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Essere donne e teologhe

Nell’ambito della Scuola diocesana di formazione teologica – con il sostegno di varie realtà ecclesiali e di gruppi impegnati nel sociale – è sorta a Città di Castello l’iniziativa di una serie di approfondimenti del tema dell’apporto femminile allo studio teologico ed alla riflessione sulla missione della Chiesa. È stato un grande dono del Concilio Vaticano II avere aperto alle donne – laiche e consacrate – gli studi teologici. Ne è scaturito, in questi decenni, un notevole stimolo alla ricerca e un importante contributo allo studio della sacra scrittura e della teologia in genere.

Il contributo femminile

Un contributo femminile “ sapiente” capace di smussare certe rigidità e di superare schemi di pensiero inattaccabili ma desueti. Importante, anche in Italia, il contributo delle donne all’insegnamento nelle varie facoltà teologiche e notevole la loro produzione letteraria. Si può parlare di teologia femminile? Forse non è corretto in quanto non esiste un sapere solo maschile o solo femminile. Di certo però le donne , con il loro lavoro e la loro riflessione hanno aperto orizzonti nuovi di comprensione, approfondito alcune tematiche ritenute marginali che non erano certamente tali, dipanato con particolare sottigliezza varie questioni irrisolte. 

Gli appuntamenti

Come primo passo di questa iniziativa, a Città di Castello – nella sede del Vescovado, sala Santo Stefano – ogni volta alle ore 17 si svolgeranno tre conferenze: – 29 gennaio: la prof. Rosanna Virgili terrà una lezione dal titolo: Le donne nei processi di pace. A partire da figure bibliche femminili ; – 19 febbraio: la prof. Emanuela Buccioni tratterà il tema: Maschio e femmina li creò. Relazione infranta?; – 5 marzo: la prof. Letizia Tomassone, pastora della chiesa Valdese, parlerà su tema: Il potere delle donne o donne di potere .

È invitato chiunque abbia interesse.

Con la nostra gente, i preti e il popolo uniti contro la violenza della guerra

La storia si svela attraverso i documenti e le testimonianze dirette di coloro che vissero un’epoca di contrasti e drammi: gli anni dal 1940 al 1944. Un periodo segnato da grandi difficoltà per il popolo italiano che, insieme ai sacerdoti, condivise una vita stravolta da conflitti armati, razionamenti, bombardamenti e piegata dall’oppressione del regime fascista. Sono questi gli eventi al centro del convegno di studi dal titolo “Con la nostra gente. Preti e popolo in Alta Valle del Tevere tra guerra e Resistenza”, organizzato dall’istituto “Venanzio Gabriotti” di Città di Castello e dal Museo della resistenza di Sansepolcro, insieme agli archivi storici diocesani delle due città. La prima sessione del convegno, che si è tenuta a Città di Castello, si è aperta con i saluti del vescovo della Chiesa tifernate Luciano Paolucci Bedini e del sindaco di Città di Castello, Luca Secondi . I lavori della mattinata sono iniziati con la relazione introduttiva di Alvaro Tacchini che si è concentrato su alcune figure di preti che si trovarono a svolgere un ruolo cruciale, non solo come guide spirituali, ma anche come attivisti e difensori dei diritti umani.

I documenti

Documenti, diari, relazioni e testimonianze orali dalle quali i relatori attingono per costruire una narrazione fatta di avvenimenti che vedono protagonisti i sacerdoti e le comunità locali. Dagli interventi di Roberto Allegria (I preti partigiani), Diego Brillini (I sacerdoti nel passaggio del fronte tra i territori di Monte Santa Maria Tiberina e di Citerna), Nadia Burzigotti (I sacerdoti nel passaggio del fronte sull’Appennino umbromarchigiano), Francesco Orlandini (I sacerdoti tra partigiani e tedeschi) e Giulia Farinelli, emergono storie di coraggio e di solidarietà. Come quella di don Vittorio Boscain , parroco a Monte Santa Maria Tiberina, che racconta: “Le truppe tedesche, dopo aver compiuto più volte atti di violenza, rapine, infami estorsioni a danno del mio popolo, la sera del giorno otto luglio 1944 un maresciallo tedesco, specializzato nelle mansioni terroristiche, fece uscire dai ricoveri tutte le persone del paese e, tutte riunite e rinchiuse nel cortile del castello Boncompagni a colpi di fucile mitra sparati senza alcun preavviso per terrorizzare le donne e i bambini, intimò la separazione delle donne dagli uomini”.

