili i luoghi di fede, gli itinerari di pellegrinaggio e i cammini spirituali, favorendo nuove modalità di accoglienza e accompagnamento dei visitatori.

Quali strumenti IA per il turismo e il territorio?

Le applicazioni dell’intelligenza artificiale al turismo religioso possono infatti offrire strumenti utili per personalizzare gli itinerari, facilitare l’orientamento dei pellegrini, rendere disponibili informazioni e contenuti culturali e spirituali in più lingue e migliorare l’accessibilità per le persone con esigenze differenti. A queste opportunità si aggiungono i servizi di assistenza e supporto ai visitatori, che possono contribuire a rendere più agevole e inclusiva la scoperta del patrimonio ecclesiastico e delle tradizioni religiose locali.

La riflessione proposta dall’incontro riguarda anche il rapporto tra innovazione tecnologica e valorizzazione del territorio. L’impiego consapevole degli strumenti digitali può infatti rappresentare un’opportunità per promuovere i luoghi della spiritualità, favorire la conoscenza dei cammini e degli itinerari religiosi e incoraggiare forme di turismo attente alla sostenibilità e alla cura dei luoghi. In questa prospettiva, l’IA non è soltanto uno strumento per migliorare i servizi, ma può contribuire a rendere più significativa e accessibile l’esperienza di chi visita un territorio alla ricerca delle sue testimonianze di fede, arte e storia.

Al centro dell’iniziativa rimane tuttavia la dimensione umana dell’accoglienza. Il pellegrinaggio, infatti, non si esaurisce nell’organizzazione di un percorso o nella visita a un luogo di culto, ma porta con sé domande, attese e motivazioni personali che richiedono ascolto e attenzione. La tecnologia può facilitare l’accesso alle informazioni e accompagnare il visitatore nella scoperta dei luoghi, ma non può sostituire la relazione personale e la capacità di accogliere ogni pellegrino nella sua unicità.

Il richiamo della Giornata mondiale del Turismo 2026

L’iniziativa si collega idealmente al messaggio diffuso dal Dicastero vaticano per l’Evangelizzazione in occasione della 47ª Giornata mondiale del Turismo, celebrata lo scorso 27 settembre sul tema “Agenda Digitale e Intelligenza Artificiale per ridisegnare il turismo”. Nel documento, firmato dall’arcivescovo Rino Fisichella, si sottolinea che «la risposta non è nel rifiuto della tecnologia, ma nel suo uso umano». L’IA può infatti contribuire a rendere il turismo più sostenibile, accessibile e inclusivo, purché rimanga al servizio della dignità della persona e del bene comune. Il messaggio richiama inoltre il valore insostituibile dell’incontro umano, mettendo in guardia dal rischio di ridurre il viaggio a un’esperienza governata dagli algoritmi e invitando a riscoprirne il significato più profondo: un cammino «verso il creato, verso l’altro, e verso Dio».

È proprio questa prospettiva a caratterizzare l’appuntamento di Città di Castello, il cui messaggio è sintetizzato nella frase “L’AI può indicare una strada. Solo una presenza umana può accogliere, ascoltare e accompagnare davvero”. Una considerazione che riassume la sfida posta dalle nuove tecnologie al turismo religioso: valorizzare le opportunità dell’innovazione senza smarrire il significato dell’incontro, dell’ospitalità e della dimensione spirituale del pellegrinaggio.

Per informazioni e partecipazione è possibile contattare il numero 375.1476128 oppure scrivere all’indirizzo pellegrinaggi@diocesidicastello.it.

La locandina dell’incontro su turismo e IA

Il Cammino delle due Sante: tre giorni con Veronica e Margherita

Un itinerario spirituale e umano di quarantadue chilometri immerso nel silenzio dell’Appennino umbro-marchigiano. Dal 16 al 18 ottobre 2026, un folto gruppo di pellegrini ha ripercorso l’antico tracciato che collega Mercatello sul Metauro a Città di Castello, rinnovando un legame secolare nel segno di due sante straordinarie: Veronica Giuliani, la “mistica delle stimmate” e patrona della scherma, e Margherita di Città di Castello, la “guaritrice ferita” proclamata patrona delle persone con disabilità.

Prima tappa: la partenza da Mercatello e la salita a Scalocchio

Il pellegrinaggio si è aperto venerdì 16 ottobre nella piazza principale di Mercatello sul Metauro. La prima sosta si è tenuta presso il Monastero “Sacro Cuore” delle Clarisse Cappuccine, eretto proprio sulla casa natale di Santa Veronica. Qui la comunità di clausura ha accolto i camminatori per la benedizione iniziale. «Tutta la vita di Veronica è stata una ricerca continua e appassionata di Gesù, fino a poter dire: “Finalmente l’Amore si è fatto trovare”», ha ricordato suor Marilena Chiara Bertani, sottolineando come la clausura stessa sia un cammino quotidiano verso l’essenziale.

I pellegrini hanno poi raggiunto la Pieve Collegiata, luogo simbolo custodito dal parroco don Fabio Bricca. La chiesa conserva il fonte battesimale condiviso da entrambe le Sante, l’abito di santa Margherita e la tavola bizantina della Madonna del XII secolo. «Margherita, nata con gravi disabilità e abbandonata dalla famiglia naturale, interpella la nostra società moderna che esalta la prestanza e l’efficienza fisica», ha spiegato don Fabio, evidenziando come la sua storia sia un inno all’accoglienza.

