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Festa dei santi Florido e Amanzio: il vescovo Luciano preoccupato per i giovani

La Chiesa tifernate – il 13 novembre 2025 – si è ritrovata nella chiesa Cattedrale dei Santi Florido e Amanzio per la celebrazione solenne in occasione della memoria liturgica proprio dei patroni principali della diocesi di Città di Castello.

L’omelia del vescovo Luciano Paolucci Bedini

«E quando apparirà il Pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce». È l’apostolo Pietro ad indirizzare questa promessa a tutti i pastori che hanno servito la Chiesa di Cristo fedelmente. Ed è proprio questa gloria eterna che hanno ricevuto i nostri santi patroni Florido e Amanzio a coronamento della loro vita e del loro ministero spesi totalmente per questa nostra santa Chiesa tifernate. Nella loro santità, che oggi solennemente celebriamo, risplende per tutti noi la grazia e la misericordia che Dio Padre ha elargito nei secoli a questa comunità cristiana. La loro corona di gloria è anche la nostra, e in noi riverbera nel tempo che viviamo, se rimaniamo umilmente in ascolto del loro insegnamento, e fedeli alla loro guida.

In questa gioia grande, che ci riporta alle radici della storia di questo nostro popolo, saluto con cordiale gratitudine le autorità civili e militari presenti e partecipi con noi nella cornice di questa magnifica chiesa Cattedrale. La vostra condivisione di questo santo giorno ci incoraggia a sentirci parte attiva e cittadini partecipi della vita sociale di questo territorio benedetto, di cui tutti e insieme siamo responsabili.

Al centro dell’annuncio di questa solenne memoria c’è l’immagine evangelica del buon pastore. Se il profeta Ezechiele ci narra tutta la passione paterna di Dio che, come pastore solerte, custodisce il gregge dell’umanità, se ne prende cura preoccupandosi di tutte le sue esigenze e difendendolo dai tanti pericoli in agguato, il Vangelo di Giovanni ci rivela che tutto ciò Dio lo ha compiuto inviando per noi suo Figlio Gesù perché donando la sua vita diventasse il nostro unico e fedele buon pastore. «Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore».

Il vescovo Florido e il presbitero Amanzio sentirono forte per loro questa chiamata ad essere pastori per questa Chiesa ad immagine di Cristo buon pastore. Si presero cura del gregge loro affidato e, con animo generoso e coraggio esemplare, si immersero nelle vicende del loro tempo mettendo tutta la loro vita a servizio della Città e del popolo dei fedeli. Le parole del profeta disegnano luminosamente i sentimenti e le azioni scaturite dal loro cuore pastorale: «Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia».

Nessuno di noi può sostituire l’unico vero buon pastore che è Cristo, e tutti abbiamo necessario bisogno di questa sua guida per poter vivere appieno il nostro pellegrinaggio terreno e giungere alla meta della nostra salvezza nella comunione eterna con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Per questo ogni fratello che è chiamato nella comunità a rivestire il ministero pastorale può fedelmente corrispondervi solo a patto che sia docile alla parola e al mandato di Gesù risorto. Così da non costituire un altro riferimento nella Chiesa, ma bensì per interpretare nell’oggi lo sguardo misericordioso del Salvatore e lasciar trasparire nei propri gesti l’azione redentrice del Cristo, rimandando continuamente a lui, unica sorgente inesauribile della grazia.

È questo l’orizzonte di fedele servizio alla Chiesa, in obbedienza all’annuncio del Regno di Dio, verso il quale i nostri santi patroni hanno guidato questa Chiesa e questa Città. Vedendo la distruzione che aveva devastato la comunità a causa della stolta violenza dell’uomo contro il suo fratello, risposero con coraggio e fiducia alla necessità di ricostruire e ridare vita a ciò che sembrava perduto. Pensando alle pietre e alle case di fatto si presero cura della rinascita di un popolo. Non pensarono a restaurare le cose perché tutto tornasse come prima, ma pensarono e progettarono una città nuova, migliore, che potesse accogliere una vita rinnovata, diversa e migliore di quella che avevano conosciuto. Puntarono sulle risorse di chi aveva più forza, custodirono i fragili e i deboli che andavano protetti, si coinvolsero personalmente con tenacia e fiducia impegnando prima di tutto la loro responsabilità.

Proprio di questa loro autorevole responsabilità, nei confronti della comunità loro affidata, noi oggi possiamo e dobbiamo stupirci. Uomini adulti, insigniti di un alto ufficio, pubblici rappresentanti della vita di un popolo e testimoni consapevoli del progetto di amore e di misericordia di Dio per tutti gli uomini, non si tirarono indietro, non evitarono i rischi possibili, non delusero le attese di chi guardava alla loro guida con fiducia, non si rinchiusero nei recinti della loro missione spirituale, non si nascosero dietro i pensieri negativi e i luoghi comuni, non additarono le responsabilità altrui per evitare di sporcarsi le mani, non si fermarono all’analisi delle cause che avevano generato i mali del loro tempo, non lasciarono soli quelli che da soli non ce l’avrebbero fatta invocando la mancanza di strutture o la scarsità di risorse.