Le testimonianze

Don Angelo Ascani , parroco di Citerna, scrive: “Un soldato tedesco mi prelevò nel rifugio, sotto accusa di essere ‘pastore traditore’. Dodici mitra e una rivoltella vidi puntati contro di me, lungo la scalinata del municipio citernese, da quei ceffi divenuti nemici. La vera causa era che la popolazione citernese s’era rifugiata nel cappellone a S. Francesco, per la quale ogni giorno andavo a celebrare la messa o a recitare il rosario”. Don Giuseppe Raichi , parroco di Celalba assunse sempre un atteggiamento ostile nei confronti dei fascisti. Nel 1943 andarono a prelevarlo, ma furono battuti dall’astuzia del sacerdote, che seppe dileguarsi al momento opportuno. Rita Casi , testimone degli avvenimenti racconta: “Don Giuseppe nella sua funzione di sacerdote aiutava tutti coloro che avevano bisogno e soprattutto coloro che erano contrari al partito, perché erano isolati da tutti e privati anche del necessario. Un giorno, mentre le bambine del paese giocavano a campana nella piazzetta antistante la chiesa di Celalba, videro arrivare un gruppo di uomini vestiti di nero, con un buffo cappello con una nappa che penzolava e armati di un manganello.Chiesero dove fosse don Giuseppe, che fu avvisato della loro presenza. Si affacciò alla porta della chiesa e capì subito di cosa si trattava. Disse soltanto che rientrava a prendere il breviario ma non uscì più. Alcuni ragazzi che si trovavano in chiesa lo videro scappare attraverso una porticina che dava nel campanile per poi correre attraverso i campi verso Montone. Per più mesi non lo videro tornare in paese”.Alcuni sacerdoti ebbero anche il ruolo di patrioti e sostenitori, a tutti gli effetti preti partigiani, come don Marino Ceccarelli a Morena, don Augusto Giombini a Pieve di Graticcioli, don Pompilio Mandrelli e don Paolo Nardi. La seconda sessione del convegno di studi si terrà a Sansepolcro sabato 25 gennaio , presso l’Auditorium Santa Chiara, con inizio alle 9.30.

Attività dell’archivio storico diocesano e della biblioteca “Storti-Guerri”

Nell’anno 2024 la sala consultazione dell’Archivio Storico Diocesano e della Biblioteca Diocesana “Storti – Guerri” di Città di Castello ha registrato 804 accessi, con un aumento del 3,6% rispetto all’anno precedente, quando erano stati 776. Dal 2013 al 2024 gli accessi sono stati 7.889, per una media annuale di 657 (l’anno con il maggior numero di accessi, 875, è stato il 2019). Sul totale, 458 accessi sono stati dovuti a ricerche d’archivio e 346 a studi in biblioteca (nel 2023 erano stati registrati 440 accessi per l’archivio e 338 per la biblioteca).

Il servizio prestiti

I prestiti librari si sono mantenuti approssimativamente sui livelli dell’anno precedente, con 158 prestiti, a fronte dei 153 del 2023, e un lieve aumento del 3,2%. Le domande di studio presentate e accolte sono state 52 (erano state 49 nel 2023, 41 nel 2022 e 46 nel 2021); gli studiosi provengono in maggior parte dall’Alta Valle del Tevere (Città di Castello, San Giustino, Umbertide, Citerna e Montone), ma non mancano gli stranieri, con provenienze da Germania, Francia, Stati Uniti d’America e Giappone.

L’attività di schedatura

Nel corso dell’anno 2024, la bibliotecaria dott.ssa Cristiana Barni ha schedato 1.192 libri, di cui 234 antichi e 958 moderni (654 nel 2023, 1.130 nel 2022, 953 nel 2021, 482 nel 2020); il bibliotecario dott. Leonardo Tredici ne ha schedati 404, per complessive 1.596 nuove schede tra libri e opuscoli. Il totale di schede bibliografiche relative alla biblioteca presenti nel catalogo informatico del Polo Biblioteche Ecclesiastiche è di 14.226 volumi (erano 12.672  nel 2023, 11.777 nel 2022, 10.33 nel 2021, 9.506 nel 2020 e 8.765 nel 2019), per un totale di 16.099 copie (erano 14.404  nel 2023, 13.292 nel 2022), consultabili sia dal sito https://beweb.chiesacattolica.it che dal sito https://www.iccu.sbn.it.