«Veronica ci richiama all’importanza della spiritualità e per il cristianesimo la spiritualità non è una parola vaga: è l’incontro con Cristo. La sintesi del suo messaggio alla Chiesa e al mondo contemporaneo è proprio questa: mettere al centro della vita Cristo e ripartire da Lui», ha detto invece don Fabio riferendosi alla Santa cappuccina.

Il cammino urbano è proseguito verso il ponte romanico, dove il sindaco Alfiero Marchetti ha salutato i partecipanti ricordando il valore storico di un borgo millenario. Attraversando l’antico borgo di Sant’Andrea in Corona, il vicesindaco Gabriele Giovannini ha illustrato le radici contadine del territorio, fino all’arrivo nel pomeriggio all’Abbazia di Scalocchio, antica insula benedettina del VII secolo. Ad accogliere i viandanti c’erano Maurizio Grilli e altri rappresentanti della Confraternita dell’Immacolata Concezione. Grilli ha rievocato la memoria storica della Festa delle Rocche e il profondo legame di Scalocchio con Santa Veronica, che vi sostava regolarmente durante i suoi spostamenti verso la vallata del Tevere.

Seconda tappa: l’ascolto dei boschi e l’accoglienza di Vallurbana

Sabato 17 ottobre i pellegrini si sono mossi dall’Abbazia di Scalocchio alla volta di Vallurbana, affrontando un itinerario di oltre venti chilometri su strade bianche e mulattiere. La giornata è stata caratterizzata da un clima di raccoglimento e dal canto delle campane intonato lungo le soste presso chiesine e pievi dal musicista e pellegrino Alessandro Bianconi.

La dimensione del cammino ha favorito la condivisione spontanea tra i partecipanti. Gregorio Cestini e Valentina Paoloni hanno raccontato l’emozione di staccare dalla frenesia quotidiana: «La bellezza sta nel partire con l’essenziale nello zaino e condividere il percorso; camminare ci permette di riappropriarci del tempo e immergerci nella natura». Tra i partecipanti anche Elena, pellegrina veterana di Apecchio che già in passato aveva percorso il cammino, testimoniando la forte forza di attrazione spirituale di questo tracciato.

Nel tardo pomeriggio il gruppo è giunto alla Chiesa di Vallurbana. Qui la restauratrice Lucia Gustinelli ha narrato la commovente storia del restauro dell’affresco della Madonna: «L’immagine era storicamente priva del volto, eppure gli abitanti del luogo, con immensa devozione, hanno sempre visto in quel busto lo sguardo protettivo di una madre». A farle eco è stata la residente Clara Crocioni, che ha ricordato le origini agricole della comunità e la gioia di vedere oggi giovani famiglie ristrutturare le vecchie case del borgo. 

Terza tappa: l’arrivo a Città di Castello nel segno della comunione

Domenica 18 ottobre l’ultima tappa si è aperta con la Santa Messa alle ore 9 nella Chiesa di Vallurbana, presieduta dal vescovo di Città di Castello e Gubbio, mons. Luciano Paolucci Bedini. Lui stesso – come aveva già fatto sabato mattina – ha poi percorso a piedi l’ultimo tratto insieme ai viandanti, salendo verso Fraccano e scendendo lungo le mulattiere collinari verso la città.

«È stato un percorso meraviglioso attraverso i nostri boschi, su sentieri agevoli che permettono di camminare in pace senza incrociare nessuno per ore», ha dichiarato il vescovo Luciano al termine della discesa, sottolineando la matrice comunitaria dell’esperienza.

L’arrivo a Città di Castello ha visto il suo momento culminante nel Monastero delle Clarisse Cappuccine di Santa Veronica. La Madre Abbadessa suor Chiara Veronica Sebastiano ha accolto i pellegrini con parole di profonda gratitudine: «Vi abbiamo accompagnato con la preghiera. Vi siete messi sulle orme di Veronica e Margherita, due donne che hanno cercato in modi diversi, ma con lo stesso ardore, un unico volto e un unico grande Amore».

Un’eredità viva per il territorio

Il successo di questa tre giorni ha confermato come il Cammino delle due Sante non sia soltanto una rievocazione storica, ma una vera e propria risorsa pastorale, umana e culturale. L’esperienza unisce la valorizzazione del paesaggio montano all’accessibilità inclusiva, proiettando l’intero territorio verso l’appuntamento del 300° anniversario della morte di santa Veronica Giuliani nel 2027.

La riuscita dell’iniziativa è il frutto di una corale sinergia istituzionale ed ecclesiale che ha visto lavorare in stretta comunione l’Arcidiocesi di Urbino-Urbania-Sant’Angelo in Vado e la Diocesi di Città di Castello, insieme alle amministrazioni comunali di Mercatello sul Metauro, San Giustino e Città di Castello. Un contributo prezioso è giunto dalle comunità parrocchiali, dai sacerdoti, dalle secolari confraternite locali e dalle comunità monastiche delle Clarisse Cappuccine del Monastero “Sacro Cuore” di Mercatello e del Monastero di Santa Veronica a Città di Castello, custodi spirituali dell’itinerario.

Un riconoscimento del tutto speciale va all’associazione “Le Rose di Gerico”, pilastro organizzativo e guida del pellegrinaggio, e in modo particolare ad Angelica Lombardo e Claudio Milli. Con la loro costante presenza, la professionalità e una straordinaria sensibilità umana, Angelica e Claudio hanno saputo prendersi cura di ogni singolo pellegrino, garantendo sicurezza, ascolto e una calorosa accoglienza in ogni tappa. La loro dedizione ha trasformato il semplice camminare in una profonda esperienza di fraternità, facendo sentire ciascun partecipante custodito e parte di un’unica grande famiglia sui passi di Veronica e Margherita.