Lasciamoci ferire da questa loro alta testimonianza. Non può non colpirci il loro profondo senso di responsabilità nei confronti degli altri. Oggi, in un mondo come il nostro, dove la responsabilità non va più di moda, dove si tende a screditare ogni autorità, ma anche dove tanti livelli di autorità non rispondono più ai loro doveri. Quanto sono forti le parole dell’apostolo Pietro agli anziani responsabili delle loro comunità, e le prendo prima di tutto per me: «…pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non perché costretti ma volentieri, come piace a Dio, non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge».

Vi confido che sono molto preoccupato per i giovani. Per i giovani, non dei giovani. Non mi preoccupa l’età giovanile con tutto quello che comporta, anzi, in essa vi sono le risorse più potenti della vita e i desideri più profondi che anelano alla bellezza dell’esistenza. Mi preoccupa che, in questi anni di esplosione della vita, i nostri giovani non trovino in noi adulti esempi luminosi di responsabilità e di passione per la vita. Sì, a me sembra che il problema più grave della nostra gioventù sia questo. Ciascuno di noi è diventato grande accompagnato da qualcuno che ci ha preso per mano e ci ha dato l’esempio di una vita buona. I nostri giovani a chi guardano? Quale triste spettacolo sta dando il nostro mondo a chi entra nella vita? Che esempio stiamo offrendo loro noi che oggi dovremmo essere i protagonisti responsabili della storia che attraversiamo?

Abbiamo bisogno di un sussulto di umanità e di maturità. Non possiamo lasciare ai nostri figli un mondo che si è arreso ai poteri forti, al dominio della violenza, al sospetto e alla diffidenza reciproca, alla misura del denaro, alla schiavitù del possesso. Una vita sociale che teme la fraternità, ha dimenticato la gratuità e ha burocratizzato la solidarietà. L’esempio grande dei santi Florido e Amanzio è per noi, riguarda noi e ci provoca profondamente. Alla loro potente intercessione affidiamo il risveglio della nostra testimonianza responsabile. Amen.

+Luciano, vescovo

Il video della celebrazione solenne

Santi Florido e Amanzio, 13 novembre: la Chiesa tifernate celebra i suoi patroni

La Diocesi di Città di Castello si prepara a vivere, giovedì 13 novembre, la solennità dei santi patroni Florido, vescovo, e Amanzio, sacerdote. La celebrazione culminerà con la Solenne Eucaristia delle ore 18 nella Basilica Cattedrale, presieduta da mons. Luciano Paolucci Bedini, vescovo di Città di Castello, e animata dalla Schola Cantorum “Anton Maria Abbatini”.

Le celebrazioni liturgiche hanno avuto inizio già domenica 9 novembre, con le Sante Messe della mattina e la Messa vespertina con l’offerta dei ceri da parte delle Confraternite della diocesi, segno di devozione e di continuità della fede popolare tifernate.

Le radici della fede tifernate

Ogni anno la città rinnova la memoria di san Florido e sant’Amanzio, figure che hanno segnato profondamente la storia e l’identità spirituale di Città di Castello. San Florido nacque proprio in questa terra intorno al 520. Rimasto orfano in giovane età, si dedicò con impegno agli studi di lettere e teologia, distinguendosi per la sua pietà e il suo desiderio di servire la Chiesa. Ordinato diacono nel 542, visse un periodo difficile segnato dalle guerre gotiche: insieme ai suoi compagni Amanzio e Donnino fuggì a Perugia, dove ricevette l’ordinazione sacerdotale dal vescovo Ercolano.

Miracoli e testimonianza di fede

Durante un viaggio a Todi, Florido e Amanzio si imbatterono in un indemoniato, che fu guarito per intercessione del futuro vescovo: un segno della potenza della fede e della preghiera, capace di liberare e restituire speranza. Dopo la morte di Ercolano, Florido tornò nella sua città natale, trovandola distrutta dall’assedio di Totila.

Fu allora che emerse la sua forza spirituale e pastorale: nominato vescovo da papa Pelagio, Florido divenne guida della comunità, promuovendo non solo la ricostruzione materiale della città, ma soprattutto la rinascita morale e religiosa del popolo tifernate.

Un cammino condiviso: Florido, Amanzio e Donnino

Accanto al vescovo Florido operarono Amanzio, sacerdote umile e animato da profonda carità, e Donnino, laico ed eremita. Insieme testimoniarono una santità “comunitaria”, fatta di fraternità e servizio reciproco. Il loro esempio dimostra come la santità possa essere un’esperienza condivisa: una Chiesa viva nasce dove le persone si aiutano come fratelli, fondando la loro vita sulla certezza dell’amore di Dio.

La memoria nei secoli

I “Dialoghi” di san Gregorio Magno ci restituiscono un ritratto vivo dei due santi: Florido come «vescovo di vita venerabile», e Amanzio come «uomo di grande semplicità», dotato di carismi straordinari, capace di guarire i malati e di scacciare i serpenti con il segno della croce. Il culto dei santi Florido e Amanzio è attestato fin dall’XI secolo e si lega alla dedicazione della Cattedrale cittadina ai due patroni, segno di una devozione che non si è mai spenta e che continua a essere il cuore della spiritualità tifernate.