La riapertura dopo la pausa nataliza

Nei giorni scorsi, al termine della pausa per le vacanze natalizie, la sala studio ha riaperto al pubblico con il consueto orario: da lunedì a venerdì ore 8,30-12,30 e il mercoledì anche dalle 15 alle 19.

Sant’Antonio, abate ed eremita

Il 17 gennaio si celebra la memoria liturgica di sant’Antonio Abate.
Nato attorno al 250 a Coma in Egitto, decise di rinunciare a tutto a vent’anni ritirandosi in una zona deserta sulle sponde del Mar Rosso, dove condusse una vita anacoretica per oltre ottant’anni fino alla sua morte avvenuta nel 356. La sua fama di santità attirava pellegrini e bisognosi da tutto l’Oriente, compresi l’imperatore Costantino e i suoi figli, che cercavano il suo consiglio. Antonio lasciò il suo eremo solo in due occasioni:  per confortare i cristiani di Alessandria perseguitati da Massimino Daia e su invito di Atanasio, per incoraggiarli a rimanere fedeli al Concilio di Nicea. Nelle rappresentazioni iconografiche, è spesso raffigurato circondato da donne seducenti, simbolo delle tentazioni o da animali domestici di cui è considerato protettore.

Domenica 19 gennaio alle ore 11.15,  in piazza Gabriotti,  si terrà la tradizionale benedizione degli animali domestici.

 

 

Museo diocesano, lavori in corso per migliorare l’esperienza del visitatore

Il museo diocesano, da 7 gennaio al 10 marzo, sarà interessato da alcuni lavori di manutenzione straordinaria. Le visite, in questo periodo, saranno sospese. Gli interventi riguarderanno l’ottimizzazione dei sistemi di climatizzazione e includeranno anche la riorganizzazione di alcuni spazi espositivi. L’obiettivo di questi interventi è migliorare l’esperienza dei visitatori e preservare la collezione permanente del museo. Invitiamo tutti gli appassionati d’arte e i visitatori a rimanere aggiornati sulle novità e la prossima riapertura attraverso il rinnovato sito web del museo e le pagine social.

Ecco il link, per visualizzare il nuovo sito del Museo diocesano.

L’Anno Santo: l’annuncio rinnovato della misericordia di Dio Padre

A Natale abbiamo celebrato la nascita di Colui che è la Speranza di tutto il mondo e di ogni uomo. È iniziato così l’Anno Santo del Giubileo inaugurato, venticinque anni dopo quello solenne del duemila, dall’apertura della Porta Santa nella Basilica di San Pietro a Roma dal Santo Padre, il Papa Francesco. Questa antica tradizione del popolo biblico invitava tutti a ritrovare le dimensioni reali della propria esistenza. La terra, e tutto quello che è creato, è di Dio. Nessuno ne è padrone o proprietario, e per questo ogni uomo ha diritto a ciò che serve per vivere. Nessuno può portarglielo via o negarglielo, e se lo ha perduto gli va restituito! Ecco la vera giustizia, vista con gli occhi di Dio, che fonda la pace vera, che Dio instaura, difende e garan-tisce con tutto se stesso, anzi proprio a partire da sé. Invia suo Figlio, il Principe della pace, Dio con noi e uomo come noi, che offre la sua vita in sacrificio per salvarci da ogni male, ristabilire la giustizia e restaurare la pace tra noi e con Lui.