Fede, bellezza e inclusione: in corso il pellegrinaggio a piedi sulle orme di Santa Veronica e Santa Margherita

Partito venerdì 16 ottobre, l’itinerario spirituale di 42 chilometri si conclude domani con l’arrivo nei luoghi simbolo tifernati.

17 ottobre 2026 – È in pieno svolgimento il cammino a piedi che unisce le Marche e l’Umbria lungo i passi di Santa Veronica Giuliani e Santa Margherita di Città di Castello. Un’esperienza intensa di tre giorni immersa nella natura dell’Appennino umbro-marchigiano, pensata per condividere un itinerario di fede, memoria e accoglienza tra le comunità locali e i pellegrini giunti sul territorio.

La prima tappa: da Mercatello sul Metauro all’Abbazia di Scalocchio

Il pellegrinaggio ha preso il via ieri, venerdì 16 ottobre, nella piazza principale di Mercatello sul Metauro. I partecipanti sono stati accolti nel Monastero “Sacro Cuore” delle Clarisse Cappuccine, dimora natale di Santa Veronica, per un momento di preghiera insieme alla comunità di clausura. Il percorso è poi proseguito nella Pieve Collegiata – dove si trova il fonte battesimale condiviso dalle due Sante e l’abito di Santa Margherita – con la guida del parroco don Fabio Bricca, e infine nella Chiesa di San Francesco.

Attraversando il centro storico, il sindaco Alfiero Marchetti ha illustrato le peculiarità storiche del paese nei pressi del ponte romanico, mentre lungo il cammino verso il borgo disabitato di Sant’Andrea in Corona il vicesindaco Gabriele Giovannini ha narrato la tradizione rurale del territorio. La prima tappa si è conclusa all’Abbazia di Scalocchio con l’accoglienza di chi custodisce oggi il luogo e la rievocazione della Festa delle Rocche, curata dalla Confraternita dell’Immacolata Concezione.

La seconda tappa: verso Vallurbana

Oggi, sabato 17 ottobre, i camminatori stanno percorrendo la seconda frazione dall’Abbazia di Scalocchio fino alla Chiesa di Vallurbana. La giornata è dedicata all’ascolto, alla meditazione e al cammino condiviso. In serata, la foresteria di Vallurbana ospiterà un momento di convivialità aperto anche ai sacerdoti e alle comunità delle diocesi di Città di Castello e Mercatello.

La conclusione: la Messa con il Vescovo e l’arrivo a Città di Castello

Il pellegrinaggio culminerà domani, domenica 18 ottobre:

  • Ore 09:00 – Celebrazione della Santa Messa presso la Chiesa di Vallurbana, presieduta dal Vescovo di Città di Castello e Gubbio, mons. Luciano Paolucci Bedini.
  • A seguire – Partenza dell’ultima frazione a piedi e arrivo nel centro storico di Città di Castello.
  • Conclusione – Visita guidata ai luoghi sacri delle due Sante: il Monastero di Santa Veronica Giuliani e la Chiesa di San Domenico, che custodisce il corpo incorrotto di Santa Margherita.

L’iniziativa si conferma un’occasione preziosa per promuovere la cultura dell’accoglienza, il turismo lento e il legame profondo tra fede, territorio e inclusione. Un progetto condiviso dalle diocesi di Città di Castello e di Urbino-Urbania-Sant’Angelo in Vado, dai Comuni di Città di Castello, San Giustino e Mercatello sul Metauro, dai monasteri delle Cappuccine delle due località.

Città di Castello celebra san Francesco con il vescovo emerito Cancian

Una chiesa gremita di fedeli ha fatto da cornice, nel pomeriggio di domenica 4 ottobre, alla solenne celebrazione della festa di san Francesco d’Assisi nella chiesa cittadina dedicata al Poverello.

A presiedere l’Eucaristia è stato mons. Domenico Cancian, vescovo emerito di Città di Castello, con la concelebrazione di numerosi sacerdoti e religiosi della Chiesa tifernate. La celebrazione, alla quale hanno preso parte anche le autorità civili e militari, è stata animata dalla Schola Cantorum “Anton Maria Abbatini” e dalla Confraternita di Santo Spirito.

Il pontificale delle 18 ha rappresentato il momento culminante delle iniziative promosse dalla Diocesi e dalle famiglie francescane in occasione dell’ottavo centenario della morte di san Francesco, dopo la celebrazione del Transito della sera precedente presieduta dal vescovo diocesano mons. Luciano Paolucci Bedini.

«I santi sono pagine vive del Vangelo»

Nell’omelia, mons. Cancian ha collocato subito la figura di Francesco dentro il cuore della fede cristiana. «I santi sono pagine vive del Vangelo, e il Vangelo è sempre attuale», ha ricordato, sottolineando come la testimonianza del Poverello continui ancora oggi a interrogare la vita dei credenti.

Partendo dalle letture liturgiche, il vescovo emerito ha ricordato la celebre chiamata ricevuta da Francesco a San Damiano: «Vai, Francesco, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina».

Un invito che, secondo mons. Cancian, non riguarda soltanto il restauro materiale delle chiese. Francesco comprende progressivamente che quella casa da riparare è anzitutto la propria vita, da trasformare secondo il Vangelo; poi è la Chiesa, chiamata continuamente a rinnovarsi; infine è lo stesso mondo, segnato da crisi e contraddizioni.