Una festa di fede e di comunità

La solennità del 13 novembre non è soltanto un’occasione di festa religiosa, ma anche un invito a riscoprire la forza spirituale che, fin dalle origini, ha animato la Chiesa di Città di Castello: una comunità capace di rinascere, costruire e sperare insieme, seguendo l’esempio luminoso dei suoi santi patroni, Florido e Amanzio.

La celebrazione solenne delle ore 18 in Cattedrale sarà trasmessa in diretta sui social media diocesani (Facebook @diocesicastello e Youtube @diocesicittadicastello) e su Trg al canale 13.

 

Città di Castello riscopre Titi, il tifernate che inventò la guida moderna di Roma

Pochi sanno che la prima vera guida “moderna” di Roma, quella che accompagnò i pellegrini del Giubileo del 1675 tra le chiese e le opere d’arte della città eterna, porta la firma di un abate tifernate. Si chiamava Filippo Titi, e la sua Studio di pittura, scoltura et architettura nelle chiese di Roma – pubblicata nel 1674 – è considerata dagli studiosi un testo fondativo della critica d’arte moderna. A lui è stato dedicato l’incontro “Antica guida d’arte per il Giubileo del 1675”, ospitato sabato 8 novembre nel Salone gotico del Museo diocesano di Città di Castello, che ha richiamato un pubblico numeroso e attento.

L’omaggio a un tifernate illustre

A introdurre la mattinata è stato don Andrea Czortek, vicario generale e direttore dell’Archivio diocesano, che ha sottolineato come l’occasione permetta di “conoscere una figura particolarmente importante e al tempo stesso poco conosciuta della nostra storia culturale”, riportando indietro di 350 anni il filo della memoria cittadina.

Il vescovo Luciano Paolucci Bedini ha ricordato il valore di incontri come questo “perché ci aiutano a comprendere meglio una parte della nostra storia” e ha invitato a “trarre ispirazione da queste figure per ciò che viviamo oggi, riconoscendo ciò che resta della loro opera e del loro ingegno”.

Il sindaco Luca Secondi ha scherzato sul fatto che “molti tifernati, quando sentono il nome Titi, pensano solo a una via di Riosecco”, sottolineando quanto sia importante “riscoprire il lavoro e l’impegno di questo concittadino illustre”, di cui si conservano preziosi documenti nella Biblioteca comunale. “Abbiamo voluto inserire la sua immagine anche negli oggetti di rappresentanza della città – ha aggiunto – proprio per esprimere la nostra identità attraverso figure significative della nostra storia”.

Lo sguardo dello storico dell’arte

Nel cuore dell’incontro gli interventi dei relatori, Carmelo Occhipinti, storico dell’arte e ordinario all’Università di Roma Tor Vergata, e Giovanni Cangi, ingegnere ed esperto di edilizia storica. 

Occhipinti ha messo in luce “l’enorme importanza del testo del Titi”, una guida “non solo per pellegrini ma per studiosi e amatori dell’arte”, che seppe “rivalutare il Medioevo e il Rinascimento, da Cavallini a Giotto, fino a Pietro da Cortona, in contrasto con la visione classicista di Bellori”. L’abate tifernate, ha ricordato lo studioso, “ebbe un’apertura straordinaria, anticipando una visione storica dell’arte che solo secoli dopo sarebbe diventata metodo critico”.

Il “regalo” che fece alla sua città

Cangi, dal canto suo, ha offerto il ritratto del Titi cartografo e disegnatore, autore delle prime mappe della città di Castello “così come era uscita dal Medioevo e dal Rinascimento”. Ma lo ha anche definito “un anticipatore del turismo culturale”, grazie a una guida “tascabile e descrittiva”, con l’elenco di oltre 275 chiese e 3.000 opere d’arte, concepita proprio in vista del grande flusso di visitatori del Giubileo del 1675. 

“Fu un successo editoriale clamoroso – ha ricordato – tanto che a Macerata ne uscì subito una ristampa non autorizzata, una sorta di copia pirata ante litteram”. Quando, dieci anni più tardi, Titi pubblicò la nuova edizione ampliata, volle aggiungere un omaggio alla sua terra: la descrizione del Duomo di Città di Castello, inserendolo accanto alle grandi chiese romane. “È un regalo che fa alla città – ha commentato Cangi – un segno del suo legame con le origini e con la comunità tifernate”.

Un pioniere della divulgazione artistica

Un incontro, dunque, che ha restituito a Filippo Titi il posto che gli spetta nella storia dell’arte e nella memoria cittadina: non solo abate e cartografo, ma pioniere della divulgazione artistica, capace di unire fede, conoscenza e spirito di servizio in un’opera che continua a parlare anche dopo tre secoli e mezzo.