La riconciliazione nei gesti concreti

Frutto di ogni Giubileo, rettamente vissuto, non può che essere la riconciliazione. Ecco perché al centro dell’Anno Santo c’è l’annuncio rinnovato della misericordia di Dio Padre. I gesti della penitenza, la preghiera per ottenere l’Indulgenza (il perdono completo di tutti i peccati commessi), il passaggio della Porta Santa (segno di Cristo che ci riunisce a Dio e al suo amore). Ma nessuna riconciliazione può avvenire se prima non si è ristabilita la giustizia nelle cose di Dio, come anche in quelle degli uomini. Il Giubileo, per essere davvero autentico e fruttuoso, ha bisogno di altri gesti oltre quelli ufficiali. Sono sempre gesti della fede, che solo la fede può inventare e sostenere, e testimoniano, nella concretezza, il cambiamento interiore che si vuol vivere. Tante sono le situazioni vicino a noi che chiedono vicinanza e sguardi nuovi. Lasciamoci ferire dalle ingiustizie e dalle emarginazioni del nostro mondo, da tutto ciò che ferisce la vita e la chiude. Diamo ascolto ai suggerimenti dello Spirito e, insieme organizziamo la Speranza!

Apriamo le porte delle nostre case ai giovani pellegrini d Speranza

Uno di questi segni potrebbe essere anche quello di aprire le porte delle nostre case per ospitare i giovani pellegrini che da tutto il mondo passeranno in Umbria per raggiungere Roma e celebrare il Giubileo. Si sta pensando una semplice ospitalità, accogliente e familiare, nei giorni 24-28 luglio, prima che i gruppi scendano a Roma per l’incontro giubilare dei giovani del mondo. È l’occasione per attivare le nostre comunità e coinvolgere i nostri giovani in un servizio che certo arricchirà molto chi lo offrirà con gioia (nei siti delle due Diocesi trovate le indicazioni per partecipare). Mi auguro di cuore che sapremo dare una viva testimonianza di quanto desideriamo la pace tra i popoli e poniamo speranza nelle nuove generazioni. Se noi cristiani, per primi, in questo anno, ci metteremo davvero in cammino per risvegliare la speranza in noi e tra di noi, pensando e realizzando segni credibili di speranza, allora davvero saremo “Pellegrini di Speranza” (come recita il tema del Giubileo), e offriremo al nostro mondo un incoraggiamento a fidarsi ancora di Dio e degli uomini fratelli e sorelle. Insieme dunque camminiamo sulle vie che la Speranza ci indica!

don Luciano, vescovo

Giornata Mondiale dei malati di lebbra

Ogni anno, l’ultima domenica di gennaio, si celebra la Giornata Mondiale dei malati di Lebbra e, a qualche giorno di distanza, la Giornata Internazionale delle malattie tropicali neglette. Sono occasioni per ricordare l’attualità di queste gravi patologie e per ribadire che il diritto alla salute è reale e concreto solo se ogni persona malata riceve le giuste attenzioni e cure. In Italia l’iniziativa è promossa da AIFO – Associazione italiana Amici di Raoul Follereau che, in 60 anni, grazie al sostegno di centinaia di migliaia di italiani, ha contribuito alla cura di oltre un milione di malati di lebbra, destinando più di 150 milioni di euro per lo sviluppo e la gestione di progetti sociosanitari nei paesi a basso reddito. I malati di lebbra so-no ancora oggi l’emblema dell’esclusione sociale, di un isolamento che spesso li condanna alla povertà e alla disabilità. Sono milioni gli uomini e le donne invisibili, che non hanno accesso alla sanità di base e non godono di al-cun sostegno.

Una mobilitazione in tutto il mondo

Molti credono che la lebbra e le malattie tropicali neglette siano ormai debellate o sopravvivano solo in pochi e sperduti luoghi. Non è così. La lebbra esiste ancora? Sì, la lebbra è una delle 20 Malattie Tro-picali Neglette, patologie ignorate dall’opinione pubblica e da una parte del mondo medico, nonostante colpiscano oltre un miliardo di persone. La povertà e la vulnerabilità sociale sono la causa principale della loro diffusione e secondo dati dell’OMS più di 140.000 persone hanno contratto la lebbra ogni anno. Queste patologie colpiscono ogni anno 1,7 miliardi di persone nel mondo, tra cui molti bambini (il 50% delle persone malate ha meno di 14 anni), causando disabilità ed emarginazione. Inoltre, il tema delle malattie tropicali neglette si intreccia con altre grandi questioni del presente, come le migrazioni, i cambiamenti climatici, la globalizzazione, l’intensificarsi dei flussi turistici.
È per questo che la Giornata Mondiale dei malati di Lebbra ha ancora oggi una grande importanza: una mobilitazione che si svolge in tutto il mondo con l’obiettivo di diffondere l’impegno contro questa malattia e le altre malattie tropicali neglette e per ricordare che nessuno deve vivere ai margini. Il ricavato della giornata va a sostegno dei progetti AIFO e aiuta a garantire diagnosi, cura e riabilitazione per le persone colpite dalla lebbra e il diritto alla salute alle persone vulnerabili nel mondo.
In un mondo sempre più connesso, dove gli spostamenti sono velocissimi, lo stesso concetto di lontananza deve essere riscritto. E ragionare in modo egoistico, innalzando steccati, non ha senso: il diritto alla salute esiste solo se è per tutti, ovunque.