«Francesco è chiamato a riparare, sì, la Porziuncola, ma cambiare la sua vita, cambiare la Chiesa, cambiare il mondo», ha sottolineato il vescovo emerito.

Francesco, riflesso della luce di Cristo

Mons. Cancian ha poi richiamato l’immagine del Santo come luce, collegandola anche alla tradizione dantesca. Francesco, ha spiegato, riflette la luce di Cristo proprio perché lo segue con radicalità e passione.

Il cuore di questa sequela si ritrova nelle parole del Vangelo: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore». Francesco, ha osservato il vescovo emerito, ha fatto proprie queste parole fino in fondo: «ha spogliato se stesso», ha scelto la povertà, si è fatto umile e ha camminato «nella parola di carità evangelica, sine glossa», fino a diventare “alter Christus”, icona di Gesù.

La forza nasce dalla preghiera e dal silenzio

Un passaggio significativo dell’omelia è stato dedicato anche alla dimensione spirituale spesso meno sottolineata nella figura di Francesco.

«Non idealizziamolo nel senso mondano», ha ammonito mons. Cancian. Il Santo, ha ricordato, visse intensamente la preghiera, il silenzio, il deserto e la penitenza, cercando un rapporto diretto e profondo con il Signore.

È proprio da questa relazione con Dio che Francesco trae la forza per la fraternità, per l’evangelizzazione e per affrontare le molte sofferenze fisiche e interiori della sua vita.

Accanto alla fatica, tuttavia, rimane costante la gioia evangelica: quella del Cantico delle Creature e soprattutto quella della perfetta letizia, che Francesco riconosce non nel successo, nel consenso o nel riconoscimento degli altri, ma nella capacità di attraversare prove, incomprensioni e sofferenze con amore e pazienza.

«Francesco non può essere ridotto all’ecologista»

Mons. Cancian ha quindi invitato a non fermarsi a letture parziali o edulcorate della figura del Santo. «Francesco non può essere ridotto all’ecologista, al giullare giocoso, alla relazione romantica con Chiara», ha affermato, ricordando che il centro della sua esperienza resta la sequela radicale di Cristo e della croce.

Le stimmate diventano così il segno visibile di una vita completamente trasformata dal Signore: «Francesco ha ancora tanto da dirci ed è qui in mezzo a noi, lo sentiamo presente».

Povertà e umiltà, il testamento di Francesco

Nella parte conclusiva dell’omelia, il vescovo emerito ha richiamato due testi particolarmente significativi della spiritualità francescana.

Il primo è il finale del Cantico delle Creature: «Laudate et benedicete mi Signore, et ringraziate et servitelo cum grande humilitate».

«L’umiltà è una virtù di base», ha osservato mons. Cancian, ricordando come Francesco sia stato «veramente povero esteriormente e umile interiormente», proprio per la sua volontà di imitare Gesù.

Infine, la preghiera davanti al Crocifisso di San Damiano: «O alto e glorioso Dio, illumina le tenebre del cuore mio. Dammi una fede retta, speranza certa, carità perfetta, umiltà profonda». Parole che, a ottocento anni dalla morte del Santo, restano anche un’indicazione di cammino per la comunità cristiana di oggi.

La celebrazione del 4 ottobre ha così concluso le giornate francescane tifernati, che tra il 3 e il 4 ottobre hanno raccolto la comunità attorno alla memoria del Transito e alla festa del Patrono d’Italia, rinnovando il profondo legame storico e spirituale tra san Francesco, Città di Castello e l’Alta Valle del Tevere.

Città di Castello, il Transito di san Francesco: «La morte è una porta verso l’eternità»

La memoria degli ultimi momenti della vita di san Francesco d’Assisi ha raccolto la comunità di Città di Castello, nella serata di sabato 3 ottobre, nella chiesa cittadina dedicata al Poverello. Qui il vescovo mons. Luciano Paolucci Bedini ha presieduto la tradizionale celebrazione del Transito di san Francesco, uno dei momenti più intensi del programma promosso dalla Diocesi tifernate e dalle famiglie francescane nell’anno dell’ottavo centenario della morte del Santo.

La celebrazione, animata dalla Schola Cantorum “Anton Maria Abbatini”, ha concluso la giornata del 3 ottobre e introdotto la comunità alla festa di san Francesco del giorno successivo, nel quadro di un programma che in questi giorni ha unito liturgia, preghiera, musica e approfondimento culturale.

«Francesco chiama sorella la morte»

Nell’omelia mons. Paolucci Bedini si è soffermato anzitutto sul modo con cui Francesco arriva al momento della morte, chiamandola “sorella”. Non perché la morte diventi «buona» o desiderabile, ha spiegato il vescovo, ma perché nella fede cristiana essa non rappresenta l’ultima parola sulla vita dell’uomo.

«Noi non siamo fatti per la morte», ha ricordato, sottolineando che, grazie alla risurrezione di Cristo, la morte diventa un passaggio e non può fermare, cancellare o disperdere definitivamente la vita. È questa, ha aggiunto, «la fede di Francesco», capace di illuminare anche l’esperienza più drammatica dell’esistenza.

Il vescovo ha quindi ripercorso alcuni dei gesti compiuti dal Santo negli ultimi momenti della sua vita. Francesco chiede innanzitutto di essere ricondotto alla Porziuncola, «là dove tutto è iniziato», nel luogo in cui l’amore e la misericordia di Dio erano diventati per lui esperienza concreta e decisiva.