L’abate tifernate Filippo Titi e la prima guida “moderna” di Roma

Un viaggio nell’arte e nella storia attraverso le pagine di uno dei testi più importanti del Seicento. Sabato 8 novembre 2025 alle ore 10.30, nel Salone gotico del Museo diocesano di Città di Castello, si terrà l’incontro dal titolo «Antica guida d’arte per il Giubileo del 1675», con la presentazione dello Studio di pittura, scoltura et architettura nelle chiese di Roma dell’abate Filippo Titi, edito a Roma nel 1674 per il Mancini.

L’abate Titi e le sue guide

L’iniziativa, promossa dalla diocesi di Città di Castello in occasione del Giubileo 2025, verrà aperta dal vescovo Luciano Paolucci Bedini e da Luca Secondi, sindaco tifernate. A moderare l’incontro sarà don Andrea Czortek, vicario generale e direttore dell’Archivio diocesano. Interverranno Carmelo Occhipinti, storico dell’arte e critico, ordinario dell’Università Roma Tor Vergata, e Giovanni Cangi, ingegnere ed esperto di edilizia storica.

Durante l’incontro saranno approfonditi la figura dell’abate Titi, l’analisi della Guida, i riferimenti ad alcune chiese di Roma e al Duomo di Città di Castello, aggiunto dal Titi nell’edizione del 1686. Pubblicato nel 1674, Lo Studio di pittura, scoltura et architettura nelle chiese di Roma elenca 275 chiese in ordine topografico, è composto da 485 pagine e include una sezione dedicata al Museo capitolino. L’opera cita oltre novecento fra pittori, scultori, architetti e artisti, con circa tremila opere elencate.

Lo studio di pittura

«La prima vera grande guida di Roma è opera di un abate di Città di Castello. Fu ristampata nel corso degli anni e considerevolmente accresciuta» scriveva Julius von Schlosser nella sua Letteratura artistica, riconoscendo a Filippo Titi un ruolo centrale nella storia della critica e della divulgazione artistica. Nel corso di un secolo, lo Studio di pittura conobbe diverse edizioni: 1674, 1675, 1686 (Nuovo studio, con l’indice delle chiese e dei virtuosi che vi si nominano. Ed in fine un’aggiunta dove è descritto il Duomo di Città di Castello), 1708, 1721 e 1763. Un successo editoriale che testimonia la fortuna straordinaria di un’opera divenuta punto di riferimento per studiosi e viaggiatori. Lo Studio di pittura è considerato la prima guida “moderna” di Roma. A differenza delle numerose Mirabilia Urbis Romae e di altri testi destinati ai pellegrini, l’opera di Titi non si limita a indicare reliquie o miracoli, ma propone un approccio artistico e culturale, valorizzando la bellezza delle chiese e delle opere d’arte come espressione della fede e della civiltà romana.

Per un confronto delle varie edizioni è possibile consultare Filippo Titi, Studio di pittura, scultura e architettura nelle chiese di Roma 1674, a cura di Damiano Delle Fave, con un saggio storico di Carmelo Occhipinti (Roma 2017, collana Fonti e Testi di Horti Hesperidum, 31, UniversItalia).

 

 

“Vino nuovo in otri nuovi”: i primi passi delle Comunità pastorali nella Diocesi di Città di Castello

A distanza di circa un anno dalla pubblicazione del documento “Vino nuovo in otri nuovi”, con cui il vescovo Luciano Paolucci Bedini ha lanciato la prospettiva delle Comunità pastorali per le diocesi di Città di Castello e Gubbio, si entra ora nella fase di attuazione.
La proposta, elaborata nel corso del 2023 insieme a sacerdoti e diaconi e poi diffusa nelle parrocchie nel 2024, ha suscitato ampio confronto e partecipazione. Oggi si presentano le prime ipotesi di aggregazione tra parrocchie, pensate per avviare concretamente questo percorso di rinnovamento ecclesiale e missionario.

Un progetto decennale per una Chiesa “in uscita”

Il progetto, intitolato significativamente “Vino nuovo in otri nuovi”, guarda a un cammino di dieci anni (2024–2034) e intende rispondere ai segni dei tempi: la diminuzione delle vocazioni, il calo di partecipazione alla vita ecclesiale, lo spopolamento di molte aree interne e il progressivo distacco delle giovani generazioni.
«Abbiamo bisogno – spiegava il vescovo Paolucci Bedini nel documento iniziale – di ripensare come vivere nel territorio la nostra presenza di Chiesa. Non basta riorganizzare le strutture, ma serve rinnovare il cuore dell’esperienza ecclesiale: comunità di fratelli e sorelle che vivono e condividono il Vangelo, accogliendo e servendo tutti».

Cp: una rete di fraternità e corresponsabilità

Secondo il progetto, la Comunità pastorale (Cp) è una porzione della Chiesa diocesana capace di sostenere tutte le dimensioni della vita cristiana: annuncio, liturgia, carità, educazione e fraternità.
Può essere composta da più parrocchie, anche molto diverse per storia e dimensioni, ma unite nel desiderio di condividere cammini, risorse e ministeri.
Ogni Comunità sarà guidata da uno o due sacerdoti, con il supporto di diaconi e laici incaricati dei vari ambiti pastorali. In una parrocchia di riferimento avrà sede il “cuore” della Cp, con le celebrazioni principali e le attività comuni.