Amore contro lo stigma

Come già detto, la causa principale della diffusione di questa malattia continua ad essere la povertà. Altri fattori sono l’assenza di servizi sanitari e la scarsa alimentazione. A queste criticità si aggiunge lo stigma, il pregiudizio ancora dif-fuso per i segni che la malattia lascia sul corpo. Per combattere questa malattia che colpisce soprattutto i più poveri ed emarginati, si celebrerà domenica 28 gennaio 71.ma Giornata mondiale di lotta alla lebbra, istituita nel 1954 dallo scrittore e giornalista francese Raoul Follereau. Amore contro lo stigma
Uno dei bisogni fondamentali nelle vite di coloro che sperimentano questa malattia devastante è l’amore”. Si deve por-re fine a discriminazione, stigmatizzazione e pregiudizio”. Una terapia multifarmacologica e centri clinici specializzati, hanno dimostrato la loro efficacia nel trattare questa malattia. Tuttavia, nessuna istituzione può da sola rimpiazzare il cuore o la compassione umana, nel momento in cui bisogna andare incontro alla sofferenza dell’altro. Non sarà uno sforzo individuale a provocare la necessaria trasformazione di coloro che combattono la lebbra, bensì un lavoro condi-viso di comunione e solidarietà. Soprattutto nei Paesi in cui la lebbra è una malattia endemica, possono fare molto, osserva inoltre il porporato, il potere dell’educazione e il contributo dell’accademia delle scienze.

Gesù e i lebbrosi

Gesù è stato per noi un modello per questo tipo di cura. Ciò che muoveva Cristo nel profondo nell’incontro con i leb-brosi deve ora ispirarci tutti, nella Chiesa e nella società.
Papa Francesco, riflettendo sulla guarigione del lebbroso ad opera di Gesù, ha indicato il potere e l’efficacia di Dio nel venire incontro al nostro desiderio più profondo di essere amati e accuditi. La misericordia di Dio, ha spiegato il Ponte-fice all’Angelus del 15 febbraio del 2015, “supera ogni barriera. “Non si pone a distanza di sicurezza”, ha affermato Francesco, “e non agisce per delega, ma si espone direttamente al contagio del nostro male”.

RICORDARE PER NON DIMENTICARE!

La Giornata della Memoria viene celebrata il 27 gennaio ed è una ricorrenza internazionale. Ogni anno si commemora per ricordare le vittime dell’Olocausto.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite stabilì di celebrare il Giorno della Memoria ogni 27 gennaio per ricorda-re il 27 gennaio del 1945, giorno in cui le truppe dell’Armata Rossa dell’Unione Sovietica liberarono il campo di concentramento di Auschwitz in Polonia. Quel giorno l’esercito sovietico capeggiato dal maresciallo Ivan Konev giunse per primo nella città di Oświęcim più conosciuta come Auschwitz.

Il giorno della liberazione

Entrando all’interno dei cancelli del campo di concentramento liberò i superstiti. La scoperta del campo di concentramento di Auschwitz rivelò integralmente per la prima volta al mondo intero l’orrore dell’olocausto nazista, gli attrezzi di tortura e di annientamento adoperati in quel campo di sterminio nazista.  Prima dell’arrivo dell’Armata Rossa ad Auschwitz, 10 giorni prima, l’esercito tedesco era tragicamente indietreggiato trascinando con sè tutti i prigionieri i quali morirono durante la ritirata. Il giorno della memoria è riferito al giorno della liberazione di Auschwitz anche se precedentemente altri campi di concentramento erano già stati liberati. Difatti il campo di concentramento di Majdanek, così come quelli di Treblinka Belzec e Sobibor, erano stati liberati nel 1943 e nel 1944.