Un richiamo che diventa interrogativo anche per ogni cristiano: ricordare, nel tempo della fragilità e della fine, il luogo e il momento in cui il Signore ha incontrato e cambiato la nostra vita.

Spogliarsi per ritrovare ciò che conta

Un altro passaggio centrale dell’omelia è stato dedicato al gesto di Francesco che chiede di essere deposto nudo sulla nuda terra. Un’immagine che rimanda all’intera sua esistenza, segnata progressivamente dallo spogliarsi di ciò che non è essenziale.

«Nulla abbiamo portato in questo mondo e nulla da questo mondo porteremo via», ha ricordato mons. Paolucci Bedini. Francesco, che si era spogliato quando aveva compreso di appartenere soltanto a Dio, continua questo cammino fino al suo ultimo giorno.

Da qui l’invito a imparare, già durante la vita, a liberarsi di ciò che non serve alla “vita vera”, per non vivere la morte semplicemente come una perdita ingiusta o come la fine di tutto.

La morte vissuta nella fraternità

Il Transito di Francesco è anche un’esperienza profondamente comunitaria. Il Santo chiama accanto a sé i suoi fratelli, li benedice, li ringrazia, li incoraggia a restare fedeli al Vangelo e con loro spezza il pane.

«La morte non è una cosa privata, non è una cosa da nascondere», ha osservato il vescovo: quando una vita è stata vissuta nella fraternità, anche il suo ultimo passaggio diventa esperienza condivisa.

Sono dunque i fratelli e le sorelle ad accompagnare l’uomo verso la pienezza della comunione con Dio, nella consapevolezza che l’amore ricevuto porta frutto proprio quando viene donato agli altri.

Il Vangelo per l’ultimo viaggio

Infine, Francesco chiede che venga letto il Vangelo. Quella Parola che lo aveva accompagnato e illuminato per tutta la vita, dandogli la forza di andare nel mondo ad annunciare l’amore di Cristo, diventa – ha sottolineato mons. Paolucci Bedini – la parola necessaria anche per «l’ultimo viaggio».

La celebrazione del Transito diventa così, nelle parole del vescovo, occasione per riscoprire «la gioia e la libertà dei cristiani» che, pur nella fatica della morte, credono che essa sia soltanto una «porta socchiusa che si spalanca nell’eternità», per grazia dell’amore di Dio.

Il 4 ottobre il pontificale con mons. Cancian

Le celebrazioni proseguono domenica 4 ottobre, festa di san Francesco d’Assisi. Dopo la messa delle 8.30 nella chiesa delle Cappuccine e quella delle 11 nella chiesa di San Francesco, nel pomeriggio il programma prevede alle 17.15 i vespri solenni.

Alle 18, sempre nella chiesa di San Francesco, mons. Domenico Cancian, vescovo emerito di Città di Castello, presiederà il solenne pontificale alla presenza delle autorità civili e militari.

La celebrazione sarà animata dalla Schola Cantorum “Anton Maria Abbatini” e dalla Confraternita di Santo Spirito e rappresenterà il momento culminante delle giornate francescane tifernati, nel segno di un legame tra Francesco, Città di Castello e l’Alta Valle del Tevere che continua a parlare alla comunità a ottocento anni dalla morte del Santo.

San Francesco a Città di Castello: quattro giorni tra preghiera, musica e cultura

In occasione dell’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, anche a Città di Castello entrano nel vivo le iniziative promosse dalla Diocesi tifernate, attraverso un’apposita commissione e in collaborazione con le famiglie francescane: Frati minori, Frati minori cappuccini e Ordine francescano secolare.

Fin dall’inizio del 2026, un articolato calendario di celebrazioni e appuntamenti culturali ha offerto alla comunità l’opportunità di approfondire la figura del patrono d’Italia, la sua spiritualità e il profondo legame che unisce Francesco a Città di Castello e all’Alta Valle del Tevere.

San Francesco e il legame con l’Alta Valle del Tevere

Un rapporto che affonda le sue radici nella storia. Francesco attraversò più volte il territorio altotiberino e vi sarebbe tornato anche nel 1224, durante il viaggio da La Verna ad Assisi dopo l’esperienza delle stimmate.

Secondo quanto narrato nelle Considerazioni sulle stimmate, risalenti all’ultimo quarto del XIV secolo, proprio in quell’occasione il Santo avrebbe soggiornato a Città di Castello per circa un mese. Due case del centro storico si contendono ancora oggi il privilegio di averlo ospitato: una in via Plinio il Giovane e l’altra in via Guglielmo Marconi.

La presenza francescana ha lasciato, nel corso dei secoli, numerose tracce nel paesaggio dell’Alta Valle del Tevere. Eremi montani, chiese cittadine, monasteri, località rurali e luoghi rupestri raccontano una storia lunga otto secoli, alimentata dalla presenza di frati, monache e laici e ancora capace di interrogare il presente attraverso valori come povertà, preghiera, carità, fraternità, servizio, accoglienza e ricerca di senso.

Dal primo ottobre preghiera e teatro nella chiesa di San Francesco

Il percorso celebrativo troverà uno dei suoi momenti più significativi dal primo al 4 ottobre, nella chiesa di San Francesco a Città di Castello.