Il progetto prevede anche forme di vita comunitaria tra sacerdoti e laici, con canoniche che possano diventare luoghi di accoglienza e fraternità condivisa. Accanto ai parroci, potrebbero vivere famiglie, consacrati, giovani volontari o anziani impegnati al servizio della vita pastorale.

Due consigli per camminare insieme

Ogni Comunità pastorale sarà dotata di due organismi di riferimento: il Consiglio pastorale, per il discernimento e l’indirizzo della vita ecclesiale in uno stile sinodale; il Consiglio per gli affari economici unitario, responsabile della gestione e della trasparenza dei beni comuni.
La logica è quella della corresponsabilità e della partecipazione: ogni battezzato è chiamato a sentirsi discepolo-missionario, parte attiva della testimonianza evangelica.

Dall’ascolto alla proposta: la fase di attuazione 2025

Il nuovo documento pubblicato a ottobre 2025 segna l’ingresso nella fase operativa. Dopo un anno di ascolto e di suggerimenti, la Diocesi di Città di Castello ha delineato una prima ipotesi di suddivisione territoriale delle future Comunità pastorali, in tre grandi aree – Nord, Centro e Sud – ciascuna con più nuclei di riferimento.
Le aggregazioni proposte tengono conto sia della geografia pastorale attuale sia delle relazioni già esistenti tra parrocchie. Si tratta, come sottolinea il documento, di una base di confronto aperta, pubblicata per favorire la discussione nelle comunità e permettere ai fedeli di contribuire con osservazioni e suggerimenti.
Le proposte potranno quindi essere rimodulate nei tempi e nei modi più adatti alle diverse situazioni locali.

Le prime ipotesi di Comunità pastorali (Cp)

Zona Nord

CP1: parrocchie di San Giustino e Cospaia. CP2: Selci, Lama, Renzetti e Celalba. CP3: Pistrino, Fighille, Citerna (Lippiano*). CP4: Cerbara, Piosina, Giove e Badiali. La parrocchia di Lippiano potrebbe essere affidata pastoralmente al parroco di Monterchi, in accordo tra i vescovi e i sacerdoti delle diocesi confinanti.

Zona Centro

CP1: parrocchie della Cattedrale, Santa Maria delle Grazie, San Francesco, San Michele, Santa Maria Maggiore e Santa Maria Nova. CP2: San Pio X,  San Giovanni Battista agli Zoccolanti, Santa Lucia (con la presenza pastorale dei frati minori e San Martino d’Upò. CP3: Madonna del Latte, Santa Veronica, Graticole, Belvedere e Titta. CP4: Riosecco, Lerchi, Astucci e Nuvole.

Zona Sud

CP1: parrocchie di Trestina, Bonsciano, Canoscio, Badia Petroia, Lugnano, Petrelle, Ronti, Morra,Volterrano, Nestoro, Calzolaro e San Leo Bastia. CP2: San Secondo, Croce di Castiglione, Gioiello, Marcignano e Monte Santa Maria Tiberina. CP3: parrocchie di Promano, San Maiano, Cinquemiglia, Montecastelli e Niccone. CP4: parrocchie di Pietralunga, Aggiglioni, Pieve de’ Saddi, Carpini e Montone*.  La parrocchia di Montone potrebbe essere pastoralmente affidata ai frati minori di Santa Maria di Umbertide, previa verifica tra i vescovi e i religiosi.

Un processo di discernimento comunitario

Il vescovo invita ora tutte le parrocchie e i fedeli a partecipare attivamente alla riflessione: «Queste proposte – si legge nel documento – vengono pubblicate perché siano conosciute, discusse e condivise. Solo così potremo avviare il cammino di trasformazione, accompagnati e sostenuti dal Vescovo e dai suoi collaboratori».
Chi desidera offrire il proprio contributo può scrivere a vescovo@diocesidicastello.it, segnalando idee, osservazioni o esperienze utili a delineare il volto delle nuove Comunità pastorali.

“Non un decreto, ma un cammino di popolo”

Il vescovo Paolucci Bedini lo ha ripetuto più volte: non si tratta di un cambiamento imposto dall’alto, ma di un cammino sinodale e condiviso.
«Questo rinnovamento – spiegava nel 2024 – non lo fanno i sacerdoti né il vescovo per decreto, ma il popolo di Dio intero. Dobbiamo comprendere che, se non vogliamo lasciar languire l’esperienza cristiana nelle nostre terre, è tempo di rilanciare la nostra presenza e il nostro modo di vivere il Vangelo».

Un orizzonte anche per Gubbio

Sebbene la fase di attuazione parta dalla Diocesi tifernate, il progetto ha orizzonte interdiocesano e riguarda anche la Chiesa eugubina, chiamata nei prossimi anni a intraprendere un analogo cammino di discernimento. In entrambe le diocesi, l’obiettivo è costruire comunità vive, fraterne e missionarie, capaci di annunciare con gioia il Vangelo in un tempo di cambiamento d’epoca.

