“Non siamo liberi professionisti, né artigiani solitari, ma lavoratori nella vigna del Signore”. Con queste parole il vescovo Luciano Paolucci Bedini ha richiamato il senso più profondo del ministero sacerdotale durante la Messa Crismale celebrata nella cattedrale dei Santi Florido e Amanzio a Città di Castello. Una celebrazione intensa, vissuta alle soglie del Triduo pasquale, che ha riunito attorno al vescovo i sacerdoti della diocesi tifernate insieme a quelli della Chiesa eugubina, segno concreto di comunione tra le due diocesi unite nel cammino pastorale.
Cuore della liturgia sono stati i due momenti che da sempre caratterizzano la Messa Crismale: la consacrazione degli oli e il rinnovo delle promesse sacerdotali.
Gli oli che accompagnano la vita cristiana
Nel primo gesto, il vescovo ha consacrato il sacro crisma e benedetto gli oli dei catecumeni e degli infermi, destinati ad accompagnare i momenti fondamentali della vita cristiana. Un segno che affonda le radici nel mistero stesso di Cristo: “È il Signore che ci consacra. Dalla potenza di Lui siamo stati posti dentro il fiume della sua grazia per divenirne canali di trasmissione. È il Signore che ci manda”. L’unzione diventa così immagine di una Chiesa inviata nel mondo, chiamata a “portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati”, secondo le parole del profeta Isaia richiamate nell’omelia.
Il dono totale dei sacerdoti
Ampio e intenso è stato il passaggio dedicato al significato del sacerdozio. Il vescovo ha ricordato come tutto nasca dall’unico sacerdozio di Cristo: “Abbiamo necessario bisogno del sacerdozio di Gesù e non ne possiamo fare a meno… per mezzo di Lui siamo più che vincitori nella lotta contro la tentazione del peccato” . Da questa radice scaturisce anche la vita dei presbiteri, chiamati a donarsi totalmente: “Questa è la nostra vita… consegnata per sempre alla Chiesa, a servizio del Regno, si comprende solo a partire da questo dare tutto noi stessi per amore dei nostri fratelli”.
Il secondo momento, il rinnovo delle promesse sacerdotali, ha reso visibile questa consegna rinnovata. Rivolgendosi direttamente ai sacerdoti, il vescovo ha sottolineato la grazia e la responsabilità ricevute: “Quale dono stupendo quello di essere chiamati… ad essere associati al suo ministero di guida, di cura e di accompagnamento”.
Non è mancato un forte appello alla fraternità presbiterale e alla comunione ecclesiale: “È il Signore che ci ha messo insieme, non ci siamo scelti… ma lui ci ha chiamati e mandati”. Da qui l’invito a condividere il cammino pastorale “senza timori e gelosie”, mettendo in comune i doni e sostenendosi reciprocamente, perché “nessuno si deve sentire solo o abbandonato nel suo essere prete”.
La celebrazione ha così restituito l’immagine di una Chiesa raccolta attorno al suo vescovo, chiamata a rinnovarsi nella missione e nella comunione, mentre si apre il tempo santo della Pasqua.
- La Messa Crismale 2026 nella cattedrale di Città di Castello
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L’omelia integrale del vescovo Luciano
Carissimi tutti, fratelli e sorelle nel battesimo, figli amati del Padre ed eredi del regno eterno, il Signore vi dia pace! Questa solenne celebrazione, che insieme viviamo dentro la settimana santa, alle soglie del triduo pasquale, ci unisce nel rendimento di grazie al Signore per il dono del sacerdozio alla sua Chiesa. Il Cristo risorto, unico ed eterno sacerdote che, con il suo sacrificio di amore sulla croce, ha donato la sua vita per liberarci dal male e dalla morte, offrendo se stesso nell’obbedienza alla volontà del Padre, per restituirci la bellezza originaria della creazione e darci un esempio da seguire.
“Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. In Gesù, eterno sacerdote del Padre, anche noi tutti, nel nostro oggi, possiamo attingere ad una vita nuova ed essere associati ad un nuova famiglia nella fraternità della Chiesa. L’atto supremo del sacerdozio di Cristo ci ha aperto la via di una salvezza piena, e la sua risurrezione ha sugellato questa nostra appartenenza a Lui. Con Lui possiamo attraversare la morte e sconfiggere ogni male. Per mezzo di Lui siamo più che vincitori nella lotta contro la tentazione del peccato. Grazie a Lui ci è donata una possibilità di pensare e vivere la nostra esistenza in una forma nuova, diversa da quella del mondo, la forma del santo Vangelo. Abbiamo necessario bisogno del sacerdozio di Gesù e non ne possiamo fare a meno.
Così tutti i credenti partecipano del ministero sacerdotale di Cristo, offrendo se stessi e il proprio quotidiano al Padre nel sacrificio di un amore che accoglie, benedice, comprende, sopporta, perdona e si prende cura dei fratelli. Condizione indispensabile per l’esercizio di questo sacerdozio battesimale è l’unione umile e profonda con il cuore di Cristo Gesù, con la sua Pasqua di morte e risurrezione, alimentata dalla parola di vita e dai sacramenti della fede. A beneficio di questa sacra offerta che ogni fedele fa della sua vita, il Signore ha scelto tra i fratelli alcuni che lo rendano presente e operante nella Chiesa e che mettano tutta la loro vita a servizio del suo popolo santo perché mostrino attuali i suoi gesti di salvezza.
“Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio sarete detti. Io darò loro fedelmente il salario, concluderò con loro un’alleanza eterna. Sarà famosa tra le genti la loro stirpe, la loro discendenza in mezzo ai popoli. Coloro che li vedranno riconosceranno che essi sono la stirpe benedetta dal Signore.”. Carissimi fratelli presbiteri di questa immensa grazia siamo stati fatti partecipi. Quale dono stupendo quello di essere chiamati non solo a seguirlo come discepoli, insieme a tutti i nostri fratelli di fede, ma addirittura ad essere associati al suo ministero di maestro e di guida, di cura e di accompagnamento, di consolazione e di guarigione per i suoi discepoli. E questa è la nostra vita, ogni giorno, in ogni stagione che gli anni ci riservano. Consegnata per sempre alla Chiesa, a servizio del regno, si spiega e si comprende solo a partire da questo dare tutto noi stessi per amore dei nostri fratelli. Come Cristo, ma soprattutto con Cristo e in Lui.
Ecco il senso dell’unzione che ci ha segnati il giorno della nostra ordinazione, con l’olio crismale, che profuma dell’amore di Cristo, e da il nome a questa celebrazione: “Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore, il giorno di vendetta del nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti, per dare agli afflitti di Sion una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto”.
È il Signore che ci consacra. Dalla potenza di Lui siamo stati posti dentro il fiume della sua grazia per divenirne canali di trasmissione. È il Signore che ci manda. Anzi, ci associa all’invio del suo Figlio, l’unico vero missionario del Padre. È questa la nostra nuova identità, e da essa discende la nostra missione di vita. Da quando il Signore ci ha chiamati non siamo più solo noi stessi, non abbiamo un nostro progetto, non ci è data un’autorità individuale. Possiamo solo essere servi fedeli e obbedienti, uniti inscindibilmente da un legame di fraternità in Cristo, pena l’insignificanza della nostra azione e la non credibilità delle nostre parole, a totale servizio dell’unica missione della Chiesa, che è guidata dallo Spirito Santo.
Sappiamo tutti che questi anni sono il tempo in cui il Signore si attende da noi una profonda trasformazione missionaria della Chiesa, ed è sempre il Signore che ce ne indica le vie concrete attraverso i verbi del profeta Isaia: annunciare la gioia del Vangelo a chi fatica a vivere e desidera un’esistenza nuova, fermarsi e chinarsi per ungere e fasciare le ferite di chi ha combattuto contro la vita, abbracciare e prendersi cura di chi ha il cuore spezzato dal dolore, lottare per la liberazione di chi vive situazioni di schiavitù relazionale e di chi è prigioniero delle proprie fragilità, aiutare ad aprire le porte dei cuori induriti per riconoscere la presenza del Signore e accogliere i doni della sua grazia, visitare e rimanere accanto di chi è afflitto, affranto e in lutto per donare la consolazione che viene da Dio. Ecco, tutto questo è la missione che ci attende. Riguarda e coinvolge tutti i credenti nella Chiesa, ma a noi sacerdoti è chiesto di esserne gli animatori convinti e appassionati.
Anche nella Chiesa di oggi gli occhi di molti sono fissi su di noi, preti e vescovi, e attendono di vedere segni concreti e autentici di Vangelo. Anch’io come vescovo sento molto questa responsabilità e vedo con timore i miei limiti, da solo poco potrei fare senza l’apporto di una autentica comunione e di una vera collaborazione con voi fratelli preti. Ve lo chiedo oggi con tutto il cuore, mentre rinnoviamo le promesse sacerdotali: viviamo questo enorme dono e questa grande chiamata che il Signore ci ha rivolto sentendoci tutti uniti e profondamente solidali nella missione di servire la Chiesa nelle nostre Chiese. È il Signore che ci ha messo insieme, non ci siamo scelti, perché non è nostro il sacerdozio, ne tanto meno la missione che c’è da compiere, ma lui ci ha scelti, chiamati e mandati. Non siamo liberi professionisti, ne artigiani solitari, ma solo lavoratori dipendenti nella vigna del Signore. Allora condividiamo con gioia ed entusiasmo il progetto missionario che è stato affidato alle nostre mani. Fatichiamo insieme perché il Vangelo raggiunga più cuori possibili. Remiamo tutti verso la stessa direzione, perché la barca di Pietro possa affrontare le tempeste della storia e navigare sicura verso la riva che ci attende. Mettiamo in sinergia i nostri doni personali, per il bene di tutti, senza timori e gelosie, senza ristrutturare vecchi confini, ma inaugurando strade nuove. Evitiamo, per amore dei fratelli, e rispetto della comunione, inutili giudizi che allontanano, senza tentare le vie del dialogo e imparare sempre e di nuovo lo stile dell’umiltà. Ripensiamo insieme anche il nostro modo di essere preti e parroci perché il ministero sia fonte di gioia e di consolazione per tutti noi, superando quelle difficoltà che il tempo ci presenta. Nessuno si deve sentire solo o abbandonato nel suo essere prete, ma solo aiutandoci insieme, amandoci gli uni gli altri, come dice il Vangelo, possiamo vivere davvero la fraternità presbiterale in cui il Signore ci ha costituiti. E riconosciamo onestamente e con semplicità che per crescere in questa testimonianza abbiamo anche bisogno dell’esempio e del sostegno dei nostri fratelli e sorelle di battesimo, specie di chi vive nella fede l’amore coniugale, l’autorità genitoriale e la responsabilità di una famiglia. Con loro, prima di tutto, possiamo crescere nella corresponsabilità ecclesiale.
Ancora una volta affidiamo alla misericordia di Dio le nostre vite, i propositi per il nostro cammino e i desideri del nostro cuore, e lo facciamo insieme nella preghiera della Chiesa e con le parole della Scrittura: “Grazia a voi e pace da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra. A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen”.