Da giovedì primo a sabato 3 ottobre, ogni mattina alle ore 8.15 saranno celebrate le lodi mattutine, seguite alle 8.30 dalla santa messa.

Giovedì primo ottobre, alle ore 21, è in programma “Le parole di Francesco. Letture di testi francescani”, a cura del Teatro dei 90 – La Porta. Una serata costruita attorno alle parole dello stesso Poverello d’Assisi, attraverso la lettura e l’interpretazione di alcuni suoi scritti, accompagnati da introduzioni storiche e brani musicali.

Un modo originale e coinvolgente per avvicinarsi direttamente alla voce, alla figura e alla spiritualità di Francesco.

“L’abbraccio”: musica e meditazione sul territorio francescano

Venerdì 2 ottobre, ancora alle ore 21, musica e parole saranno protagoniste di “L’abbraccio: Francesco e l’Alta Valle del Tevere”.

La Corale “Marietta Alboni” proporrà canti francescani accompagnati da meditazioni su testi di don Romano Piccinelli, in un percorso dedicato alla presenza e al messaggio di Francesco nella storia e nella spiritualità dell’Alta Valle del Tevere.

La meditazione musicale è già stata proposta nei giorni scorsi, con una significativa partecipazione, in altri due luoghi profondamente legati alla tradizione francescana: l’eremo di Montecasale, a Sansepolcro, e il monastero delle Cappuccine di Città di Castello.

Il Transito di san Francesco presieduto dal vescovo Paolucci Bedini

Sabato 3 ottobre, vigilia della festa, avranno inizio le principali celebrazioni liturgiche. Dopo le lodi e la messa del mattino, alle ore 18, nella chiesa di San Francesco, sarà celebrata la santa messa.

Alle ore 21 si terrà uno degli appuntamenti più intensi della tradizione francescana: la celebrazione del Transito di san Francesco, memoria degli ultimi momenti della vita terrena del Santo.

A presiederla sarà mons. Luciano Paolucci Bedini, vescovo di Città di Castello e Gubbio. La celebrazione sarà animata dalla Schola Cantorum “Anton Maria Abbatini” e accompagnerà la comunità verso la festa del giorno successivo.

Il 4 ottobre la festa di san Francesco d’Assisi

Il momento culminante arriverà domenica 4 ottobre, festa di san Francesco d’Assisi, ricorrenza tornata dal 2025 ad essere festa nazionale.

La prima messa sarà celebrata alle ore 8.30 nella chiesa delle Cappuccine. Alle ore 11, nuova celebrazione eucaristica nella chiesa di San Francesco.

Nel pomeriggio, sempre nella chiesa dedicata al Santo, alle 17.15 saranno celebrati i vespri solenni.

Alle ore 18, mons. Domenico Cancian, vescovo emerito di Città di Castello, presiederà il solenne pontificale, alla presenza delle autorità civili e militari.

La celebrazione sarà animata dalla Schola Cantorum “Anton Maria Abbatini” e dalla Confraternita di Santo Spirito, concludendo quattro giornate nelle quali dimensione spirituale, cultura e musica si intrecceranno per riscoprire il messaggio e l’eredità di san Francesco a ottocento anni dalla sua morte.

Sospese le celebrazioni alla Madonna delle Grazie

In concomitanza con il programma nella chiesa di San Francesco, dal primo al 4 ottobre saranno sospese le celebrazioni liturgiche nel santuario della Madonna delle Grazie.

 “Frate Sole”, il cinema muto incontra la musica nella Chiesa di San Francesco

Città di Castello, 18 settembre 2026 – Un pubblico numeroso ha partecipato ieri sera, giovedì 17 settembre, nella Chiesa di San Francesco, al cineconcerto Frate Sole, dedicato alla figura del Poverello di Assisi e inserito nel calendario delle iniziative diocesane per gli 800 anni dalla morte di San Francesco. La serata ha proposto la proiezione dell’omonimo film muto del 1918, realizzato da Ugo Falena e Mario Corsi e presentato nell’edizione restaurata dalla Cineteca Milano, accompagnata dalla musica dal vivo all’antico organo meccanico Francesco Polinori.

Un’esperienza irripetibile

A rendere particolarmente intensa e originale l’esperienza è stato l’intervento di Giuseppe Luccaccioni, giovanissimo musicista di talento, chiamato a confrontarsi con una delle forme più affascinanti e impegnative dell’espressione musicale: l’improvvisazione dal vivo sulle immagini. Di fronte allo schermo, Luccaccioni ha costruito la musica momento dopo momento, senza affidarsi a una colonna sonora prestabilita. La sua esecuzione è diventata un vero e proprio dialogo istantaneo con il film, nel quale gesti, emozioni, pause e atmosfere hanno trovato una risposta sonora continuamente rinnovata. È proprio nell’immediatezza dell’improvvisazione che si è manifestato il talento del giovane musicista: la capacità di ascoltare le immagini, interpretarle e trasformarle in suono, seguendo il ritmo della narrazione e lasciando che la musica nascesse direttamente dall’incontro con ciò che accadeva sullo schermo. Ne è scaturita una performance irripetibile, una traccia sonora legata a quel preciso momento, a quel luogo e alla sensibilità dell’interprete.