Luoghi di vita ecclesiale condivisa

Le nuove Comunità pastorali non sono semplici unioni amministrative di parrocchie, ma luoghi di vita ecclesiale condivisa, dove la fede si rinnova attraverso la fraternità, la corresponsabilità e la missione. Un cammino che richiede pazienza e visione, ma che promette – come il vino nuovo evocato dal Vangelo – di restituire freschezza e vitalità alla Chiesa nel cuore dell’Alta Valle del Tevere.

Un albero per il futuro: nell’anno giubilare 2025, la Chiesa tifernate compie un gesto di cura per il creato

Nel segno del Giubileo 2025, dedicato al tema “Pellegrini di speranza”, la diocesi di Città di Castello e la Scuola diocesana di formazione teologica “Cesare Pagani” promuovono un’iniziativa dal forte valore simbolico ed educativo: la cerimonia di piantagione di nuovi alberi al parco di Riosecco, in programma martedì 4 novembre 2025 alle ore 11.

Il progetto “Un albero per il futuro”

L’iniziativa, inserita nel programma nazionale “Un albero per il futuro”, nasce con l’intento di lasciare un segno concreto di fiducia, speranza e responsabilità verso il creato, in continuità con il messaggio di papa Francesco che invita tutti “a impegnarsi concretamente per trasformare le situazioni di ingiustizia e di degrado che oggi soffriamo”. L’evento si colloca in un contesto di ricorrenze significative: l’ottavo centenario del “Cantico delle Creature” di san Francesco d’Assisi e il decimo anniversario dell’enciclica “Laudato si’”, testi che richiamano la fraternità universale e la custodia della casa comune. Piantare un albero, in questa prospettiva, diventa un gesto di fede e di responsabilità condivisa, un segno di speranza per le generazioni future.

Insieme per un futuro più sostenibile

Dopo un sopralluogo con il Comune di Città di Castello, è stato individuato nel parco di Riosecco il luogo ideale per la messa a dimora delle piante, che andranno a formare un filare all’ingresso di via delle Robinie. La preparazione delle buche e l’organizzazione logistica saranno curate da un gruppo di volontari e dagli studenti dell’Istituto agrario “Ugo Patrizi”, che hanno già predisposto le aree di piantumazione e parteciperanno attivamente alla cerimonia. Fondamentale anche la collaborazione con il Centro nazionale Carabinieri biodiversità di Pieve Santo Stefano, che fornirà le piante – cinque per ciascuna specie di farnia, frassino ossifilo e gelso – aderendo al programma nazionale di riforestazione urbana.L’iniziativa, coordinata da Paolo Bocci, rappresenta un segno tangibile del legame tra fede, ecologia e impegno civile. Una giornata di incontro e di speranza, in cui la comunità di Città di Castello potrà testimoniare concretamente l’amore per il creato e la volontà di costruire un futuro più sostenibile, nel solco del Vangelo e dell’esempio di san Francesco.

“Oggi e sempre Laudato si’”: anteprima del nuovo cammino della Scuola di formazione teologica

Con una riflessione densa e appassionata sulla Laudato si’ e sul legame profondo tra la cura dell’uomo e la cura del creato, si è aperto venerdì 24 ottobre il nuovo anno della Scuola diocesana di formazione teologica “Cesare Pagani”, giunta al suo 51° anno di attività. L’incontro, che si è svolto nella Biblioteca comunale “Giosuè Carducci” su iniziativa dell’associazione Ospedale da Campo, ha visto come relatrice la professoressa Daniela Sala, caporedattrice del mensile Il Regno-Documenti, che ha proposto la conferenza dal titolo “Oggi e sempre Laudato si’. Per la pace: cura integrale dell’uomo e del creato”.

La cura del creato

La prof.ssa Sala ha invitato a rileggere l’enciclica di Papa Francesco alla luce delle grandi ricorrenze francescane: «L’occasione del decennale della Laudato si’ – ha spiegato – cade negli stessi anni in cui si ricordano gli 800 anni della morte di san Francesco e anche la scrittura del Cantico delle creature. È interessante notare come alcuni spunti dell’ecologia integrale sviluppata nell’enciclica siano già presenti nel Cantico. Proprio su questo tema della cura del creato, che è anche cura dell’uomo, le Chiese oggi sono chiamate a un’azione comune di responsabilità per il futuro e per il benessere del pianeta e dell’umanità».

Il nuovo itinerario formativo 2025/2026

L’appuntamento ha rappresentato il prologo del nuovo itinerario formativo 2025-2026, intitolato “Educazione alla sinodalità”. Il percorso, spiega don Romano Piccinelli, direttore della Scuola, «intende offrire alla comunità diocesana un’occasione di crescita comune nella fede, nel dialogo e nella corresponsabilità ecclesiale. Non è pensato solo per gli operatori pastorali, ma per tutto il popolo di Dio, credenti e non credenti, perché la teologia è un servizio alla vita, alla speranza e alla ricerca di senso che attraversa ogni persona». L’itinerario prevede tre moduli, ciascuno articolato in tre incontri e un laboratorio, per un totale di dodici appuntamenti, ai quali si aggiungeranno tre eventi straordinari aperti al pubblico. Gli incontri si terranno ogni giovedì, da novembre 2025 a marzo 2026, nella sala Santo Stefano del Palazzo Vescovile (piazza Gabriotti, 10).La presentazione ufficiale del percorso sarà la conferenza stampa, con la partecipazione del vescovo Luciano Paolucci Bedini, in programma venerdì 7 novembre alle ore 11.30 nella sala Santo Stefano«Questo itinerario – conclude don Piccinelli – nasce dalla collaborazione con gli Uffici pastorali della diocesi e con realtà del territorio come l’associazione Ospedale da Campo, il mensile L’Altrapagina e il Movimento per la Vita. È un cammino che vuole aiutarci a pensare, discernere e camminare insieme».