Conservare la memoria

L’Italia dal canto suo ha formalmente istituito la commemorazione della giornata nello stesso giorno, per ricordare le vittime dell’Olocausto. Lo Stato italiano con gli articoli 1 e 2 della legge 20 luglio 2000 n. 211 definiscono in questo modo le finalità e le celebrazioni del Giorno della Memoria: «La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e af-finché simili eventi non possano mai più accadere.»

I “Giusti tra le Nazioni”

Alla data del 1º gennaio 2018, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah, lo Yad Vashem di Gerusalemme, Ente istituito per «documentare e tramandare la storia del popolo ebraico durante la Shoah, preservando la memoria di ognuna delle sei milioni di vittime, riconosceva “Giusti tra le Nazioni” 26 973 persone. Ovvero i non ebrei che durante l’olocausto si sono impegnati, a rischio della vita e senza nessun interesse economico, a soccorrere gli ebrei perseguitati. Tra questi ricordiamo Mons. Beniamino Schivo deceduto il 31 gennaio 2012.

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

Dal 18 al 25 gennaio 2025 si tiene la consueta Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (SPUC).Le preghiere e le riflessioni per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani del 2025 sono state redatte dai fratelli e dalle sorelle della Co-munità Monastica di Bose, nel nord Italia. Quest’anno ricorre l’anniversario dei 1700 anni del primo Concilio ecumenico dei cristiani che si tenne a Nicea, vicino Costantinopoli, nel 325 d.C.; questa commemorazione offre un’opportunità unica per riflettere e celebrare la nostra comune fede di cristiani, quale fu espressa nel Credo formulato durante quel Concilio, una fede ancora oggi viva e feconda. La Settimana di preghiera del 2025 ci invita ad attingere a questa eredità condivisa e ad entrare più profondamente nella fede che ci unisce come cristiani.

Il testo biblico per la Settimana di preghiera

Il testo biblico di riferimento per la Settimana – tratto dal Vangelo Giovanni, 11, 17-27 – è stato scelto proprio in quest’ottica, e il tema precipuo “Credi tu questo?” (v. 26), prende spunto dal dia-logo tra Gesù e Marta, durante la vi sita di Gesù alla casa di Marta e Maria a Betania, dopo la morte del loro fratello Lazzaro, come narrato dall’evangeli sta Giovanni. All’inizio del capitolo viene detto che Gesù amava Marta, Maria e Lazzaro (v. 5) e, informato che Lazzaro era grave-mente malato, rassicura che la sua malattia “non porterà alla morte”, ma che “servirà a manifestare la gloriosa potenza di Dio e quella di suo Figlio” (v. 4); Gesù rimane in quel luogo per altri due giorni. Quando Gesù arriva a Betania, nonostante fosse stato avvertito del rischio di essere ucciso (v. 8), Lazzaro “era nella tomba da quattro giorni” (v. 17): le parole di Marta a Gesù esprimono rammarico per il suo 12 arrivo tardivo, e forse contengono anche una nota di rimpro-vero: “Signore, se tu eri qui, mio fratello non moriva!” (v. 21). Ma sono seguite immediatamente da una professione di fede nella sua potenza salvifica: “E anche ora so che Dio ascolterà tutto quello che tu gli domandi” (v. 22). Quando Gesù la rassicura che suo fratello risorgerà (v. 23), lei risponde proclamando la sua fede religiosa: “Sì, lo so; nell’ultimo giorno risorgerà anche lui” (v. 24). Gesù la conduce oltre, di chiarando il suo potere sulla vita e sulla morte e rivelando la sua identità di Messia: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; anzi chi vive e crede in me non morirà mai” (vv. 25-26). Dopo questa sorprendente affermazione, Gesù pone a Marta una domanda molto di retta e profondamente personale: “Credi tu questo?” (v. 26). Come Marta, i primi cristiani non potevano rimanere indifferenti o passivi di fronte a queste parole di Gesù che toccavano e scrutavano il loro cuore. Cercarono, quindi, fervidamente, di dare una risposta comprensibile alla domanda di Gesù: “Credi tu questo?”. Analogamente, i Padri di Nicea si sforzarono di trovare le parole giuste per esprimere il Mistero dell’Incarnazione e della Passione, Morte e Risurrezione del loro Signore nella sua interezza. Nell’attesa del suo ritorno, i cristiani di tutto il mondo sono chiamati a testimoniare insieme questa fede nella risurrezione, che per loro è fonte di speranza e di gioia, da condividere con tutti i popoli

