Nella chiesa di San Francesco a Città di Castello, per il ciclo di iniziative promosso dalla diocesi nell’ambito delle celebrazioni per l’Ottavo Centenario del transito di san Francesco d’Assisi, mons. Felice Accrocca, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, tra i più autorevoli studiosi del francescanesimo, ha guidato il pubblico in una approfondita lettura del Testamento di san Francesco, uno dei documenti più importanti lasciati dal Santo negli ultimi mesi della sua vita. A introdurre l’incontro sono stati don Andrea Czortek e il vescovo di Città di Castello, mons. Luciano Paolucci Bedini, che hanno sottolineato il valore del percorso francescano proposto in diocesi durante l’anno dedicato al centenario della morte del Poverello.
Un testo che ha attraversato otto secoli di dibattiti
Fin dalle prime battute, mons. Accrocca ha definito il Testamento un «testo problematico», capace di generare nei secoli discussioni, interpretazioni e perfino conflitti all’interno della famiglia francescana. «Tutti i grandi movimenti di riforma si sono richiamati al Testamento», ha spiegato il relatore, ricordando come dagli Spirituali medievali fino ai Cappuccini e ai numerosi gruppi riformatori successivi, molti abbiano visto in quelle pagine il punto di riferimento per un ritorno alle origini. Secondo il vescovo-studioso, Francesco era perfettamente consapevole della forza dirompente delle sue parole. Non si tratta infatti di un semplice ricordo spirituale, ma di un documento che contiene indicazioni precise e richiami severi rivolti ai frati.
Le ultime settimane di vita e la nascita del Testamento
Accrocca ha collocato la stesura del testo nelle ultime settimane della vita del Santo, probabilmente mentre si trovava nel palazzo vescovile di Assisi, ormai gravemente malato. «Fisicamente non c’era rimasto quasi più niente – ha osservato – ma il cervello c’era tutto». Cieco, debilitato da anni di sofferenze e consapevole della morte imminente, Francesco dettò il suo Testamento in un clima tutt’altro che sereno. Attorno a lui si consumavano infatti tensioni sia all’interno dell’Ordine sia nella città di Assisi, dove si temeva perfino che il suo corpo potesse essere portato altrove dopo la morte. Un contesto umano difficile che rende ancora più significativo il contenuto del documento.
L’incontro con i lebbrosi, vera svolta della conversione
Uno dei passaggi più significativi della conferenza ha riguardato il racconto della conversione di Francesco. Nell’immaginario comune il momento decisivo coincide con l’incontro con il Crocifisso di San Damiano. Il Testamento, invece, racconta altro. «Il momento decisivo è stato l’incontro con il dolore degli uomini», ha spiegato Accrocca. Per Francesco il cambiamento nasce dall’incontro con i lebbrosi. Non un episodio isolato, ma una vera esperienza di vita che trasforma il suo modo di guardare il mondo. Ciò che prima gli appariva insopportabile diventa fonte di gioia e di misericordia. È in quella stagione, segnata anche dalla sua personale fragilità dopo la prigionia e la malattia, che il giovane assisano comprende una verità nuova: la sofferenza degli altri non è qualcosa da evitare, ma un luogo nel quale Dio si manifesta.
La fedeltà alla Chiesa e ai sacerdoti
Un altro tema centrale affrontato dal relatore riguarda il rapporto di Francesco con la Chiesa istituzionale. Nel Testamento il Santo ribadisce la propria fiducia nei sacerdoti e nella Chiesa romana. Per mons. Accrocca non si tratta principalmente di una presa di distanza dagli eretici del tempo, come spesso è stato sostenuto dagli studiosi, ma di un richiamo rivolto ai suoi stessi frati. Molti di loro desideravano infatti ottenere maggiori autonomie pastorali e una più ampia libertà di predicazione. Francesco, invece, insiste sulla necessità di rimanere in comunione con i pastori della Chiesa. La sua ispirazione evangelica, ha spiegato il relatore, non si trasforma mai in contrapposizione all’autorità ecclesiale: «Dio gli rivela la forma del Vangelo, ma lui la sottopone sempre alla conferma della Chiesa».
Il lavoro, la povertà e le tensioni nell’Ordine
La seconda parte del Testamento assume un tono decisamente diverso. Dopo il racconto delle origini, Francesco passa alle raccomandazioni e agli ammonimenti. Qui emergono le sue preoccupazioni per alcune trasformazioni che stanno interessando l’Ordine. Tra i temi più cari al Santo vi sono il lavoro manuale, la povertà concreta e la semplicità delle origini. «Io voglio lavorare», scrive Francesco ormai prossimo alla morte, in un’affermazione che Accrocca ha definito volutamente forte e simbolica.
Il Santo insiste anche sul rifiuto di privilegi e richieste particolari alla Curia romana, invitando i frati ad accogliere con umiltà eventuali incomprensioni e persecuzioni. «È un testo di lotta», ha osservato il relatore, nel quale emerge con chiarezza il dissenso di Francesco verso alcune evoluzioni che stavano già modificando il volto della fraternità.
Non un uomo arrabbiato, ma un uomo fedele
Nella parte conclusiva della conferenza mons. Accrocca ha invitato a non interpretare il Testamento come lo sfogo di un uomo amareggiato. «Non è il testo di un uomo arrabbiato. È il testo di un uomo che sente di essere fedele a una chiamata ricevuta da Dio», ha detto. A sostegno di questa lettura, il vescovo ha ricordato gli ultimi giorni del Santo: il completamento del Cantico delle Creature con la strofa dedicata a “sorella morte”, il desiderio di ascoltare continuamente le lodi di Dio, l’attenzione agli altri anche nelle ore estreme della vita.
Particolarmente toccante il ricordo di Francesco che, vedendo i mostaccioli portati alla Porziuncola da frate Jacopa, pensa immediatamente a frate Bernardo e desidera condividerli con lui. «Accolse la morte cantando», scrive Tommaso da Celano. Un’immagine che, secondo Accrocca, sintetizza meglio di ogni altra la statura spirituale del Poverello.
Le domande che il Testamento pone ancora oggi
L’incontro si è concluso con un invito a leggere il Testamento non come un documento del passato, ma come una provocazione ancora attuale. Come vivo la mia fragilità? Quale rapporto ho con gli altri e con la Chiesa? Il Vangelo è davvero il criterio fondamentale della mia vita? Sono alcune delle domande che emergono dalle pagine lasciate da Francesco.
«Le domande sono infinite», ha concluso il vescovo di Assisi. Ed è forse proprio questa la forza del Testamento: continuare, dopo ottocento anni, a interrogare la coscienza dei credenti e a mantenere viva quella tensione evangelica che san Francesco ha consegnato alla Chiesa come sua più autentica eredità.
- La conferenza del vescovo Felice Accrocca sul Testamento di san Francesco
- La conferenza del vescovo Felice Accrocca sul Testamento di san Francesco
- La conferenza del vescovo Felice Accrocca sul Testamento di san Francesco
- La conferenza del vescovo Felice Accrocca sul Testamento di san Francesco
- La conferenza del vescovo Felice Accrocca sul Testamento di san Francesco
- La conferenza del vescovo Felice Accrocca sul Testamento di san Francesco