Lo stesso film potrà essere nuovamente proiettato, ma quella musica non potrà essere ripetuta esattamente nello stesso modo. È questo uno degli aspetti più affascinanti del cineconcerto: un’esperienza condivisa dal pubblico, ma al tempo stesso unica e non replicabile. La scelta di affiancare un giovane interprete a una pellicola di oltre un secolo fa ha inoltre dato vita a un significativo incontro tra generazioni e linguaggi: il cinema delle origini, l’antico organo e la creatività musicale contemporanea si sono incontrati in uno stesso spazio, restituendo nuova vitalità a un’opera dedicata a San Francesco. La serata ha mostrato così quanto possano essere feconde le contaminazioni tra le diverse forme d’arte e quanto un giovane talento, quando viene messo nelle condizioni di esprimersi pienamente, possa trasformare un appuntamento culturale in un’esperienza profondamente partecipata. La serata di Frate Sole lascia dunque un segno nel percorso delle celebrazioni francescane: un antico film, un organo storico e la sensibilità di un giovane musicista si sono incontrati per una sola sera, dando vita a un’esperienza artistica che proprio nella sua irripetibilità ha trovato la sua forza.

Un giovane talento

Nato nel 2004, Giuseppe Lucaccioni si avvicina al pianoforte e all’organo nel 2012, iniziando il suo percorso con il maestro Alessandro Bianconi. Dal 2017 approfondisce lo studio dell’organo e della composizione organistica al Conservatorio “F. Morlacchi” di Perugia, dove segue gli insegnamenti dei maestri Luca Scandali e Claudio Brizi e conclude nel 2023 il percorso preaccademico. La sua formazione si arricchisce attraverso masterclass con alcuni tra i più importanti interpreti del panorama organistico internazionale, tra cui Peter Van de Velde, Andrea Marcon, Daniel Roth e Philippe Lefebvr .

L’esperienza concertistica

Nonostante la giovane età, Lucaccioni ha già maturato una significativa esperienza concertistica, esibendosi come solista in rassegne organistiche in Italia, Germania, Francia e Belgio. Tra gli appuntamenti a cui ha partecipato figurano Orgelmusik zum Weihnachtsmarkt presso la Stiftskirche di Stoccarda, le Vespérales de l’orgue Dubois e le Gentse Orgelfeesten. Accanto all’attività solistica, il musicista coltiva con particolare interesse la musica d’insieme, confrontandosi con importanti formazioni corali e orchestrali. Nel 2025 ha partecipato con la Philharmonia Nicolai Aalen all’esecuzione di In Terra Pax del compositore svizzero Frank Martin, nell’ambito delle iniziative per l’80° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale. Nel 2026 ha inoltre accompagnato il coro di voci bianche Collegium iuvenum Stuttgart durante una tournée in Francia e Lussemburgo.

Il suo legame con Città di Castello è particolarmente significativo: dal 2019 al 2023 è stato organista presso il Santuario della Madonna delle Grazie, esperienza che ha contribuito alla sua crescita nel campo della musica liturgica e sacra. Dal 2024 Lucaccioni prosegue la propria formazione in Germania, dove frequenta il corso di laurea in Musica Sacra (Bachelor Kirchenmusik) presso la Hochschule für Musik und Darstellende Kunst di Stoccarda, nella classe del professor Jürgen Essl. Un percorso internazionale che nel 2026 è stato ulteriormente riconosciuto con l’assegnazione di una borsa di studio della Fondazione Leibinger.

 

 

 

 

 

Frate Sole, il cinema celebra san Francesco con il film del 1918

Un secolo dopo la sua prima apparizione sul grande schermo, Frate Sole torna a raccontare san Francesco attraverso la forza delle immagini e della musica.

L’appuntamento è per giovedì 17 settembre, alle ore 21, nella chiesa di San Francesco a Città di Castello. Organizzata dalla Diocesi di Città di Castello in collaborazione con la Schola Cantorum “Anton Maria Abbatini”, la serata è inserita nel programma delle celebrazioni diocesane per gli 800 anni dalla morte di san Francesco.

Il film nella festa delle Stimmate di san Francesco

La scelta della data assume un significato particolare: il 17 settembre ricorre infatti la festa delle Stimmate di san Francesco, memoria che richiama direttamente l’ultimo dei quattro episodi nei quali è articolata la pellicola.

A rendere ancora più suggestiva la serata sarà l’improvvisazione organistica di Giuseppe Luccaccioni, eseguita all’antico organo della chiesa francescana, uno strumento realizzato da Francesco Polinori nel 1763.

L’organista Giuseppe Lucaccioni

“Frate Sole”, un gioiello del cinema italiano delle origini

Uscito nel 1918, Frate Sole rappresenta uno dei gioielli del cinema italiano delle origini e una delle prime grandi opere cinematografiche dedicate alla figura del Poverello.

Regia e sceneggiatura sono di Ugo Falena e Mario Corsi, mentre alla fotografia lavorò Giorgino Ricci; scenografie e costumi portano le firme di Camillo Innocenti e Duilio Cambellotti. Nel cast spiccano Uberto Palmarini, interprete di san Francesco, e Silvia Malinverni, nel ruolo di santa Chiara.

Un grande affresco sulla vita e la spiritualità di Francesco

Il film nacque da un progetto ambizioso, concepito per restituire sullo schermo non soltanto la vicenda biografica del Santo, ma l’intero universo umano e spirituale nel quale visse.

Mario Corsi raccontò di avere consultato l’ampia bibliografia francescana disponibile all’epoca, consapevole della difficoltà di trasformare in immagini una figura tanto alta e conosciuta.

Il risultato fu un grande affresco corale, girato tra Assisi, Gubbio, Perugia e il Lago Trasimeno, nel quale, accanto agli attori professionisti, compaiono anche autentici francescani.