Il Concilio di Nicea

Convocato dall’imperatore Costantino, il Concilio di Nicea fu celebrato secondo la tradizione da 318 Padri, per lo più provenienti dall’oriente. La Chiesa, che stava emergendo proprio allora dal-la clandestinità e dalla persecuzione, cominciava a sperimentare quanto fosse difficile condividere la medesima fede nei diversi contesti culturali e politici dell’epoca. Accordarsi sul te-sto del Credo significò definire i fondamenti essenziali comuni su cui costruire comunità locali che si riconoscessero come chiese sorelle, ciascuna nel rispetto delle diversità delle altre. Nei de-cenni precedenti erano sorte divergenze tra i cristiani, talvolta degenerate in gravi conflitti e dispute riguardanti svariate questioni quali: la natura di Cristo in relazione al Padre; l’accordo su un’unica data per celebrare la Pasqua e il suo rapporto con la Pasqua ebraica; l’opposizione a opinioni teologiche considerate eretiche; la riammissione dei credenti che avevano abiurato la fede durante le persecuzioni perpetrate negli anni precedenti. Il testo del Credo approvato utilizzava la prima persona plurale: “Noi crediamo…”, formula che sottolineava un’appartenenza comune. Il Credo era costituito da tre parti, dedicate ciascuna ad una delle tre Persone della Trinità, cui seguiva una conclusione in cui venivano condannate le affermazioni considerate eretiche. Il testo di questo Credo fu rivisto e ampliato durante il Concilio di Costantinopoli del 381 d.C., in cui furono eliminate le condanne. Si raggiunse così quella formulazione della professione di fede che le chiese cristiane oggi riconoscono come “Credo nice-no costantinopolitano”, spesso indicato semplicemente come “Credo niceno”.

Dal 325 al 2025

Nonostante il Concilio di Nicea abbia stabilito il modo in cui calcolare la data della Pasqua, successive divergenze di interpretazione hanno fatto sì che spesso oriente e occidente abbiano individuato diverse date per la celebrazione pasquale. Nell’attesa che la data della celebrazione pasqua-le torni nuovamente a coincidere ogni anno, in questo anniversario del 2025 – per una felice coincidenza – questa solennità sarà celebrata nella stessa data sia dalle chiese di oriente che da quelle di occidente. Il significato degli eventi salvifici che tutti i cristiani celebreranno la domenica di Pasqua, 20 aprile 2025, non è mutato con il passare di questi diciassette secoli. La Settimana di pre-ghiera per l’unità rappresenta la possibilità per i cristiani di analizzare e ravvivare questa eredità e di riappropriarsene in modi consoni alla cultura contemporanea, nelle sue varie articolazioni, oggi ancor più complesse rispetto a quelle del mondo cristiano ai tempi del Concilio di Nicea. Vivere insieme la fede apostolica non significa riapri re le controversie teologiche di allora, protrattesi nei secoli, quanto piuttosto rileggere, in atteggiamento di preghiera, i fondamenti scritturistici e le esperienze ecclesiali che hanno condotto alla celebrazione del Concilio e ne hanno motivato le decisioni. La settimana di preghiera nella nostra diocesi Anche nelle nostre diocesi avranno luogo appuntamenti che ci permettono di condividere con fra-telli cristiani di altre confessioni alcuni momenti di preghiera e di fraternità; sono occasioni da vi-vere come crescita spirituale e come occasione di fraternità. A breve potete trovare nella libreria acro Cuore il Sussidio per le parrocchie e le comunità mona-stiche per vivere con tutti i cristiani del mondo la Settimana. In questo‘anno giubilare, tempo forte di conversione, pentimento e perdono, come fratelli e sorelle dele Chiese e Comunità cristiane umbre, i cristiani della nostra Diocesi parteciperanno alla Celebrazione Ecumenica della Parola di Dio, il 18 gennaio ad Assisi presso il Santuario della Spogliazione alle ore 20:30.