 

Convegno sul Beato Carlo Liviero: una figura di speranza tra passato e futuro nell’anno del Giubileo

A quasi un secolo dalla sua morte, la figura del Beato Carlo Liviero, Vescovo di Città di Castello dal 1910 al 1932, continua a rappresentare un riferimento attuale e potente per il nostro tempo. Il prossimo 25 ottobre, presso il Centro Studi a lui dedicato, si terrà l’incontro dal titolo “Santità e Speranza. Un Vescovo tra Passato e Futuro”, un’importante occasione per riscoprire il suo messaggio alla luce delle sfide contemporanee nell’anno delle celebrazioni giubilari.

Un esempio di santità vissuta nel quotidiano

L’incontro, guidato da suor Pasqualina Garon, si propone non solo come momento di memoria, ma come invito alla riflessione sul futuro, attraverso l’esempio di una santità vissuta nel quotidiano, fatta di prossimità, servizio e carità concreta. Profondamente radicato nel Vangelo e vicino alle necessità del suo popolo, Carlo Liviero rispose con lucidità e coraggio alle ferite sociali, economiche e morali del suo tempo. Durante la prima guerra mondiale, istituì l'”Ospizio Sacro Cuore”, accogliendo i figli dei soldati al fronte, iniziativa da cui nacque la “Congregazione delle Piccole Ancelle del Sacro Cuore”, oggi ancora attiva in numerosi contesti. Il Beato Liviero fu educatore, padre per gli orfani, sostegno per i poveri e instancabile costruttore di speranza.

I prossimi appuntamenti diocesani per il Giubileo

Il convegno del 25 ottobre fa parte del programma di iniziative dedicate all’Anno Santo, proposto dalla Diocesi tifernate, che proseguirà con due ulteriori incontri di rilievo: sabato 8 novembre, alle ore 10.30, il Salone gotico del Museo diocesano ospiterà una conferenza dedicata all’opera dell’abate Filippo Titi, autore dell’antica guida “Studio di Pittura, Scoltura et Architettura nelle chiese di Roma”, pubblicata nel 1675 in occasione del Giubileo di quell’anno. Interverranno, il vescovo Luciano Paolucci Bedini, don Andrea Czortek, vicario generale e direttore dell’Archivio diocesano, il sindaco Luca Secondi, l’ing. Giovanni Cangi e il prof. Carmelo Occhipinti. Domenica 23 novembre alle ore 17.00, presso la sala Santo Stefano, sarà presentata la ristampa anastatica della “Vita di Papa Celestino II da Città di Castello”, scritto di Alessandro Certini. L’incontro, promosso dall’associazione “Chiese Storiche”, vedrà la partecipazione dello storico don Andrea Czortek e del prof. Pierluigi Licciardello, con un focus sulla figura del pontefice tifernate eletto nel 1143 e sul valore storico del testo. Tutte le iniziative sono realizzate con il contributo dei fondi 8xmille alla Chiesa cattolica.

Città di Castello: il vescovo Luciano celebra i trent’anni anni di sacerdozio

Si è concluso ieri pomeriggio con la celebrazione nella basilica cattedrale dei Santi Florido e Amanzio di Città di Castello il percorso di ringraziamento per i trent’anni di ordinazione sacerdotale del vescovo Luciano Paolucci Bedini. Nella liturgia di domenica 5 ottobre, presieduta insieme a numerosi sacerdoti diocesani, il vescovo ha ripercorso con parole semplici e autentiche le tappe più significative del suo cammino, restituendo a tutta la comunità un’intensa riflessione sulla fede, sul servizio e sul senso profondo della vocazione.

Un ministero nato da un granello di fede

“Dopo trent’anni di ministero sacerdotale – ha detto – vorrei fare al Signore la stessa domanda degli Apostoli: accresci in me la fede”. La risposta, ha ricordato il vescovo, è quella di sempre: un granello di senape basta per trasformare la vita, perché in esso è custodita tutta la forza del Vangelo. “È quel granello che si è acceso da bambino grazie alla testimonianza dei miei genitori, che è cresciuto in parrocchia, tra scout, catechismo e animazione. È la fede che mi ha portato, da giovane, a dire il mio sì”.

Servi inutili, ma nella logica dell’amore

L’omelia ha toccato uno dei temi più forti del Vangelo del giorno: “Quando avete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo servi inutili”. Una frase che, per il vescovo Luciano, non è rinuncia ma consapevolezza: “Essere servi non ci spaventa se sappiamo che siamo al servizio dell’amore di Dio. Perché quella vita spesa per gli altri ci fa scoprire che anche gli altri sono dono per noi”.

