Pasqua a Città di Castello, il Vescovo: “Cristo è risorto, in Lui una vita nuova per tutti” 

Nella mattina della Domenica di Pasqua, cuore dell’anno liturgico in cui la Chiesa celebra la risurrezione di Cristo e la vittoria della vita sulla morte, il vescovo di Città di Castello e di Gubbio, mons. Luciano Paolucci Bedini, ha presieduto la solenne celebrazione eucaristica nella cattedrale tifernate dei Santi Florido e Amanzio.

La liturgia pasquale, culmine del Triduo, annuncia il sepolcro vuoto e rinnova per i fedeli la speranza di una vita nuova in Cristo risorto. In questo contesto, il vescovo ha pronunciato l’omelia che proponiamo integralmente.

L’omelia del vescovo Luciano

Una tomba chiusa, sigillata, che segna la fine, la conclusione amara e il fallimento della missione del Messia, l’inviato di Dio che doveva salvare l’umanità. È una tomba spalancata, vuota, che non è riuscita a trattenere quella morte, perché quella morte non segnava la fine ma un nuovo inizio.

Quella vita donata per amore ha attraversato le porte della morte e ha segnato per sempre la vittoria dell’umanità in Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, sul peccato, sul male, sulla sofferenza e sulla morte. E quando, quel mattino – il mattino di Pasqua, il primo giorno della settimana – le donne, con tanta fede e affetto, vanno a onorare il corpo sepolto di Gesù, stanno ancora cercando un uomo morto.

Vogliono compiere il gesto supremo dell’omaggio che si deve ai defunti. Ma non conoscono, non riescono a comprendere che ciò che è accaduto in quella notte segna per sempre una novità assoluta. E allora ecco l’immagine potente di questo masso che aveva chiuso la tomba di Gesù, ormai rotolato via. Ci sono solo le bende che avevano avvolto il suo corpo, il sudario che aveva coperto il suo volto, tutto lì ormai abbandonato, perché non c’è più il segno della morte in quella tomba, ma l’inizio di una vita nuova.

Quando nella notte di Pasqua si accende il cero pasquale, che è il segno di Cristo risorto, la potenza di quel gesto ci ricorda come una piccola luce che si accende nelle tenebre rischiari totalmente l’umanità. E ogni fiammella che si accende a quella luce nuova trasforma la storia dell’umanità. Eppure il Vangelo, anche quello di stamattina, ci ricorda che non avevano ancora compreso la Scrittura, cioè che egli doveva risorgere dai morti. E guardate: è ancora questa la sfida della Pasqua.

A distanza di duemila anni, la sfida è ancora riuscire a comprendere, ad accettare e ad accogliere nella nostra vita che Cristo sia davvero risorto e che con lui anche la nostra vita può risorgere. Perché noi siamo troppo abituati alla morte. Quella la conosciamo, sappiamo che sapore ha. E sappiamo anche quanto la morte si presenti nella nostra vita continuamente, nei giorni e negli anni. Facciamo esperienza di tanti fallimenti della nostra vita e di tante cose che ci feriscono e non comprendiamo: il male, il peccato, la malattia, la sofferenza, la durezza del cuore.

Noi fino a lì arriviamo, a comprendere che con lui possiamo sopportare meglio tutto ciò che offende la nostra storia, la nostra vita. Ma il rischio è che, se Gesù è risorto dai morti e ha lasciato quella tomba, tante volte noi quella tomba non la lasciamo mai.

Spesso, nella nostra vita, rimaniamo impastoiati nelle nostre morti, intrappolati nei tentacoli delle tante sofferenze e fatiche che viviamo. Qualche volta ci abituiamo a tutto ciò che porta con sé la morte e pensiamo di non poter vivere meglio, pensiamo che la nostra vita non possa essere di più e crediamo che la vera liberazione sia la fine della vita.

Invece il Vangelo ci annuncia che, come in Cristo siamo stati sepolti nella morte – sì, perché lui ha pagato il prezzo della nostra ferita mortale – non noi, ma noi con lui abbiamo attraversato quella porta che sembrava chiusa: la porta della morte, del male e del peccato. Però con lui siamo chiamati a risorgere.

Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Ecco, se solo riuscissimo a comprendere questo, allora capiremmo perché ogni anno, nella celebrazione solenne della Pasqua, noi ricordiamo sì la grande notizia della risurrezione del Signore Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo per salvarci, ma ancora di più facciamo memoria e festeggiamo il nostro battesimo.

Ecco il segno dell’acqua con la quale siamo stati aspersi. Perché la vera Pasqua, per ciascuno di noi, è il battesimo che abbiamo ricevuto. Perché in quel gesto sacramentale noi siamo stati immersi nella morte di Cristo, ma siamo stati anche risuscitati. E, se rimaniamo uniti a lui risorto, alla sua parola, alla sua grazia nei sacramenti, allora anche per noi è possibile vivere una vita da risorti.

Facciamo tanta fatica a capire questo, a crederci, ad aprire il nostro cuore perché davvero l’azione dello Spirito Santo compia in noi ciò che ha compiuto in Gesù, davvero ci riscatti da tutto ciò che offende la nostra vita e ci doni una vita libera, capace di vivere nell’amore.

Facciamo fatica perché tante volte, troppe volte, attorno a noi continuiamo a vedere e a contemplare solo segni di morte. Ma quella vita che la Pasqua ci promette comincia da noi. E guardate: davvero basta uno di noi, un fratello o una sorella che, affidato alla risurrezione di Gesù, vive da risorto, per cambiare la storia dell’umanità.

E pensate: se tutti noi che siamo credenti davvero vivessimo quella Pasqua della vita nuova di Gesù risorto, cosa sarebbe il mondo? La risurrezione ha iniziato una rivoluzione nel mondo, e questa rivoluzione va portata avanti. Ma solo noi, grazie alla potenza dell’amore di Dio, possiamo realizzarla. Se lasciamo che la risurrezione di Cristo trasformi anche la nostra vita, ce la restituisca risorta, e possiamo condividerla con i fratelli.

Ecco perché le donne vanno dai discepoli a dire che Gesù è risorto, i discepoli vanno dagli altri discepoli a dire che Gesù è risorto e poi tutti insieme si aiutano ad accogliere questa notizia inattesa e imprevedibile. Se Gesù è risorto, allora la nostra vita è finalmente una vita nuova.

+Luciano, vescovo di Città di Castello e di Gubbio