Don Francesco Cosa

Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei

A firma della Commissione episcopale ‘Ecumenismo e dialogo’ della CEI nei giorni scorsi è stato reso noto il messaggio per la 36^ Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei che si svolgerà il 17 gennaio del prossimo anno, dal titolo ‘Pellegrini di speranza’. Il messaggio si apre con la testimonianza di Etty Hillesum, scrittrice olandese ebrea vittima dell’Olocausto. Scrive Etty Hillesum: “Se noi salveremo i nostri corpi e basta dai campi di prigionia, sarà troppo poco. Non si tratta di conservare questa vita ad ogni costo, ma di come la si conserva. A volte penso che ogni situazione, buona o cattiva, possa arricchire l’uomo di nuove prospettive. E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare, se non li ospitiamo nelle nostre teste e nei nostri cuori per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione, allora non siamo una generazione vitale.
Certo non è così semplice, e forse meno che mai per noi ebrei; ma se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati ad ogni costo, e non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione, allora non basterà”.

‘Ecumenismo e dialogo’

Secondo i vescovi la prospettiva di Hillesum è uno sguardo diverso sul mondo: “Una giovane donna ebrea, con tutta la vita davanti, non pensa innanzitutto alla sopravvivenza, ma al futuro della società. La-scia in secondo piano l’interesse personale, addirittura un proprio fondamentale diritto, per mettere al primo posto un bene collettivo. Sogna un ‘nuovo senso delle cose’ per un mondo impoverito. Anzi sogna di contribuire a questo nuovo senso delle cose. In quel mondo dilaniato dalla violenza, ferito, carico di odio e di desiderio di vendetta, in quel mondo divenuto tremendamente povero, lei sogna di far germina-re uno sguardo nuovo. In questo modo suggerisce a tutte le religioni una strada su cui posizionarsi. Non si tratta di difendere la no-stra sopravvivenza nella società occidentale, ma di lavorare per costruire un senso nuovo delle cose. La nostra missione è quella di far germogliare speranza e costruire comunità”.

Tempo propizio per lasciar parlare la Scrittura

Per questo il Giubileo è un tempo propizio: “Viviamo un tempo carico di minacce. Fatichiamo a guardare avanti con fiducia. Guerre, ingiustizie, crisi climatica, crisi della democrazia, crisi economica, aumento delle povertà… Per sperare abbiamo bisogno di tornare alla Parola di Dio…Sicuramente il Giubileo sarà un tempo propizio per lasciar parlare la Scrittura, anche grazie all’ascolto della lettura dei fratelli e delle sorelle ebrei. Nella certezza che la speranza si genera innanzitutto stabilendo relazioni fraterne. Il Giubileo sarà un cammino di speranza se stimolerà vie di riconciliazione e perdono”.Nel messaggio i vescovi hanno sottolineato che il dialogo tra ebrei e cristiani, dopo il ‘7 ottobre’ non ha subito interruzione, anche se sono aumentati episodi di antisemitismo, richiamando il pensiero del card. Martini: “Ma il dialogo non si è interrotto. In Europa sono tornati deprecabili atti di antisemitismo e incaute prese di posizione, a volte anche violente. Proprio per questo il dialogo va rafforzato. Continuiamo a crederci… E’ necessario che il dialogo non sia più una questione di nicchia.
Come Chiesa cattolica ci auguriamo che l’Anno Giubilare porti al rilancio e all’allargamento del dialogo. Non per ‘tirare avanti’, ma per approfondire… Su tale dialogo si gioca e si giocherà una partita tanto delicata quanto decisiva, anche per il futuro delle Chiese cristiane. Nell’anniversario del Concilio di Nicea come Chiese cristiane dobbiamo riscoprire che il rapporto con l’ebraismo e con le Scritture è fondamentale anche per il cammino ecumenico”.

Giubileo, tempo di ‘ripartenza’

Quindi è un invito a ripartire dalla Scrittura, come invita la Dichiarazione conciliare ‘Nostra Aetate’: “Il Giubileo è sempre un tempo di ‘ripartenza’, un tempo per fermarsi e ripartire guardando con spe-ranza al futuro. Per fare questo è necessario fare teshuvah, cioè ritornare ad attingere alla sorgente.. Ci augu-riamo che l’Anno Giubilare, alla luce dei tempi che stiamo vivendo, sia la rinnovata occasione per cristiani ed ebrei, di ritornare ai testi biblici letti insieme fraternamente secondo le proprie tradizioni”.