I quattro episodi di “Frate Sole”

La narrazione è articolata in quattro episodi: «Il bacio al lebbroso», «Sulle orme del poverello», «Il tempo» e «Le stigmate». Più che una biografia lineare, il film propone una successione di quadri e immagini-simbolo.

Dal gesto con cui il giovane Francesco supera la paura e abbraccia il lebbroso, alla rinuncia ai beni paterni, dalla nascita della fraternità all’incontro con Chiara, fino alla Verna e alle stigmate, il Santo emerge immerso nella storia e nell’umanità del suo tempo.

La prima proiezione nel 1918 all’Augusteo di Roma

La prima proiezione si tenne il 7 giugno 1918 all’Augusteo di Roma, con orchestra dal vivo. L’opera fu presentata come una «restituzione francescana in 4 canti», accompagnata dalla musica del compositore umbro Luigi Mancinelli.

Fu un evento di grande risonanza, alla presenza di esponenti della famiglia reale, ministri e importanti prelati. Proprio l’incontro tra immagini e musica rappresentò uno degli aspetti più innovativi dell’opera, anticipando una modalità espressiva che sarebbe diventata fondamentale nella storia del cinema.

Oggi è sopravvissuta una sola copia della pellicola, restaurata nel 1998 dalla Fondazione Cineteca Italiana e conservata dalla Cineteca di Milano.

La locandina del cineconcerto

Madonna delle Grazie, una comunità affidata allo sguardo di Maria

Grande partecipazione e profonda devozione popolare hanno accompagnato a Città di Castello le celebrazioni per la Madonna delle Grazie, patrona della città e della diocesi, culminate mercoledì 26 agosto nella solenne concelebrazione eucaristica presieduta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini.

Numerosi i fedeli che nel corso della giornata hanno raggiunto il Santuario di Santa Maria delle Grazie per le Messe, la preghiera e le confessioni, al termine di un cammino iniziato nei giorni precedenti con il triduo, la veglia e la tradizionale processione con la venerata immagine mariana per le vie del centro storico.

Una celebrazione con il clero diocesano

La Messa solenne del pomeriggio ha visto accanto al vescovo numerosi sacerdoti del clero diocesano, a partire dal vicario generale don Andrea Czortek, parroco della comunità della Madonna delle Grazie.

La celebrazione ha raccolto una partecipazione intensa, espressione di quel legame antico che unisce il popolo tifernate alla sua patrona e che quest’anno ha assunto un valore particolare nel 570° anniversario della venerata immagine, dipinta nel 1456.

Al centro dell’omelia Paolucci Bedini ha posto il Vangelo delle nozze di Cana, invitando a non leggere quanto avvenuto semplicemente come uno dei miracoli compiuti da Gesù. Giovanni, ha ricordato il vescovo, parla infatti dell’“inizio dei segni”: gesti che non rappresentano una soluzione magica ai problemi dell’uomo, ma indicano la strada attraverso la quale Dio entra nella storia e conduce alla salvezza.

Maria si accorge di ciò che manca

È proprio Maria, nella scena di Cana, a intuire per prima che qualcosa è venuto meno. Da qui il cuore della riflessione proposta dal vescovo: Maria è accanto alla vita dell’uomo con una premura materna capace di accorgersi di ciò che manca, anche quando ciascuno non riesce più a riconoscerlo da solo.

Il vino che viene meno diventa così il segno di quella gioia piena che può smarrirsi quando la vita prende strade lontane dall’amore di Dio. Maria vede, comprende e intercede presso il Figlio.

Per questo, ha osservato Paolucci Bedini, la preghiera alla Vergine non dovrebbe ridursi soltanto alla richiesta di una grazia particolare. Occorre anche l’umiltà di domandarle: aiutami a vedere ciò che manca nella mia vita, ciò di cui forse non riesco più ad accorgermi, per poter aprire nuovamente il cuore al Signore.

I veri miracoli che cambiano la vita

Il vescovo Luciano ha quindi indicato quelli che possono essere considerati i veri miracoli nella vita quotidiana: trovare la forza di riprendere il cammino, rialzarsi, affidarsi nuovamente a Dio, chiedere perdono, riaprire relazioni rese difficili dalla durezza del cuore oppure uscire dai propri egoismi per accorgersi dei bisogni degli altri.

È lì, ha sottolineato, che la vita torna a risvegliarsi e a rinnovarsi, diventando nuovamente aperta alla misericordia di Dio.

Una grazia anche per la città

Nella parte conclusiva dell’omelia lo sguardo si è allargato dalla vita personale alla comunità. Proprio perché la Madonna delle Grazie è patrona principale di Città di Castello, il vescovo ha invitato a chiedere che questa capacità di “accorgersi di ciò che manca” diventi una grazia per l’intera città.

Non basta infatti vedere ciò che non funziona: occorre anche “rimboccarsi le maniche” e fare ciò che è possibile perché tutti possano vivere meglio nel territorio. È questo, ha concluso Paolucci Bedini, il miracolo di cui ha bisogno anche la città.

Come da tradizione, al termine della celebrazione il vescovo e i fedeli si sono raccolti nella cappella laterale che custodisce la venerata immagine della Madonna delle Grazie, concludendo la giornata con la preghiera e l’affidamento della città e della diocesi alla loro patrona. Alla celebrazione solenne ha partecipato anche il vicesindaco di Città di Castello, Giuseppe Stefano Bernicchi, con il Gonfalone cittadino.