Il servizio nella Chiesa non è carriera

Tra i passaggi più personali, anche il ricordo della chiamata a diventare vescovo di Città di Castello: “Molti direbbero: «è stato promosso, che bravo, se l’è meritato». No. È un gradino in più in discesa per servire ancora. E non è un caso che il titolo più bello del Papa sia «servo dei servi di Dio»”. Un’affermazione che il vescovo ha legato all’esperienza concreta della sua vita ecclesiale: “Siamo servi inutili anche da parroci, da formatori, da insegnanti… ma dentro a questo ‘inutile’ c’è tutto il senso di una vita spesa per amore”.

Il grazie alla comunità tifernate

Nelle sue parole anche un grazie silenzioso alla comunità tifernate, affidatagli dal Santo Padre tre anni fa. “Custodisci mediante lo Spirito Santo il bene prezioso che ti è stato affidato – ha citato san Paolo –. Non posso non pensare a questa Chiesa che oggi mi è data in custodia”.

 

Un cammino che prosegue con ascolto e fedeltà

“Siamo qui per pregare con lui e per lui – ha detto il vicario generale, don Andrea Czortek all’inizio della celebrazione -. L’augurio che gli rivolgiamo è che possa rinnovare la gioia e l’entusiasmo di quel 30 settembre di trent’anni fa, possa fare suo lo stile del servizio di cui proprio oggi sentiamo parlare da Gesù nel Vangelo. Essere discepoli significa essere ‘servi’ nel modo proprio del sacerdote e del vescovo. Don Luciano lo è da trent’anni, adesso anche in mezzo a noi. Per questo anche noi diciamo grazie al Signore e al vescovo facciamo i nostri auguri”.

La celebrazione nella cattedrale di Città di Castello – alla quale ha partecipato anche il vicesindaco Giuseppe Stefano Bernicchi, in rappresentanza dell’amministrazione comunale tifernate – ha segnato l’ultima tappa di un cammino cominciato nei giorni scorsi a Gubbio e ad Ancona, sua diocesi di origine. 

Un itinerario spirituale, vissuto tra i luoghi della memoria e del servizio, che ha voluto mettere al centro la preghiera, la gratitudine e l’ascolto. “Che il Signore ci doni davvero di continuare a seguirlo – ha concluso il vescovo Luciano –. E il segreto è tutto nella preghiera del salmo: ascoltate oggi la voce del Signore”.

 

Trent’anni da sacerdote per il vescovo Luciano. Le celebrazioni in Umbria e nelle Marche

Le comunità diocesane di ieri e di oggi si stringono intorno a don Luciano Paolucci Bedini, vescovo di Città di Castello e di Gubbio, per il 30esimo anniversario di consacrazione sacerdotale.

Ordinato il 30 settembre 1995 nella cattedrale di San Ciriaco ad Ancona da mons. Franco Festorazzi, il vescovo Luciano ha scelto di vivere questo traguardo con sobrietà e gratitudine, in alcuni luoghi significativi del suo cammino vocazionale.

Le celebrazioni prenderanno il via domenica 28 settembre alle ore 17, quando la comunità diocesana di Gubbio si ritroverà nella basilica di Sant’Ubaldo per una solenne messa di ringraziamento. Seguiranno poi nella diocesi di origine, ad Ancona, con tre appuntamenti liturgici: martedì 30 settembre nella cattedrale di San Ciriaco (ore 9), mercoledì primo ottobre (ore 18.30) nella parrocchia di Torrette e giovedì 2 ottobre (ore 18.30) nella parrocchia di San Paolo, dove don Luciano ha esercitato per anni il suo ministero come viceparroco, con particolare attenzione alla pastorale giovanile. Domenica 5 ottobre, alle ore 18.30, sarà la cattedrale di Città di Castello ad accogliere fedeli e sacerdoti per una nuova celebrazione eucaristica.

Nato a Jesi nel 1968, mons. Paolucci Bedini ha dedicato gran parte della sua vita al servizio della catechesi, dell’educazione e della formazione, specialmente tra i giovani. Dal 2017 guida la diocesi di Gubbio e dal 2022 anche quella di Città di Castello. Come vescovo di due Chiese particolarmente ricche di storia e di fede, continua a mettere a frutto questa esperienza al servizio del Popolo di Dio, animando la vita pastorale con uno stile comunicativo autentico e vicino alla gente. Il trentesimo di ordinazione presbiterale diventa così non solo un momento personale di riflessione e preghiera, ma anche un’occasione di comunione per le comunità che ne condividono il cammino.

In occasione di questo significativo anniversario, il sindaco di Città di Castello, Luca Secondi, insieme alla Giunta comunale, ha voluto esprimere al vescovo Luciano le più vive felicitazioni e un sentito augurio per il suo ministero. La città si unisce con riconoscenza e affetto alla gioia di questo traguardo, manifestando stima e vicinanza a un pastore che, con sensibilità e dedizione, accompagna il cammino della comunità tifernate.