Giovedì Santo con la Cena del Signore: l’amore che si fa dono e servizio

Con la celebrazione della Messa nella Cena del Signore, la Chiesa tifernate entra nel Triduo pasquale, centro della fede cristiana. Nella cattedrale dei Santi Florido e Amanzio di Città di Castello, il vescovo Luciano Paolucci Bedini ha presieduto una liturgia segnata dal ricordo dell’istituzione dell’Eucaristia e dal gesto della lavanda dei piedi.

Il gesto della lavanda dei piedi

Proprio da questo gesto evangelico ha preso avvio l’omelia del vescovo, che ha richiamato le parole di Gesù: «Capite quello che ho fatto per voi? […] Vi ho dato un esempio perché anche voi facciate come io ho fatto a voi». Un gesto che, ha spiegato, rappresenta «l’ultimo grande insegnamento» di Cristo ai suoi discepoli, «la sintesi della sintesi», il cuore del suo messaggio e della sua stessa vita.

L’Ultima Cena con i discepoli

La celebrazione dell’Ultima Cena è stata così riletta come il compimento della Pasqua ebraica e insieme il suo superamento. «Noi oggi siamo stati liberati», ha ricordato il vescovo, sottolineando come la salvezza non sia solo memoria del passato, ma esperienza viva e attuale: Dio continua a liberare l’uomo «da ciò che non ci fa vivere fino in fondo la nostra vita», e lo fa con l’unica forza capace di vincere il male, «l’amore».

Al centro della riflessione, il dono dell’Eucaristia. «Il pane è il mio corpo… il vino è il mio sangue», parole che non indicano un semplice ricordo, ma una realtà che si rinnova: «Oggi Gesù si dà per noi. Oggi Gesù dà la sua vita per la nostra salvezza». In ogni celebrazione eucaristica, ha ribadito Paolucci Bedini, Cristo continua a offrire la sua vita e a comunicare il suo amore.

Ascolta l’omelia del vescovo Luciano

Il gesto più umile

Ma proprio la lavanda dei piedi rende visibile il significato concreto di questo dono. Gesù, «il maestro e il Signore», si china sui discepoli compiendo «il gesto più umile», quello dei servi: un segno che diventa «modello di vita», chiamata a vivere un amore capace di abbassarsi e prendersi cura delle fragilità degli altri.

Da qui l’invito a lasciarsi trasformare dall’Eucaristia: «Abbiamo bisogno di nutrirci di quel pane e di quel vino», perché solo così è possibile vivere una vita libera dal male e «messa a servizio degli altri».

La celebrazione si è così configurata come una soglia: l’ingresso nel mistero pasquale, dove la morte non è sconfitta, ma rivelazione dell’amore più grande. E dove ogni Eucaristia diventa rendimento di grazie: «Grazie, Signore, che hai dato la tua vita per noi».

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